- Il vecchio che aspettava gli extraterrestri -

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Racconto scritto sei anni fa. Dopo la morte della moglie, il vecchio era rimasto solo; a tenerlo in vita nonostante il dolore, il sogno, l'attesa protratta oramai da troppi anni. Finalmente, in una notte tempestosa accadde qualcosa... Buona lettura.
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: - Il vecchio che aspettava gli extraterrestri -
di vecchioautore

Il vecchio che aspettava gli extraterrestri

«Tranquillità!» risposi al mio editore quando mi chiese chi me lo avesse fatto fare e cosa speravo di trovare in quel borgo, per i suoi gusti: desolato.
Una chiesetta, un piccolo cimitero, una sola via, la posteria in mezzo a una schiera di vecchie case che sembrano reggersi l’un l’altra sul lato destro, la roggia a sinistra e poi, in fondo alla via che andava a perdersi nei campi, eccolo lì, il vecchio cascinale che avevo eletto a mio buen retiro.
Niente distrazioni, niente di niente. Miglior posto per ritrovare la voglia di scrivere non avrei potuto trovare, avevo pensato visitandolo in compagnia dell’agente immobiliare.

Ci andai ad abitare ad inizio primavera, la stagione migliore per apprezzare la campagna.

Quella mattina passeggiavo assorto in mezzo ai campi assaporando il risveglio della natura, quando il rumore secco e disturbante di una motofalciatrice mi distolse dalle mie riflessioni.
Lanciando lo sguardo lontano, oltre il confine della mia proprietà, nei terreni di pertinenza del mulino che pensavo abbandonato, vidi un uomo piuttosto anziano che, seduto sul sedile del rumoroso attrezzo agricolo con in testa un cappello di paglia, lo guidava all’interno del prato; indossava una camicia a quadri di flanella e dei jeans scoloriti dall’uso infilati dentro gli stivali verdi di gomma.
M’incuriosì il fatto che stava falciando un’area predefinita in mezzo al campo: valutai ad occhio un quadrato di circa trenta metri di lato.
Provai ad avvicinarmi, ma disturbato dall’odore acre dei fumi di scarico e appurato che il rumore assordante della motofalciatrice non ci avrebbe consentito di conversare serenamente, presi su e tornai nel cascinale.

«Già di ritorno, dottore?» mi chiese Ernestina, una donna del posto che avevo assunto come domestica part time.
«La prego, Ernestina, non mi faccia ripetere sempre le stesse cose: non sono dottore e mi chiamo Roberto», la redarguii bonariamente. Prima di spiegarle che: «C’è una motofalciatrice che fa un casino infernale là fuori, mi stava tirando sordo».
«E’ Onofrio, il vecchio mugnaio, sta preparando la piazzola d’atterraggio», mi spiegò ridendo.
«Atterraggio?» feci incredulo. Puntai l’indice in direzione dei campi. «Mi sta dicendo che in quel campo, atterrerà un elicottero?»
«No, niente elicotteri, aerei o qualsiasi altro velivolo conosciuto», rispose con fare misterioso per stuzzicare la mia curiosità e alimentare in tal modo la conversazione.
«Può essere più chiara?»
Ernestina non se lo fece ripetere. «Tre anni fa, dopo che la sua povera moglie se n’è volata in cielo, ha cominciato a falciare un pezzo di campo dietro il mulino. I contadini pensavano che volesse farsi un orticello. E’ rimasto solo e ha trovato il modo di unire l’utile al dilettevole, pensavano quelli che passavano lì accanto. Il mistero s’infittì quando, dopo aver falciato l’erba, usando polvere di gesso tracciò, nel centro dell’area, degli strani segni all’interno di un cerchio. A quel punto Bortolo, il contadino che coltiva il campo confinante, gli chiese cosa rappresentasse quella specie di disegno. “Sono affari miei!”, grugnì Onofrio. Bortolo ci rimase male, fece per andarsene ma Onofrio lo richiamò e, dopo essersi scusato, facendosi promettere che avrebbe mantenuto il segreto gli spiegò che probabilmente dentro quel cerchio sarebbe atterrata un’astronave. Al che, Bortolo gli chiese a muso duro se lo stesse prendendo per i fondelli. Onofrio non la prese bene e se ne andò smoccolando, non prima di avergli rammentato che aveva promesso di non rivelare a nessuno il suo segreto. Naturalmente, Bortolo si guardò bene dal mantenere la promessa; così ora tutti sanno che Onofrio da tre anni sta preparando il terreno per accogliere degnamente gli extraterrestri, segnando il punto esatto sul terreno con polvere di gesso o con della vernice rossa quando nevica.»
«Che storia incredibile», feci guardando i campi. «Ci si potrebbe scrivere un romanzo. Titolo: Il vecchio che aspettava gli extraterrestri», chiosai con un certo interesse.

