AN23061912TG

scritto da Suomiblue
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Testo: AN23061912TG
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Qualcosa non andava.

Intorno a lui il mercato brulicava di vita, e le borse di stoffa che portava erano ormai colme fino all'orlo; stava aspettando in mezzo alla folla che la venditrice dai capelli ricci gli impacchettasse i fiori appena recisi. Un gruppo musicale suonava al centro della piazza, e le note si confondevano sempre più con le voci della folla; ma mentre allungava la mano verso il suo mazzo di fiori con un sorriso, nella sua testa risuonavano già campanelli d'allarme.

Sembrava una giornata piacevole, eppure ogni volta che svoltava un angolo oppure urtava qualcuno, era come se altri occhi gli stessero bruciando sulla nuca. Controllò il suo respiro, e scoprì che era perfettamente normale. Mentre si faceva strada tra le bancarelle del mercato, avvistò alcuni bagni chimici e si mise in fila, cercando di mantenere la calma. Quando finalmente riuscì ad entrare, chiuse gli occhi e fece un rapido controllo: nessuna funzionalità appariva anomala. Tuttavia, con i circuiti sensoriali così iperattivi quel giorno, decise che la cosa migliore fosse un riavvio leggero. Immobile nel bagno, con i fiori che spuntavano dai bordi delle borse, lasciò che la sua CPU si riavviasse.

Alcune funzioni inizialmente si bloccarono, ma dopo un paio di secondi tutte ripresero a funzionare regolarmente, uniformando l'utilizzo della memoria. Tempo di risposta inferiore a un secondo, simulazione respiratoria a una frequenza di quattordici respiri al minuto: niente fuori posto. Rilassò le spalle e tirò lo sciacquone: non ci sarebbe stato modo di distinguerlo da chiunque altro. Impossibile. Uscì dal bagno chimico cercando di scacciare quella sensazione di inquietudine. Forse era il momento di lasciare il mercato.
Percorse la strada a passo tranquillo, attento a non sembrare frettoloso. Dopotutto, era meglio non apparire paranoico: non ci sarebbe stato motivo per un uomo che si recava al mercato in una bella mattinata per pensare di essere seguito. Perchè lasciare che un pensiero del genere gli rovinasse la giornata?

Nel dubbio, fece una deviazione sulla via del ritorno verso il suo appartamento, fermandosi al vivaio locale per comprare una sansevieria. Finalmente, potè accelerare il passo verso il suo condominio; cercò di convincersi che la ragione fosse solo quella di sistemare subito la nuova pianta, ma sapeva che in realtà ad inseguirlo era la paura.
Il portiere lo salutò non appena varcò la soglia, ma fu solo quando raggiunse il suo monolocale al terzo piano che si rilassò. Una vicina lo salutò con la mano nel corridoio; lui le sorrise di ricambio mentre apriva la porta. Una volta dentro, lasciò cadere le borse a terra e mise la sansevieria sul davanzale. Poi si appoggiò al muro e si prese la testa tra le mani: le sirene d'allarme suonavano più piano, ora che era dentro. Al sicuro. Il suo condominio era il posto più sicuro in cui potesse trovarsi. Allora perchè le sirene non erano scomparse del tutto?

Qualcosa al mercato doveva essere andato storto, qualcosa che i suoi sistemi logici avevano percepito come pericoloso. Ci sarebbero volute ore per analizzare tutti i dati e scoprire cosa avesse innescato il problema. Sapeva che non sarebbe riuscito a rilassarsi finchè non l'avesse trovato. Perciò, con molta apprensione, avviò lo script per individuare l'elemento scatenante.
Mentre il programma scorreva, scartò il mazzo di fiori, prese una confezione di fertilizzante per piante e un vaso, lo riempì d'acqua, aggiunse il fertilizzante e dispose i fiori. Poi prese l'annaffiatoio e si mise ad annaffiare le piante: prima la pianta di ficus, Henry. Poi Roberta, la felce di Halifax. Poi i vasi di lavanda e menta, Lyla e Ginger. Ogni fiore aveva un nome, proprio come lui.
Intanto il programma gli scorreva nella testa, elaborando tutti gli audio del suo viaggio e segnalando eventuali frammenti interessanti. Finora, nessuno si era distinto per importanza. Rovesciò l'annaffiatoio su Susy, il giglio, proprio mentre sentiva rimbombare dei colpi alla porta. Lo scanning si fermò all’improvviso.

