Cara Marta,
ti scrivo a penna, perché la mia matita a forza di ritrarti s'è spezzata. Ed ora anche l'inchiostro, sapendo di dover essere assaporato dalle tue mani, ribolle nella piccola anima di metallo. Tra le mura opprimenti delle nostre stanche mattinate hanno sempre cercato di convincerci che la carne fosse debole, soggiogata alla ragione, fosse carta nelle mani sapienti del pensiero. Ma tu ed io distanti sfuggivamo a quel pane stantio, premevamo le palme incandescenti contro i vetri accarezzati dal vento, e guardavamo l'arte, fuori e dentro di noi. Siamo nati vincolati alla carne, eppure liberi di farne ciò che volevamo, e ciò che volevamo era di nuovo un vincolo, era di nuovo la carne, l'uno dell'altra. Volevamo porre un limite l'uno sull'altra, perché da mezzi artisti sapevamo rispettare i contorni sottili della carta e della tela: e quanto dipingemmo da quel giorno in avanti, Marta! Come se i colori non finissero, come se in quel momento svelarci a vicenda fosse svelare nuova linfa d'Arte, come se potessimo assaggiare dalle nostre labbra la più viva di tutte le ispirazioni.
Una volta, e so che lo ricordi bene, a Venezia ci fermammo tre giorni e tre notti. Aspettavamo il carnevale, e con la pioggia sembrava non arrivare mai. Nella nostra stanza un letto, un tavolo e della frutta, e tanti, troppi tubetti d'olio. Mezzi aperti lasciavano un profumo inconfondibile, che la nostra pelle porta ancora. La pioggia, che di sottecchi si posava rilassata sul balcone, rendeva ancora più intenso l'aroma del tramonto ormai imminente. Ma noi, noi ancora non ci guardavamo: entrambi avevamo da finire una tela, la consegna sarebbe stata di lì a poco. Finisti per prima il ciano però, e mi chiedesti se ne avessi avuto da prestartene. Ne stavo in quel momento per spargere con la pennellessa, quando mi guardasti, ed ogni cosa assunse la dimensione dei tuoi occhi gitani, appena racchiusi tra due parentesi di trucco consumato; allora, vidi. Vidi sotto al camice sporco di Luigiquindici un seno maturo che aveva il profumo della prima pennellata, vidi il tocco di Michelangelo nella tenera sinuosità del collo e dei fianchi, sentii, senza ancora toccare, la morbidezza celata dietro il più piccolo lembo di pelle, come quando vidi l'amore di Schiele celato dietro la proibizione delle deformità.
E mi sentii libero. Libero per la prima volta di quella libertà che si desidera quando si lasciano gli studi per unirsi a te e al nostro destino. Libero di afferrarti i polsi e liberarti dei mille bracciali comprati chissà dove, libero di disegnare il mio desiderio sulla tua carne nuda, e libero finalmente di lasciarti fare lo stesso sulla mia. Sotto al letto trovammo una scatola di colori non tossici, che nessuno dei due sapeva chi l'avesse portata.
E come per posare in grandi atelier dalla luce candida, a gattoni inarcasti la schiena, come a volermi fare tua preda, con lo stesso trasporto di Giuditta e milioni di volte la sua bellezza. Attonito rimasi solo un attimo a dipingere ogni tonalità che si intonasse a quel velluto ancora intatto, a quel cavalletto ancora da riempire. Tenemmo fede a Picasso, e sperimentammo come giovani bambini ogni genere di punto di vista, ogni singola volta sorprendendoci d'appartenerci, ogni volta consapevoli di non volerci lasciare. Nessun senso venne escluso, ecco la completezza artistica che ci distingueva dal mondo che fuori si muoveva inconsapevole. Ricordo il gusto della tua fragranza mescolata alla luce inestinguibile delle tue pupille, ricordo il suono del tuo piacere sovrapporsi al mio fino al culmine, fino all'angolo più lontano di quella trama fitta di impressioni.
Come artisti firmammo assieme, ciò che assieme avevamo tracciato punto a punto, tono su tono. Accovacciati l'uno sull'altra scoprimmo non tanto che i nostri respiri procedevano all'unisono, ma che i colori di cui c'eravamo macchiati erano tra loro complementari.
A Marta testo di Il gatto di Schrödinger