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Il tuo gatto è dentro il mio giardino.
Non era una frase d’amore.
Non era una minaccia.
Non era una metafora.
Era una fenditura.
Un sussurro che incrina il vetro del mondo.
“Il tuo gatto è dentro il mio giardino.”
Una verità semplice, che rovescia ogni certezza:
che il giardino appartenga a qualcuno,
che il gatto abbia un padrone,
che esistano davvero confini tra l’interno e l’esterno.
Il giardino non è rifugio. È soglia.
Luogo esatto dove l’essere si espone all’altro.
Al possibile.
All’ignoto.
Lo si crede ordinato, addomesticabile.
Ma è solo un velo,
una preghiera per contenere il caos.
Poi accade.
Un gatto attraversa il giardino.
Non chiamato.
Non previsto.
E allora tutto cambia.
Il giardino non è recinto, ma passaggio.
Ciò che lo attraversa è eccedenza.
Un dono che sfugge al calcolo.
Una visita che non chiede permesso.
Il gatto non è ospite.
Non è invasore.
Forse non è neppure un gatto. È l’enigma dell’essere quando cessa di difendersi.
Quando si lascia attraversare.
Così anche le idee.
Così anche le persone.
A volte un’altra presenza varca il limite,
si inscrive nell’anima,
lascia orme nel cuore del giardino.
Non sai mai quale gatto entrerà,
né da quale lato giungerà l’idea.
Le migliori arrivano da dove meno te lo aspetti:
da una ferita,
da un sogno,
da una strada che non volevi prendere.
Quando il gatto non entra,
il giardino si inaridisce.
La luce si fa cenere.
Resta solo un recinto di polvere.
Ma se anche solo per un istante qualcosa attraversa…
Allora tutto torna a pulsare.
Il tuo gatto è dentro il mio giardino.
Forse non è tuo.
Forse non è mio.
Forse è l’eco viva di un incontro che non finirà mai.
E da quel giorno niente è più stato mio.
Eppure tutto mi è sembrato vivo.