Paul ebbe un’epifania, ripensando a Genevieve, cercò di dire subito qualcosa, ma tossì. Il sangue gli macchiò la bocca.
Alla fine riuscì ad articolare «Lei non… voleva che tu ti punissi così.»
«Non sai di cosa parli.»
«Forse no,» disse il ragazzo, «ma ho sognato quella donna, Telonius. Non mi ha detto il suo nome, ma aveva un vestito come quello che hai descritto tu. Mi ha detto che ti amava. Che ti aveva perdonato. Che volevi morire, ma Dio non vuole più morti, vuole vivi che imparino. Mi ha detto che non dovevo avere paura»
Telonius lo fissò come se il mondo si fosse spaccato.
«L’hai… vista?»
Paul annuì, gli occhi lucidi. «Mi ha anche detto che devi perdonarti. E ritrovare la fede.»
Telonius si immobilizzò.
«Cosa?»
«Ha detto di perdonarti per l’incidente. E di tornare a credere in Dio. Genevieve. Era lei, vero?»
Il CEO sentì il mondo fermarsi. Le sirene sparirono. Il sangue, la città, tutto. Solo quella voce, fragile e sincera.
«Come… com’è possibile?»
«Non lo so con certezza. Forse lei non se n’è mai andata del tutto.»
Telonius abbassò la testa, il respiro spezzato da un singhiozzo che non voleva uscire. «Non merito perdono.»
«Nessuno lo merita. Ma a volte lo riceviamo lo stesso.»
Fu come se una mano invisibile avesse tirato via il peso dal petto del CEO. Restò fermo, incapace di respirare. Poi la voce gli uscì bassa, quasi un ringhio:
«Lei è morta tra le mie braccia, eppure riesce ancora a parlarmi attraverso te.»
Il silenzio li avvolse. Il mondo esterno, le sirene, il sangue, tutto sembrava lontano.
Paul sorrise, debolmente. «Allora… non farmi morire invano. Fai qualcosa di buono con quello che ti resta.»
Telonius gli strinse la mano. «Te lo prometto.»
«E smettila… di credere che Dio ti odi.»
Poi la voce di Paul si spense, come una candela nel vento. Sorrise appena, poi il suo corpo si rilassò. Le palpebre scesero lente.
Il battito cessò.
Telonius restò inginocchiato accanto a lui, le mani che tremavano ancora sporche di sangue. Gli chiuse gli occhi e li fissò con del nastro, per evitare che si riaprissero, un’ultima forma di rispetto, e onore, al ragazzo.
Pregò di nuovo. Non per cancellare il passato, ma per poterlo guardare in faccia.
Telonius restò fermo, le mani sporche di rosso strette su quel petto immobile. Per un momento, il mutaforma più potente del mondo pianse come un bambino.
Funerale di Paul James – Graceland Cemetery – due settimane dopo
Pioveva fine, quasi gentile. Le gocce scendevano lente sulla lapide lucida, lavando via la polvere.
Telonius, in giacca nera, teneva un mazzo di iris barbute. Le stesse che Genevieve amava, le stesse che aveva sul balcone del loro attico il giorno prima di morire.
Davanti alla tomba, accanto al nome di Paul, c’era una piccola cornice: la foto di Genevieve.
La pelle chiara, i capelli raccolti, un sorriso appena accennato. Quel tipo di sorriso che ti fa credere che esista ancora qualcosa di puro al mondo.
Telonius si chinò, e posò i fiori. «Perdonami. Grazie per avermi ridato ciò che avevo perso.»
Restò lì, immobile, la pioggia che gli cadeva sul viso come lacrime di qualcun altro.
«Mi hai restituito la fede,» sussurrò. «Sia in Dio che negli esseri umani. D’ora in poi… vivrò servendo qualcosa di più grande di me.»
Si alzò, guardò la città in lontananza, luci che sembravano stelle artificiali.
Per un attimo gli parve di vedere una figura tra la nebbia, una donna con un vestito azzurro. Non si mosse, non parlò. Ma il modo in cui lo guardava bastò.
Telonius sorrise.
Poi voltò le spalle alla tomba e camminò via, nella pioggia.
Ogni passo più leggero del precedente, come se finalmente stesse tornando a essere umano.
Camminò fino al cancello del cimitero. Le auto scorrevano lente sull’asfalto lucido, e ogni faro rifletteva per un secondo l’immagine del vestito di Genevieve che si dissolse come un fantasma d’acqua.
Telonius infilò le mani nelle tasche, sentì il freddo del metallo della fede che portava ancora, deformata dall’incidente. La rigirò tra le dita. «Questa volta non la perderò.»
Sul sedile dell’auto c’era il taccuino di Paul. L’aveva tenuto lui, durante le indagini. Pagine fitte di disegni e note: schemi di sicurezza, calcoli, e — tra una formula e l’altra — pensieri.
Ne lesse uno a caso:
“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.”
Chiuse il quaderno, lo posò sul cruscotto.
Fuori, la pioggia rallentava.
Telonius guardò il proprio riflesso nello specchietto retrovisore. Per un istante vide il volto di Paul al posto del suo. Poi scomparve.
«Non sprecherò il tuo sacrificio,» disse piano. «Né il suo.»
Accese il motore. La radio gracchiò. Una voce annunciò che la Craigs Industries aveva sospeso tutte le operazioni del Project Mirror.
Telonius spense. Non servivano più voci.
Si mise in marcia, lasciandosi dietro il cimitero e la città. L’orizzonte si apriva, grigio e infinito.
E per la prima volta da anni, il CEO che aveva sfidato Dio smise di sentire il peso del proprio nome.
Poche ore dopo, in una stanza buia al settantasettesimo piano, una telecamera di sicurezza restò accesa per errore.
Il sistema, ignorando i protocolli, avviò un backup automatico del Project Mirror.
Sul monitor, due figure: Telonius e Paul, mescolate, indistinguibili.
Il video lampeggiò, poi si spense.
Genevieve gli riapparve un’ultima volta, in sogno, quella notte. Non più nel vestito da ballo, ma in un abito semplice, bianco.
«Ti ho detto di perdonarti,» disse.
«L’ho fatto,» rispose lui.
«Allora vivi.»
Quando si svegliò, era come se quelle parole gli fossero rimaste tatuate nell’anima. Il sole filtrava dalle tende, e la città era finalmente silenziosa.
Telonius, accostò le labbra all’anello nuziale, chiuse gli occhi, lo baciò con devozione, poi si alzò, prese un foglio bianco e scrisse:
“Project Mirror – Cancellato.
Nuova iniziativa: Fondazione Paul James.
Obiettivo: guarire, non replicare.”
Lo firmò con il suo nome vero. Non il CEO. Non l’uomo che giocava a fare Dio.
Solo Telonius, l’uomo che aveva imparato a credere di nuovo.