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"Le mando infine, Egregio Signor Commissario, i più cordiali saluti. Anche se, sicuramente per una banale dimenticanza, non ho ricevuto i suoi."
La chiusura dell'email dell'avvocato Alessandro Oltoio suscito' un moto istintivo di rabbia nell'animo del commissario Giacomo Marciano.
Giorni prima l'avvocato si era rivolto al commissario in forma privata, lamentandosi delle scarse prove fornite dalla polizia alla magistratura. Il suo cliente, il pupillo della famiglia Picardi, era stato arrestato e trattenuto in prigione in attesa che il giudice esaminasse il dossier e prendesse le decisioni opportune.
Il commissario non accettava lezioni di professionalità da nessuno. Men che meno dall'avvocato Oltoio. E glielo aveva scritto, papale papale, senza alcuna forma di cortesia, in modo che Oltoio non si permettesse mai più. La risposta, con la chiusura al vetriolo, non si era fatta attendere.
L'avvocato e il commissario, coetanei, si erano conosciuti ai tempi della scuola media Leopardi ed erano cresciuti insieme, con diverse scelte professionali che però il destino avrebbe spesso incrociato. Da sempre erano impegnati su fronti opposti. L'avvocato era un principe del foro,il penalista di maggior grido della città. Il commissario era un poliziotto di rare capacità e di inimitabili intuizioni; a lui venivano affidate le inchieste più importanti e delicate.
Oltoio era dotato di una dialettica brillante. La retorica era il suo asso nella manica, che lo faceva emergere nella pur folta schiera di colleghi penalisti. La sua abilità era poi sostenuta da una perfetta conoscenza dei codici, profonda fino ai cavilli ignoti ai più. Non c'era episodio della cronaca nera cittadina che non finisse sulla sua scrivania. Ma l'astuto giurista accettava solamente mandati accompagnati da cospicue remunerazioni e soprattutto quelli che gli garantivano maggiore visibilità mediatica. Come.appunto,il caso della morte della figlia, persona di spicco, della ricca e distinta famiglia degli industriali Maffei.
La giovane, poco più che ventenne, era stata trovata priva di vita nel monolocale che aveva affittato perchè fungesse da alcova per sé e per il suo fidanzato Tommaso Picardi. La conclusione dell'Istituto patologico non lasciava adito a dubbi, si trattava di overdose. Il sospetto era comunque subito nato,il mattino seguente e dopo i primi riscontri, tra le persone preposte alle indagini. Nessun cucchiaino, nessun accendino, nessuna siringa nell'appartamento di Gisella Maffei. Tutti indizi che facevano ipotizzare che la ragazza non fosse stata da sola la sera della morte. Anzi, qualcuno poteva addirittura averla assistita o aiutata.
Tommaso da qualche giorno sciava con due amici sulle pendici del Tonale. Subito rintracciato e interrogato, aveva esposto uno di quegli alibi che resistono alle offensive più serranti degli inquirenti. La sera delle morte di Gisella il suo cellulare era collegato con la cella di Vermiglio, tra il passo e Ponte di Legno. La ragazza era morta intorno alle 23. Alle 22.28 aveva telefonato due volte a Tommaso, che non aveva risposto.
Il commissario Marciano, convocato dal giudice su quell'arresto, era consapevole che gli indizi di colpevolezza non avrebbero inchiodato Tommaso Picardi e che, in assenza di ulteriori elementi probatori, al giovane sarebbe stata concessa la libertà. Per la gioia sfrenata dell'avvocato Oltoio,al quale la famiglia Picardi aveva scucito il primo robusto acconto sulle spese legali. Senza ulteriori prove, insomma, il commissario era conscio di dover subire la ramanzina del giudice. Il peggiore dei mali, poi, sarebbe stato il sarcasmo incontrollabile del difensore di Picardi. La provocazione dei saluti non ricevuti era solo un assaggio, i piatti indigesti sarebbero arrivati a breve.
Marciano lesse e rilesse più volte i verbali del team di indagine. Sfogliò la lista degli oggetti sequestrati e repertati. Fissò la sua attenzione su quelli che potevano avere qualcosa a che fare con il ragazzo di Gisella: un pigiama (a calzoncini corti) marca "Intimissimi", tre magliette, due boxer Vans colorati e aderenti (taglia M), ciabatte,dentifricio,spazzolino da denti, sapone da barba Proraso, lamette Gilette Mach3, un flaconcino di gel, una pipa, una scatola di condom Control Retard, Postpay ricaricabile, un pacchetto di Marlboro rosse, cd "Gli spari sopra" e "Nessun pericolo per te" di Vasco Rossi, la "Gazzetta dello Sport" di tre giorni prima.
La sua attenzione si fermò sulla pipa solo dopo la quarta rilettura.
Convocò immediatamente l'ispettore Nicolò Bertola, il più affidabile dei suoi collaboratori. Non lo fece nemmeno sedere.
"Ispettore, accanto alla pipa immagino abbiate trovato del tabacco, i fiammiferi, il pigino o altro ancora..."
"No, commissario. Nessun accessorio. La pipa era nel beauty..." affermò Bertola mentre osservava con curiosità la reazione del superiore.
Era sembrato subito strano al commissario Marciano che la pipa fosse nel beauty. Poi, a pensarci bene, il commissario non rammentava di aver mai visto un ragazzo ventenne fumare la pipa. Nemmeno la dita della mano destra di Tommaso, che ricordava immacolate, portavano tracce di fumo, di tabacco, di cenere, Insomma, nessun piccolo segno di callosità del fumatore. Il poliziotto abile ha l'abitudine di guardare attentamente la mani degli indagati. Sa che spesso parlano di più le mani che la lingua.
"Ispettore, mi porti immediatamente la pipa!" ordinò il commissario.