Ernestina dopo aver messo il pranzo in tavola mi salutò e se ne andò, sarebbe tornata l’indomani mattina.

Dopo aver pranzato, mi appisolai stravaccato sul divano. Alzandomi indolenzito controllai l’ora: le quattordici e quindici. Guardando fuori dalla finestra vidi il mugnaio intento a spargere il gesso all’interno dell’appezzamento. «Ma sì, non morde mica. Andiamo a conoscere ‘sto vicino originale», mi esortai, avviandomi.

«Buona giornata», esordii, arrestandomi al limite della parte di campo falciata.
Il mugnaio stava spandendo l’ultima manciata di gesso. «Buongiorno a lei», grugnì senza voltarsi.
Quando ebbe terminato si pulì le mani strofinandole nei jeans, prese un foglio che aveva posato nel prato, lo ripiegò con cura e se lo infilò in tasca.
Quando finalmente si decise a degnarmi di uno sguardo, ripresi: «Sono il suo nuovo vicino…»
«Lo scrittore», m’interruppe lui.
«Sa chi sono?» chiesi sorpreso.
Il mugnaio sorrise sarcastico. «Non si monti la testa, non ho mai comprato né letto un suo libro. Qui, tutti sanno tutto di tutti.»
«Ah!» feci con aria delusa.
«Non se la prenda, è normale nelle piccole comunità», continuò con fare consolatorio. «D’altronde, pure lei, quello che le interessava sapere di me l’ha già saputo da Ernestina. Sbaglio?»
Non si sbagliava, ma per non far passare Ernestina da pettegola, feci lo gnorri. «Non la seguo. Se non è un disturbo: cosa mi interessava sapere di lei?»
Il mugnaio mi dedicò uno sguardo pietoso. «Spero per il suo bene che non sappia scrivere come sa mentire… non venderebbe una copia dei suoi libri, glielo garantisco!» sentenziò acido.
«Le regalerò una copia del mio ultimo romanzo, così potrà giudicare il livello della mia prosa», ribattei prontamente tra il serio e il faceto.
Mi guardò con un fare poco rassicurante, poi scoppiò in una fragorosa risata. «Mi è simpatico», disse mentre legava il sacco contenente la polvere di gesso. «A differenza di questi quattro analfabeti che ti stanno a sentire per farsi quattro risate alle tue spalle, gli scrittori ascoltano per capire. Merita di conoscere l’intera faccenda», aggiunse mentre afferrava il sacco e lo metteva sopra la carriola. «Se è bravo come crede di esserlo, magari ci ricaverà un romanzo di successo. Venga, andiamo a farci un cicchetto all’ombra», concluse spingendo la carriola in direzione del mulino.
«Oh,» fece ad un certo punto, arrestando il passo, «se la cosa funziona, si divide il guadagno!» e giù una grassa risata mentre riprendeva il cammino.
«Come no. Cinquanta e cinquanta, soci alla pari», risposi ridendo.

