Un ciclo infinito

scritto da Frato
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Frato

Testo: Un ciclo infinito
di Frato

Ne rimaneva solo una. Dei trilioni di galassie, solo lei: la Galassia.
Il tessuto dello spazio si era a tal punto stirato che ogni galassia si era allontanata da tutte le altre. E lo spazio si era espanso in maniera così folle e rapida, che la velocità della luce era stata ampiamente superata; la luce stessa, emessa da ogni singola universo-isola mai avrebbe raggiunto una compagna, per tutta l’eternità.
La Galassia era l’unica rimasta in questa zona di spazio, ormai da eoni.
Era successo ciò che miliardi di anni prima gli studiosi - della cui esistenza nessuno era a conoscenza ora, né avrebbe potuto esserlo - avevano predetto, non senza forti riserve: un’energia misteriosa, tanto misteriosa che la soprannominarono ‘oscura’, permeava lo spazio vuoto obbligandolo a ‘gonfiarsi’, sempre di più, sempre più velocemente, fino a che l’espansione raggiungeva velocità folli.
Tutto si sarebbe allontanato da tutto, ogni galassia da ogni altra; sempre più lontane, sempre più deboli, finchè il buio e la desolazione totale avrebbero regnato ovunque: ogni galassia sarebbe stata come un’isola in un mare di nulla. Finchè avrebbero cessato di esistere pure loro e tutta la materia.
Gli scienziati della Galassia, studiando con i loro sofisticatissimi strumenti, sarebbero infine tornati alle stesse conclusioni dei loro antichissimi predecessori che inizialmente pensavano che tutto l’universo consistesse nella loro galassia, quella che chiamavano ‘via lattea’ e in cui vivevano. Tutto al di fuori era spazio vuoto. Almeno, così pensavano.
Non impiegarono molto a capire il loro errore: quelle che chiamavano ‘nebulose’, altro non erano che infiniti altri universi isola, distantissimi gli uni dagli altri, ma altrettanto reali. Si erano resi conto, nel breve volgere di pochi decenni, che lo spazio era popolato da miliardi e miliardi di galassie come la loro. In breve avevano intuito la complessità del cosmo e la sua enormità.
Ora, al contrario, nonostante la tecnologia e la scienza infinitamente progredite, questi nuovi studiosi del mondo non potevano giungere alle conclusioni di quei fortunati astronomi che vissero in un’epoca veramente speciale: per il fatto banale che adesso là fuori non c’era proprio nulla!

“Professore, gli strumenti rivelano qualcosa cui mi è impossibile credere. Sono certo che i robot astronomi hanno commesso qualche grosso errore, direi incredibile”
“Impossibile, Primo Astronomo. Sappiamo bene quanto i robot siano perfetti, anche se teniamo conto che sono fatti di materia corruttibile. In centinaia di millenni non hanno mai sbagliato, neanche un piccolo errore”.
Il professore e il Primo Astronomo erano due rappresentanti dell’ultimo prodotto dell’evoluzione della vita.
Non appartenevano a nessun pianeta in particolare, vagavano liberamente nello spazio. La loro stessa identità era alquanto sfumata. In realtà erano pensieri che vivevano in un mondo spirituale, liberi da ogni vincolo materiale. E immortali.
Il sistema solare che li ospitava era gestito completamente da macchine estremamente intelligenti; costruite forse qualche miliardo di anni prima dagli ultimi esseri viventi ancora sottoposti alle bizze e ai capricci degli atomi. L’intelligenza si era evoluta: rigettato il corpo materiale e deperibile, si era rifugiata nell’incorporeo, nel pensiero puro.
Le macchine, necessarie e indispensabili per lo studio e come strumento di ricerca scientifica, erano delegate ai robot; fedeli servitori che si autoreplicavano e si automiglioravano. Una società simbiotica perfetta dominava quel sistema solare.
Ma, nonostante il progresso inimmaginabile, erano vincolati a ciò che li circondava; non sapevano e non avrebbero mai saputo alcunchè del Big Bang, dell’universo in espansione, di materia ed energia oscura. Erano condannati dal loro isolamento a ignorare ciò che perfino i più rozzi, incivili, barbari (?) scienziati di un mondo ormai scomparso sapevano.
“Mi dica Primo Astronomo, cos’è che la sconvolge tanto?”
Non erano state parole: un flusso di idee sorto all’istante.
“E’ una affermazione della macchina universale. Dice che quasi tutte le stelle della Galassia hanno uno spostamento verso il rosso che si può spiegare solo in un modo: si stanno allontanando le une dalle altre!”
“Impossibile, Primo Astronomo. Perché, per quale ragione?”
La mancanza di una conoscenza storica dell’evoluzione dell’universo cozzava contro un’evidenza incontrovertibile. Nonostante la loro enorme sapienza, non potevano giustificare i fatti.

Le stelle si erano allontanate sempre più, sempre più velocemente. La Galassia si era rarefatta, le distanze aumentate sproporzionatamente.
Non si vedeva alcun lume in cielo, la notte era buia.
Gli esseri-pensiero immortali vagavano da miliardi di anni ormai in un vuoto assoluto. Solo buio, morte.
I pensieri vagavano costantemente, disperati. Non bastavano più a se stessi, non c’era più alcuno scopo.
Dunque?
La mente divenne una sola; dal buio della notte un pensiero prese forma, lo spazio fu deformato e una nuova bolla fu costretta a esistere dove prima non c’era nulla.
Un nuovo universo era nato.



Un ciclo infinito testo di Frato
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