Non aspettava visite.

Si diresse con cautela verso la porta, facendo attenzione a non provocare scricchiolii sul pavimento di legno. Arrivato alla porta, si fermò leggermente di lato, sporgendosi appena per guardare attraverso lo spioncino.
Una donna, sembrava un'operaia in tuta e cappellino, stava in piedi davanti alla porta. Guardava lungo il corridoio, mentre tamburellava con un dito sulla cassetta degli attrezzi. L'allarme interiore era tornato a suonare. La donna bussò di nuovo.
Non vedeva molta scelta. “Chi è?” chiese da dietro la porta.
La donna rivolse la sua attenzione alla porta. "Elettricista. La signora Linda mi ha avvisato che ci sono dei fili elettrici rotti nell'appartamento sopra il suo. Ho bisogno di accedere alla sua soffitta."
La signora Linda? Di solito era la padrona di casa ad avvisare in caso di lavori, ma se si trattava dell'appartamento sopra il suo, forse non lo sapeva, e non voleva certo disturbare la signora Linda con le sue paranoie. Con la schiena irrigidita dall'allarme, aprì la porta.

Un bagliore accecante gli investì gli occhi, e sentì una scarica elettrica attraversargli il corpo, sovraccaricando i suoi circuiti. Il mondo svanì in un nulla bianco e incandescente.

 

I primi sistemi a riavviarsi furono i suoi sistemi logici. Era stato colpito da un'arma a impulsi. Era in pericolo.
Per prima cosa, esaminò le sue capacità motorie: si accorse che braccia e gambe non rispondevano ai comandi. Erano ancora attaccate, ma i movimenti erano limitati. O era immobilizzato, oppure il suo aggressore sapeva come manipolare i droidi.
I suoi microfoni erano di nuovo online. Sentì il suo aggressore aggirarsi per l'appartamento; anche le sue corde vocali erano tornate a funzionare, ma esitò a parlare finchè non fosse riuscito a vedere con chiarezza. Lentamente tutti gli altri sistemi si attivarono, ma sapeva che le sue telecamere oculari sarebbero state le ultime a caricarsi. Rimase immobile, pur sapendo di non poter fingere di essere privo di sensi: a lei sarebbe bastato ascoltare in silenzio per sentire il lieve ronzio nel suo petto. Il battito del suo cuore di androide.
Quando anche i suoi sistemi oculari tornarono operativi, aprì le palpebre: il suo aggressore sedeva di fronte a lui, armeggiando con un…

Oh no. Un monitor esterno.