Mi fece accomodare sotto l’ampio portico dove, in un angolo, accanto alla vecchia motofalciatrice era parcheggiato un vetusto camion Dodge, appartenuto all’esercito americano, ora ridotto a palestra d’ardimento per le galline che razzolavano libere nella corte; indicandolo mi spiegò che quello era il mezzo che usava suo padre nel dopoguerra per consegnare i sacchi di farina ai clienti.
Dopo avermi fatto accomodare su una panca appoggiata alla parete esterna, entrò in casa e subito dopo uscì con un fiasco di vino rosso e due bicchieri. Posò il tutto sopra un tavolo di noce, abbondantemente tarlato, e versò il vino nei bicchieri.
«Salute!» esclamò alzando il suo.
«Salute», ripetei senza troppo entusiasmo. Non mi andava di bere vino rosso a quell’ora, ma temendo di offendere l’anfitrione con un rifiuto, mi sforzai d’ingollarlo.
«Forza, scrittore, se vuole avere risposte, faccia delle domande», mi esortò dopo aver posato il bicchiere vuoto sul tavolo.
«Mah, non saprei da dove cominciare…»
«Non sa da dove cominciare, o teme di offendermi?» m’interruppe il vecchio, inarcando un sopracciglio. «Le conviene approfittare del fatto che oggi mi senta particolarmente magnanimo nei confronti del prossimo. Domani potrebbe trovarsi di fronte tutt’altra persona.»
A quel punto non mi rimase che prendere la palla al balzo. «Stando alle voci, sono ormai tre anni che traccia segni nel prato, per indicare il punto d’atterraggio a presunti esseri alieni. E’ veramente convinto che, prima o poi, un’astronave aliena decida di parcheggiare nel suo campo?»
Il mugnaio riempì i bicchieri con fare pensoso. Poi prese il suo, ingollò il vino e, dopo averlo posato sul tavolo, rispose convinto: «Lo sono! E non da tre anni fa come credono i miei compaesani; ma da più di vent’anni!»
«Ma se le cose stanno come dice, perché ha iniziato soltanto tre anni fa a segnare la piazzola d’atterraggio?» mi venne logico chiedergli.
«Bella domanda», fece con un moto di riso. Si accigliò. «Nella vita non sempre è giusto fare quello in cui si crede… specialmente se potrebbe ferire o far star male chi ti sta accanto.»
«Sua moglie?»
«Mia moglie», confermò con un sorriso triste. «Ho tenuto duro per più di diciassette anni, rimuginando sul modo per contattarli dopo la prima volta che ebbi un incontro abbastanza ravvicinato. Avevo anche provato ad accennarle qualcosa per testare la sua reazione. Ma quando l’ho vista inalberarsi e poi piangere come una vite tagliata, dicendo che saremmo diventati lo zimbello del paese… ho preferito soprassedere.»
La rivelazione di un presunto incontro ravvicinato di un certo tipo, che ancora non mi era noto, mi spinse a chiedergli se potesse raccontarmi tutto dall’inizio.
E il mugnaio non si fece certo pregare.

