Capitolo 18 Capitolo 19 Capitolo 20

scritto da Beppe Tritone
Scritto 3 mesi fa • Pubblicato 3 mesi fa • Revisionato 3 mesi fa
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In cui arriva qualcuno da fuori e il fuori non beve - In cui il paese si sente giudicato e reagisce come può - In cui le conseguenze decidono di farsi vedere
- Nota dell'autore Beppe Tritone

Testo: Capitolo 18 Capitolo 19 Capitolo 20
di Beppe Tritone

A San Pellegrino in Alpe l’arrivo di qualcuno da fuori si riconosce subito: guarda troppo, beve poco
e chiede indicazioni che nessuno ha mai usato.
Arrivò nel primo pomeriggio, con una macchina pulita e una giacca sbagliata per la stagione. Disse
di chiamarsi Dottor Rinaldi, prefettura, e disse anche che non si fermava a cena. Grave errore.
Il commissario Passalacqua lo accolse con entusiasmo amministrativo. Finalmente qualcuno che
poteva capire peggio di lui ma con più autorità.
Rinaldi volle vedere tutto. Il luogo del ritrovamento, il Dopolavoro, il confine. Fece domande
precise, quelle che non lasciano scampo.
«Perché nessuno ha denunciato il primo episodio?» chiese.
«Non era successo niente,» risposero.
Rinaldi annotò.
Era la risposta peggiore.
Gino osservava in silenzio. Il fuori non aveva pazienza, ma aveva memoria corta. E questo lo
rendeva pericoloso.
«Lei è il giornalista,» disse Rinaldi a un certo punto. «Ha scritto troppo poco.»
«O troppo,» rispose Gino.
Rinaldi non sorrise.
«Ci saranno conseguenze.»
«Ci sono sempre,» disse Gino. «Arrivano solo dopo.»
Quella sera, al Dopolavoro, nessuno giocò.
Si bevve, sì, ma senza carte.
Il fuori aveva guardato dentro.
E il dentro non si riconosceva più.

San Pellegrino in Alpe non amava essere guardato da fuori.
Non per vergogna, ma per abitudine: le cose, lì, si sistemavano da sole o non si sistemavano affatto.
La visita del dottor Rinaldi lasciò una scia sottile di nervosismo. Qualcuno cominciò a parlare di
“immagine del paese”. Altri di “esagerazioni giornalistiche”. Qualcuno propose una sagra, che
risolve sempre tutto.
Gino Balocchi trovò un biglietto sotto la porta.
Nessuna minaccia. Solo una frase:
“Adesso basta.”
Era scritto con una grafia ordinata, da chi voleva essere preso sul serio.
Al Dopolavoro Ferroviario la sera si giocò di nuovo. Male.
Le carte sbattevano sul tavolo con troppa forza. Il vino finiva troppo in fretta.
«Stai rovinando tutto,» disse qualcuno a Gino, senza specificare cosa.
«Non si rovina ciò che non è a posto,» rispose lui.
Il commissario Passalacqua fece quello che poteva: parlò di calma, di attesa, di procedure. Nessuno
lo ascoltò davvero. La tensione non è un reato, ma prepara sempre qualcosa.
Gino capì che il paese stava reagendo nel modo più pericoloso: chiudendosi. Non contro il
colpevole, ma contro la storia.
Quella notte scrisse un articolo che forse non sarebbe mai uscito.
Non accusava nessuno.
Descriveva solo.
Perché quando un paese si sente giudicato, smette di guardarsi.
E allora serve qualcuno che continui a farlo, anche da solo.

Le conseguenze, a San Pellegrino in Alpe, non arrivarono con rumore.
Arrivarono con ordine.
La prima fu una lettera ufficiale, timbrata e piegata male, che annunciava un controllo straordinario.
La seconda fu la chiusura temporanea del Dopolavoro Ferroviario “per verifiche strutturali”. La terza
fu il silenzio improvviso di chi, fino al giorno prima, aveva sempre qualcosa da dire.
Il paese si scoprì vulnerabile.
Senza il Dopolavoro, non c’erano carte.
Senza carte, non c’erano risate.
Senza risate, restava solo quello che era successo.
Gino Balocchi camminava per le strade come un cronista di guerra senza guerra. Annotava dettagli
minimi: una serranda abbassata, una panchina vuota, il confine che sembrava immobile per la prima
volta in vita sua.
Il commissario Passalacqua lo incontrò davanti alla fontana.
«Forse,» disse, «abbiamo esagerato.»
«Forse,» rispose Gino, «abbiamo fatto il minimo.»
Passalacqua non replicò.
Stava imparando.
Quella sera, Gino ricevette una telefonata. Non una minaccia. Una richiesta.
«Puoi scrivere che non siamo cattivi?» disse una voce.
Gino chiuse gli occhi.
«Posso scrivere che siamo umani,» rispose. «È più difficile da difendere.»
La notte scese lenta.
E per la prima volta, il paese non giocò a dimenticare.


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