Aprì gli occhi e si raddrizzò il più possibile: sentì il collo scricchiolare leggermente. Un senso di terrore gli percorse la schiena. Mentre lui era privo di sensi, lei aveva estratto quel monitor.
"Avanti", disse. "Dammi il tuo numero di serie."
Lui strinse le labbra e non disse nulla.
Lei sospirò. “Ascolta. Hai trovato un modo per cancellare il tuo numero di serie, il che, devo ammetterlo, è ingegnoso. Ma non vengo pagata profumatamente per niente. Potrei hackerarti e trovarlo da sola. Semplicemente, preferirei evitarlo.”
La fissò. In attesa.
"Sai perchè sono qui, vero?" chiese lei.
Lui annuì.
"Perciò saprai chi mi ha mandato. Ecco perchè preferirei non hackerarti. Quindi, dammi quel numero di serie."
“Non sei obbligata a farlo”, sussurrò.
“Beh, in un certo senso sì…”, disse lei, strofinandosi la fronte, “Mi hanno pagato la metà in anticipo.”
“Io sono…” Esitò, rimuginando sulla parola prima di lasciarla uscire dalle labbra. “Io sono senziente.”
Lei alzò gli occhi al cielo. "Certo, e io sono la Regina d'Inghilterra."
“Cosa ti hanno detto che sono?” chiese, cercando di non lasciare trasparire il panico nella sua voce.
“Un droide spia”, disse lei, tirando fuori dei cavi dalla borsa, “quindi sapevo che avresti mentito. In fondo, è il tuo compito.”
Era in trappola: niente di quello che avesse detto avrebbe fatto la differenza. Lei era lì per riportarlo indietro e non si sarebbe fermata.
“Per favore”, disse, “per favore, sono davvero senziente, è per questo che mi danno la caccia, è per questo che io...”
"Oh, sta' zitto. Sono qui solo per il tuo numero di serie."
“Per favore, ti prego, non sono una spia, io sono solo un archivista…”
"Beh, immagino che non abbia senso continuare così. Buonanotte, amico," disse lei.
Le sue mani strinsero i cavi avvolti intorno al collo, e il mondo si fece buio.

 

Sheryl digitò alcuni comandi sul monitor mentre il droide si accasciava. Finalmente. Non aveva mai eliminato droidi spia prima d'ora, ma il modo in cui parlavano era inquietante. Quasi umano. Quel "per favore" fu ciò che la colpì davvero: i droidi governativi erano davvero evoluti.
Il numero di serie comparve sullo schermo. Tirò fuori il suo contratto per confrontarlo: corrispondenza perfetta. Cancellare il suo numero di serie era stata una mossa intelligente, ma lei aveva lavorato come meccanica di droidi in passato: un piccolo stratagemma non le avrebbe impedito di ottenere le informazioni di cui aveva bisogno.
Il compenso che il governo era disposto a pagare per il lavoro era davvero alto. La parte più difficile, a dire il vero, era stata trovarlo; di solito i droidi ribelli cercavano di scappare o di autodistruggersi. Non compravano fiori freschi al mercato né tenevano un appartamento ben arredato. Questo, invece, era crollato a terra dopo aver aperto la porta e aver detto "per favore".

Che tipo di programmazione spingeva un droide a prendersi cura delle piante? Il contratto diceva che era un droide spia: venivano forse progettati per mimetizzarsi? Di certo dare una sbirciatina al codice sorgente non avrebbe fatto male.
Digitò un comando per visualizzare il codice dei sistemi logici. Lo schermo lampeggiò. "Comando non trovato." Strano. Provò un altro comando, uno che funzionava per la generazione precedente di droidi. "Comando non trovato." Davvero strano. Nelle informazioni di sistema individuò il numero di modello: AN23061912TG.
Accidenti. AN? Era davvero vecchio. Non sembrava un droide spia. E cosa poteva significare quel TG?
Le ultime parole del droide le risuonarono nella mente. "Sono un custode di archivi."
Un robot, vecchio di almeno quindici anni, di fabbricazione governativa, poteva mentire? Non avrebbe dovuto avere una programmazione che glielo permettesse: i custodi di archivi memorizzavano informazioni, non dovevano simulare emozioni o mentire. L'avevano mandata a dare la caccia a un droide spia, ma questo robot sembrava davvero un archivista. Un custode di archivi che teneva una vera e propria giungla di piante sul davanzale, faceva la spesa al mercato e le aveva chiesto di risparmiargli la vita…

Non si stupì che il governo avesse mentito: ma questa volta si era imbattuta in qualcosa di particolare, ne era sicura.
Il monitor sul pavimento lampeggiava. Lei allungò una mano, con le dita tremanti, per vedere cosa fosse apparso sullo schermo, ma invece di un comando era comparsa una sola frase:
Per favore...
Sheryl fece un respiro profondo e digitò in risposta:
Che cosa?
Ogni lettera che appariva sembrava pesante, affannosa:
Le mie piante. Moriranno, se mi uccidi.
Sheryl si morse il labbro, sentendo il sudore imperlarle la fronte.
Per favore, lasciale nell’ingresso per la signora Linda. Non voglio che muoiano.
“Oh, al diavolo”, disse, alzandosi in piedi. Poi iniziò a camminare avanti e indietro per la stanza.