«Erano le due e quaranta di notte… lo so perché ho controllato l’orologio prima di uscire per il solito giro d’ispezione a caccia di ladri di polli e di farina, imbracciando la doppietta caricata a sale grosso», esordì con voce squillante dopo aver ingollato il terzo bicchiere. «Dopo aver buttato un occhio all’interno del cortile, stavo ispezionando il perimetro esterno del mulino. Fu quando giunsi dietro, nel campo vicino all’ansa del fiume, nel punto esatto dove ho tracciato i segni col gesso, che accadde l’incredibile.»
Riempì sveltamente il bicchiere e, altrettanto velocemente, ingollò il contenuto: fremeva, letteralmente tremava per l’eccitazione che gli procurava il bisogno di rivelare a qualcuno un segreto, che il timore di essere deriso lo aveva spinto a tenere celato per troppi anni.
«In lontananza si sentiva borbottare un temporale, le saette illuminavano l’orizzonte. Fu questo a trarmi in inganno quando un raggio con una luminosità così intensa da eguagliare quella del fulmine, scendendo perpendicolare dal cielo colpì il terreno nel centro del cerchio che mi ha visto tracciare in mezzo al campo. Questione di attimi, subito dopo realizzai che il percorso dei fulmini non è rettilineo. E poi quella luce, calando d’intensità, insisteva sul terreno da parecchi secondi ormai. Non poteva essere un fulmine. Schermando gli occhi con la mano aperta alzai lo sguardo… e mi prese un colpo! Un oggetto circolare, del diametro di una cinquantina di metri, stava calando lentamente sopra di me… Scendeva così silenziosamente, da farmi ipotizzare che potesse trattarsi di una mongolfiera, anche se le dimensioni tendevano ad escluderlo. Ad un certo punto, la luce iniziò ad allargarsi sino ad inglobare l’intero diametro dell’oggetto che, a quel punto, rimase come sospeso a mezz’aria, otto, dieci metri sopra di me, sorretto solamente dalla luce che la sua sagoma proiettava a terra… Sarà stato lì per un minuto o poco più. Io, appiattito contro il muro di cinta per non essere colpito dal cono di luce, osservavo impaurito la scena. Poi la luce proiettata a terra tornò a restringersi e l’oggetto cominciò ad allontanarsi lentamente. Giunto all’altezza degli alberi che circondano il campo, la luce, ora ridotta ad un diametro di alcuni centimetri, emise una luminosità simile a quella di un fulmine e sparì, silenziosamente, insieme all’oggetto.» A questo punto si versò dell’altro vino e rimase in attesa della mia reazione.
«Oltre a lei, nessun altro in paese notò lo strano fenomeno?» mi venne logico chiedergli.
Il mugnaio scrollò il capo. «Onde evitare di essere preso per visionario, non ho chiesto in giro. Ma credo di no! Era tardi, la cascina dove ora abita lei era già abbandonata da tempo, le case distano un chilometro in linea d’aria; e il temporale che si stava avvicinando avrebbe tratto in inganno un osservatore occasionale, convincendolo che si trattasse di una violenta scarica di fulmini.»
«Uhm», feci riflettendoci su, «ipotesi plausibile», convenni alla fine. Poi ricapitolai: «Un’astronave aliena scende fin quasi a toccare terra, resta lì per un minuto e poi, sospinta dal raggio di luce che la sorreggeva si allontana lentamente, sino a venti, trenta metri dal suolo. A questo punto il raggio di luce, ormai ridotto al diametro di pochi centimetri, emette una scarica di energia pari a quella di un fulmine… e l’oggetto sparisce, insieme alla luce.»
«E’ andata esattamente così!» confermò il mugnaio riempiendo il bicchiere.
Ci pensai su. «Cosa avrà fatto in quel minuto o poco più, ferma sopra i campi? Avrà mappato il territorio, o cosa?» mi scoprii a chiedermi, giudicando se non credibile perlomeno degna di approfondimento la storia narrata dal vecchio mugnaio.
«Io un’idea ce l’avrei!» saltò su dopo aver ingollato l’ennesimo bicchiere di vino.
«Come?» chiesi rinvenendo dalla riflessione. E tanto bastò.

