Contenuti per adulti
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Non è vero che le piccole cose non contano.
Sono le uniche che contano davvero.
Un bottone fuori posto.
Una tazza non nel suo sottobicchiere.
Una camicia stirata male.
Io ho sempre organizzato la mia settimana per colore.
lunedì: grigio;
martedì: blu chiaro:
mercoledì: bianco;
giovedì: beige;
venerdì: nero;
sabato e domenica, pigiama.
O ogni giorno la camicia va nell’armadio la sera prima.
Appesa.
Distanza precisa tra una gruccia e l’altra.
Senza contatto. Senza grinze.
Quando ho comprato l’appartamento,
l’ho scelto per la distanza esatta tra casa e ufficio:
sei minuti a piedi.
Esattamente sei.
Cinque se non c’è traffico al semaforo.
Sette se piove.
Tutto ha un ordine.
O meglio, tutto dovrebbe averne uno.
Ma poi… è arrivato quello del piano di sopra.
L’inquilino nuovo.
Rumoroso.
Incoerente.
Camminava sempre a caso.
A qualsiasi ora.
Sbatteva porte. Rideva forte.
A volte parlava da solo.
Altre, accendeva il televisore nel cuore della notte.
I primi giorni ho provato a ignorarlo.
Poi ho iniziato a segnare gli orari dei rumori.
Un quaderno apposito.
Con orari. Frequenze. Intensità.
Mi rubava minuti di sonno.
Ore di ordine.
Pensieri lineari.
Una sera… era martedì.
Stavo stirando la camicia bianca per il giorno dopo.
Era perfetta.
Una linea netta, colletto rigido, nessuna piega.
Poi… alle ventitré e venti,
un colpo.
Un rumore secco.
Una sedia caduta? Un mobile spostato?
Non lo so.
Ma la camicia… la camicia si è spiegazzata.
Perché ho sentito il rumore,
e ho serrato la mascella,
e ho stretto il ferro da stiro…
troppo forte.
Ho dovuto ricominciare da capo.
Ma non è tornata uguale.
C’era un’ombra sul fianco.
Come una piega invisibile.
Ma io la vedevo.
E lui… il giorno dopo rideva al telefono.
Finestre aperte.
Musica senza melodia.
Calzini spaiati stesi sul balcone.
La settimana dopo,
ha sbattuto il tappeto alle 22:47.
Sopra la mia camera da letto.
Polvere e frammenti di rumore caduti sul mio soffitto.
Quel tappeto…
mi è rimasto in testa tutta la notte.
Un tappeto rosso spento.
Con una macchia nera al centro.
Non lo odiavo.
Non ancora.
Lo trovavo… fuori logica.
Fuori posto.
Come un bicchiere nel cassetto delle posate.
Poi ho cominciato a pensare.
Non al gesto.
Ma alla soluzione.
Viveva da solo.
Nessuno lo veniva a trovare.
Usciva la mattina tardi.
Tornava tardi.
Sbadato, disattento.
Come se il mondo dovesse sistemarsi da sé.
Ho aspettato una notte senza luna.
Venerdì.
Lui era uscito, come sempre.
Musica accesa, finestra aperta.
Chi lascia una finestra aperta a febbraio?
Sono salito.
Avevo duplicato la chiave con la scusa della cassetta della posta.
Lui non se n’era nemmeno accorto.
Appartamento in disordine.
Piatti sporchi.
Scarpe in corridoio.
Una camicia appesa a una sedia.
Non stirata.
Nemmeno lavata.
Mi sono seduto.
Ho aspettato.
Musica spenta.
Solo il mio respiro e il ticchettio dell’orologio.
Quando è rientrato,
ha detto qualcosa ad alta voce.
Una battuta, forse.
Poi si è fermato.
Mi ha visto.
Io non ho detto nulla.
Mi sono alzato.
Lento.
Preciso.
Come se stessi piegando una maglia.
Lui ha fatto un passo indietro.
Io l’ho colpito.
Una sola volta.
Con il ferro da stiro.
Quello con cui avevo stirato la camicia del mercoledì.
Il suo corpo è crollato.
Silenzioso.
Quasi ordinato.
Come se anche lui, per una volta, avesse capito la logica.
Ho sistemato tutto.
Ho lavato il pavimento.
Ho chiuso la porta.
Sono sceso.
La notte è tornata silenziosa.
Come dovrebbe essere.
Come è giusto che sia.
Quando l’hanno trovato,
era domenica.
Nessuno ha sospettato di me.
Nessuno sospetta mai dell’uomo ordinato.
Ora la camicia bianca è sempre perfetta.
E sopra di me, c’è solo silenzio.
Sì, sono ossessivo.
Ho bisogno di controllo.
Ci sono cose che non devono stonare.
Nemmeno una piega.
Nemmeno un rumore.
Io l’ho fatto.
Con precisione.
Con logica.
Senza sbavature.
Perché la camicia del mercoledì…
va stirata bene.
Sempre.