C’è una fessura in ogni persona e, da lì, ti è permesso entrare.
Ma non Vatanen.
Vatanen, personaggio di un libro che amò, un giornalista estenuato da qualsiasi cosa che cercò la fuga e, infine, la pazzia solitaria, con una lepre artica come amica.
E’ un nome che gli si addice.
Tagliente.
Romantico della solitudine che non potrebbe sopportare.
Lui non ha breccia.
Appena ne scorgi una, subitanee piastrine che chiudono.
E da capo.
Sempre da capo.
Con Vatanen è sempre così.
Sempre da capo.
Emotivamente estenuante ma, ciò non di meno, mi è impossibile non continuare a cercare e cercare e cercare.
Con la quasi certezza che è un tempo che presto avrà fine.
Non è ossessione.
Non è co dipendenza.
Spesso felice delle sue rare felicità e consumata dalle sue profonde tristezze, è la nota che mi manca.
Che mi fa scrivere.
Che mi fa osservare ogni cosa.
Che mi fa avere voglia quando l’apatia mi assale.
Che mi spinge ad andare oltre.
Sempre oltre.
E non voglio scordare nessun momento.
E allora sono qui.
A parlare con Vatanen.
Scrivendo lettere che non leggerà mai, visto che mai gliele spedirò.
Iniziò tutto su un treno.
Maleducate persone con i piedi sui sedili.
Maleducate persone arroganti, di proprietà che non gli appartenevano, in un paese che non era il loro paese.
Una guerriglia di parole fitte fitte.
E poi si aprirono le danze.
Quattro anni di danze.
E liti.
E parole.
E silenzi interminabili.
Ed il timore che ogni silenzio chiamasse silenzi sempre più silenziosi e, infine, la distanza incolmabile.
Una paura fisica.
Dolorosa.
Che il posto delle parole non fosse il mio posto. Non fosse mai stato il mio posto e, presto, se ne potrebbe accorgere..
Fa paura.
Spettatrice chiassosa e bramosa di uno spettatore di se stesso.
Artefice della sua immagine, romanticamente “Joker”.
Un giorno troverò il coraggio di dirgli che idolatrare e vedersi in un personaggio cinematografico già di per sé è un po’ infantile ma, vedersi nella personificazione dell’ “ES”, pulsioni caotiche, desideri fisici.
Il piacere fine a se stesso.
La non regola.
Senza coscienza morale.
Senza divieto alcuno.
Solo desideri istintivi.
Non è una gran bella scelta.
Con calma.
Con il tempo ho deciso di scrivere lettere, che non leggerà mai.
Che non gli spedirò mai.
Per non lasciare che il tempo metta la parola fine su ogni singola goccia di vita che è ed è stato parlare con Vatanen.
Con calma.
Questo è il mio lucido guardare una persona che adoro in modo indescrivibile, senza avere mai incontrato.
A cui sono legata, nonostante non desideri incontrarla.
Solo ascoltare, quando una breccia si apre.
Sempre più raramente.
Sospendendo tutto ciò che so, che mi è stato insegnato, che ho imparato dalla vita, che sono le mie regole, che è tutto ciò che io sono.
Per capire Vatanen.
Non c’è data a queste lettere.
Sono datate da una parola.
E un’ora del giorno.
Ogni lettera è una parola.
E un’ora del giorno.
Una goccia.
Teorizziamo la vita come un grande vaso colmo di acqua.
Una piccola fessura che, goccia a goccia, lo vuota.
Se si lascia che le gocce si perdano, solo aridità e nulla.
Se si raccolgono, in una ciotola, allora avremo tutto il nostro passato, per il presente e per accogliere il futuro.
Le lettere.
“Sai perché sono qui? Per parlare con te. Per ascoltare te”.
20:42
Strabiliante
E’ molto macchinoso per me provare emozioni.
Quasi apatica, il dolore per la morte, la rabbia per l’insuccesso, la devastazione per ciò che succede nel mondo, Il dispiacere.
Soglia emotiva molto alta, mi costano concentrazione.
Non piango spesso né rido spesso.
Tranne quando lego queste cose a te.
O a mio figlio.
Allora rido.
Soffro.
Provo rabbia.
O eccitazione.
E voglia di fare.
Ansia di fare.
Quando immagino che sei tra persone, parole, risa.
O serietà.
Che se ci sei fai la differenza.
L’espressione di vita dei tuoi occhi.
Mi fa bene.
Quella cosa che mi manca.
Sensazioni.
Strabiliante.
E questa parola mi muore in gola quando ti penso e vedo, desolato, buttato su un letto. Tempo da ammazzare e odore rancido di sogni morti.
Annaspare insensato dietro a mulini a vento, esplorando tutti gli abissi della banalità delle chiacchiere dei grandi valori e ideali, che fanno estemporanea singolarità studiata a tavolino, prima della buona notte.
Mio nonno diceva “vedi di non restare lì, unica fessa, col cerino in mano”.
Non compiacere perché sei solo.
Non adulare, perché sei solo.
Non possiamo essere tutto per tutti.
Possiamo provare ad essere fedeli a noi stessi.
Trova la tua calma.
Il tuo senso.
E’ l’unica cosa che ti serve.
Sapere quale sia il tuo posto.
Valutare tanti itinerari.
Sceglierne uno.
Comprare un biglietto e salirci anche su quel treno!
Senza scendere quando questo è in corsa. Lasciando gli altri a governare un viaggio che non era fatto per essere percorso senza di te.
Sono stanca di vederti commiserare te stesso.
Voglio tornare ad ammirarti mentre ti meravigli di te stesso.
Parlando con Vatanen testo di Dirce