«Il mattino dopo tornai nel campo per vedere di capirci qualcosa. E alla luce del Sole, tutto mi fu chiaro. Il calore prodotto dal cono di luce dell’astronave aveva seccato l’erba ma, e questo sul momento mi sconcertò, non in maniera uniforme; ingiallendola in alcuni punti, aveva creato un disegno. Girandoci attorno cominciai a pensare che non poteva essere frutto del caso. Corsi al mulino a prendere carta e lapis, poi, quando tornai, ricopiai i segni sul terreno. Fu a quel punto, mentre li riportavo sul foglio, che ebbi l’illuminazione. Rammentandomi della piastra di titanio applicata sulle sonde inviate anni prima nello spazio dall’uomo, con incise le coordinate per far comprendere ad una ipotetica forma di vita aliena chi eravamo e da dove arrivavamo; intuii che il disegno altro non era che un tentativo di entrare in contatto con noi.»
«Uhm», feci, «tesi affascinante. Ma poi, è riuscito a decodificare il disegno?»
«Ci ho lavorato sopra per anni, senza cavare un ragno dal buco», rispose mentre traeva di tasca il foglio. «Provi lei che ha studiato a capirci qualcosa», mi esortò, aprendolo sul tavolo.
Osservai il disegno: un cerchio all’interno del quale erano tracciate delle linee in senso verticale ed orizzontale. «Di primo acchito mi sovviene la scrittura cuneiforme degli Assiri. Anche se qui i segni sono molto più radi.»
«All’inizio anch’io avevo pensato a una forma di scrittura», riprese il mugnaio. «Per essere precisi, ai geroglifici egiziani o qualcosa di simile. E per molti anni ho continuato a spaccarmi la testa in cerca d’improbabili interpretazioni. Poi, una sera, guardando un film alla televisione dove il protagonista, un naufrago, tracciava la parola “help” sulla spiaggia; ho capito!»
«Cos’ha capito, che gli alieni stavano chiedendo il nostro aiuto per salvare il loro pianeta?» gli chiesi con una punta d’ironia.
Il mugnaio non rise, ma nemmeno s’incavolò. «Ho capito che non si trattava di una forma di scrittura aliena. E questo fu un bel passo avanti, non trova?»
«Può darsi. Non lo so. Boh!» risposi confuso. «Non riesco a vederci il nesso.»
«Non riesco a vederci il nesso», ripeté innervosendosi. «Il nesso… il mitico nesso. Vuole vedere il nesso? Molto bene. Ora glielo spiego io, il nesso, caro il mio scrittore che vuol vedere il nesso», chiosò tra l’ironico e il “leggermente” irridente.
«Tre anni fa, complice un sogno dentro il quale la mia povera moglie dopo aver tracciato quei misteriosi segni su una spiaggia si metteva a scrutare con occhi carichi di speranza il cielo, compresi che gli alieni non volevano essere aiutati, ma aiutare chi avesse saputo interpretare il significato, la funzione del disegno. Il giorno dopo falciai l’erba e usando la polvere di gesso, copiandolo dal foglio ho tracciato per la prima volta il disegno… e da allora, non ho più smesso.»
Provai tenerezza per quel vecchio che aveva conservato, o forse ritrovato nella senilità, la sconfinata fantasia di chi è rimasto bambino dentro, e interpretando un sogno ad occhi aperti, immaginando rotte interstellari caparbiamente ripeteva gli stessi gesti da più di tre anni; convinto che prima o poi gli alieni, come cacciatori che dopo aver messo l’esca tornano a controllare se ha catturato qualche preda, sarebbero ripassati e lo avrebbero portato con loro; per un ultimo, gratificante viaggio alla scoperta di incredibili meraviglie spaziotemporali.
No, non sperava di ritrovare la sua donna in un presunto aldilà. Quando glielo chiesi mi rispose che la sua non era una sfida alla morte: «… lo so bene che la morte è la fine di tutto. Ma prima che si prenda quel che resta della mia vita, mi piacerebbe vedere posti e genti che nessuno ha mai visto e conosciuto», concluse con un entusiasmo degno di un ragazzino.

Lo andavo a trovare quasi ogni giorno, il mio vicino. E quando gli dissi che stavo scrivendo un romanzo tratto dalle nostre conversazioni, si mise a ridere. «Scrittore, dammi retta, scrivi di qualche bella figliola. A chi vuoi che interessi la storia di un vecchio che passa il suo tempo aspettando gli extraterrestri? Non ne venderai una copia!» sentenziò versandomi il vino.

Un mese fa, il mugnaio lasciò per sempre il suo mulino, insieme alla porzione di prato dove tracciava il disegno, strappato via dalla piena del fiume. Il suo corpo non fu mai ritrovato: i paesani ipotizzano che la piena possa averlo trasportato molto lontano.
Troppo lontano per essere ritrovato, mi verrebbe da dir loro. Ma per non essere preso per matto, tengo per me quello che vidi quella notte: tra bagliori e acqua sferzata dal vento contro i vetri della finestra, ho visto il mugnaio sfidare tuoni e fulmini per infilarsi sotto un cono di luce nel punto esatto dove, nel pomeriggio, aveva tracciato per l’ultima volta il disegno; e da lì, con mia somma ed incredula meraviglia, levitare lentamente verso l’alto, sino a sparire dentro una struttura metallica, giusto in tempo per non essere inghiottito dal fiume insieme al prato e buona parte del vecchio mulino.

Un segreto sempre più difficile da tenersi dentro, e che per questo mi sono deciso a svelare, raccontandolo nell’unico modo che conosco per non essere deriso o, peggio, preso per matto: scrivendo un romanzo fantascientifico. Cogliendo in tal modo due piccioni con una fava: dimostrare al mugnaio che un racconto basato sull’ultima parte della sua vita avrebbe venduto ben più di una copia, e svelare al mondo qualcosa d’incredibile in maniera più o meno credibile; almeno per chi, leggendolo, sappia anche sognare ad occhi aperti, immaginando viaggi interstellari.

FINE

- Il vecchio che aspettava gli extraterrestri - testo di vecchioautore
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