Il Carillon Incriminato

scritto da Taby-Saby
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Testo: Il Carillon Incriminato
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L'ispettore Rossi detestava gli oggetti fragili. Prediligeva le prove tangibili, le impronte digitali nitide, le confessioni urlate. Eppure, si trovava nel salotto polveroso di Villa Malaspina, lo sguardo fisso su un carillon d'argento, l'unico oggetto rimasto intatto dopo il presunto "incidente" del Conte Alvise. Il carillon, un pezzo d'epoca francese risalente al tardo Ottocento, era posato sul comò di mogano. Era di piccole dimensioni, decorato con scene pastorali finemente incise. La vittima, Alvise, era caduta dalle scale, ma la famiglia insisteva sulla tesi di un tragico scivolone. Rossi, tuttavia, aveva notato che il carillon era chiuso, cosa insolita per Alvise, noto collezionista di meccanismi musicali, che amava lasciarli suonare. "È sempre stato lì," mormorò la cameriera, tremando leggermente. Rossi lo prese con un fazzoletto di seta. Era stranamente pesante. Lo girò, cercando il meccanismo di carica. Trovò una piccola chiave laterale. Esitò, sapendo che forzare un oggetto così prezioso poteva distruggere prove forensi, ma la sua intuizione gridava che la verità era racchiusa in quelle note. Girò la chiave. Un clic secco, seguito da una melodia sorprendentemente limpida, quasi infantile. Era un valzer leggero, ma Rossi notò subito una cosa: il meccanismo si bloccava dopo il quarto giro esatto della melodia, prima di ricominciare. "Quattro giri," pensò Rossi. Chiamò il tecnico di laboratorio. Dopo un'ora di lavoro meticoloso, il tecnico riuscì a smontare il fondo del carillon, rivelando un compartimento segreto, nascosto dietro il cilindro musicale. All'interno non c'erano gioielli, ma una singola fiala di vetro, quasi invisibile, contenente un residuo oleoso. L'analisi chimica successiva fu rapida e brutale: il residuo era un potente rilassante muscolare, somministrato in dosi minime. Il Conte Alvise non era scivolato; era stato paralizzato proprio mentre si trovava in cima alle scale. Il carillon non era solo un oggetto da collezione; era il distributore silenzioso e programmato del veleno. Rossi capì il meccanismo: il colpevole aveva caricato il carillon, sapendo che Alvise, per abitudine, lo avrebbe avviato. Il rilascio del veleno era sincronizzato con la fine del quarto giro della melodia, il momento in cui Alvise si sarebbe alzato per spegnerlo o riavvolgerlo, trovandosi così in una posizione vulnerabile in cima al gradino. L'oggetto, apparentemente innocuo, era l'arma perfetta, incriminato dal suo stesso suono.

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