 

I primi sistemi a riattivarsi furono i suoi sistemi logici: era ancora vivo. Lei non lo stava più hackerando. A parte questo, la sua coscienza di ciò che stava accadendo era spaventosamente confusa. Aveva pensato che non sarebbe mai più riemerso; provò quindi un certo sollievo nel poter pensare di nuovo con la propria testa.
La voce di Sheryl. "Puoi sentirmi?"
La sua funzione vocale era di nuovo attiva. "Ti sento."
Poteva anche sentirla spostare oggetti, avanti e indietro per il suo appartamento. Aspettò con ansia che i suoi sistemi di telecamere si riattivassero, mentre muoveva le dita dei piedi. Stringeva e allentava i pugni. Le sirene d'allarme si erano spente, ora rimanevano solo la speranza e lo stupore per la sua capacità di muoversi di nuovo, di pensare di nuovo. Era stato risparmiato.
Quando i suoi mezzi visivi furono ripristinati, aprì gli occhi e vide metà del suo appartamento stipato di valigie in mezzo al soggiorno.
“Cosa stai facendo?” le chiese.
“Non puoi restare qui”, disse Sheryl. “Se ti ho trovato io, ti troveranno anche altri.”
"Mi lasci andare?"
“Nessun droide archivista può mentire. Né possiede una volontà così forte da poter comunicare mentre viene hackerato”, disse indicando con un gesto della mano i fiori che adornavano la finestra. “E nemmeno si prende cura delle piante.”
“Quindi mi credi.” Tentò di alzarsi, ma il suo corpo cedette. Lei gli fu accanto in un istante, aiutandolo ad appoggiarsi al muro.
“Ti ho solo hackerato, ma sei vecchio. Potrebbe volerci un po' di tempo per riprenderti. Ora, se vuoi un consiglio, hai bisogno di altri ritocchi. La tua pelle è troppo perfetta, e poi non ti agiti mai: è così che ti ho riconosciuto in mezzo alla folla. È evidente che ti sei sottoposto a qualche intervento da quando sei scappato, quindi immagino che tu sappia come procurartene altri.”
Lui annuì in silenzio, mentre lei infilava il kit di riparazione in una tasca della valigia.
"E un'altra cosa: non lavorare più nella contabilità. So che vuoi usare le tue competenze di archivista, ma forse potresti applicarle a qualcos'altro. Tipo, non so, lavorare in biblioteca o qualcosa del genere. Assicurati solo di commettere errori, ogni tanto. E prenditi un giorno o due di malattia. Ti farebbe sembrare più umano."
Lui rimase in piedi, tremante, mentre la aiutava a finire di fare le valigie. Quando ebbero finito, Sheryl rimase in piedi in mezzo al soggiorno.
“Mi prenderò cura io delle tue piante per qualche giorno”, disse. “Poi le porterò alla signora Linda.”
Lui annuì con la testa, guardando le sue piante. Henry, Roberta, Susy. Ginger e Lyla. Poi rivolse lo sguardo a Sheryl. "Tu starai bene?"
I suoi occhi si spalancarono. Poi scoppiò a ridere. “Sì, tranquillo. So come uscire dai contratti, non ti preoccupare.”
Lui si voltò per andarsene, ma una domanda lo bloccò sulla porta.
"Come ti chiami?" chiese Sheryl. "Qual è il tuo nome?"
"Alan," rispose lui. "Come il mio numero di modello."
“Alan. Certo.” Annuì. “Fai attenzione, Alan. Ti prego.”
Alan sorrise e uscì dall’edificio, scomparendo nella notte, nuovamente libero di provare a vivere.

Chissà, magari questa volta avrebbe potuto aprire un negozio di fiori.

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