Tempo d’autunno. Non vi era pioggia d’acqua, se non il minaccioso ammantarsi delle grigie nuvole nel cielo d’ottobre. La timida danza di foglie morte che si esibiva nel secco bosco, era lo scenario ideale per un regista del giallo. La ragazza raggiante come il sole che avrebbe dovuto brillare alto nell’aria, tracciava una scia di felicità nella sua corsa verso il cortile dal recinto di pietra. I suoi capelli, infinite corde di un’arpa che sebbene distrutta continua a suonare, fluttuavano raggianti, e il sorriso di colei che aveva nell’animo la gioia, era come la visione di una perla nell’oceano oscuro. Poco lontano, un ragazzo, immobile come solo uno spaventapasseri dalle membra impagliate sa stare. Corpo di ghiaccio, non riesco a vedere il suo viso, solo lei può. Capelli scuri, alla spalla questo è certo, ma il viso si nasconde dietro un’invisibile maschera di freddezza, nessuna emozione; non vi era rabbia né gioia, non un sorriso, nemmeno una lacrima. Egli era lì, immobile, all’apparenza vivo, poiché sulle sue gambe si reggeva, non riuscivo a vedere il suo volto, non ancora. La fanciulla nella sua corsa da dolce bambina, profumava l’aria del suo ultimo regalo di compleanno, rideva perché la vita era bella. Si volta e scorto il giovane lo invita a raggiungerla Il cortile dal recinto di pietra era vicino, l’erba verde attendeva il tocco gentile dei suoi piedi. Il ragazzo non si mosse, il suo volto di ghiaccio osservava, null’altro. Al fine della corsa, ella si guardò intorno, era innamorata. Nel profondo, oltre la candida maglia dal color delle fiamme, il suo cuore batteva per qualcuno, batteva forte, ancora e ancora. Gli occhi della vita s’alzano nuovamente e chiamano il ragazzo; egli non si muove. Un cuore raggiante, il fiato affannato per la corsa, la pelle divenuta calda per il sudore, e il sorriso di una piccola dea. Il ragazzo si muove, vedo il suo volto. Gli occhi degl’inferi, lo sguardo deciso, le gambe lo spingono velocemente verso di lei. Lei ride, una risata che viene dall’anima, il suono che viene fuori dalle sue labbra è una melodia di purezza, perché lei ama, la vita… lui, lui, lui continua a correre,con il respiro di un lupo a caccia di preda e il vapore gelido che i suoi polmoni sprigionano nell’aria. Ella ancora sorride e osserva, osserva curiosa la polvere che si alza da sotto quell’umana locomotiva. Il sorriso si trasforma, le sue labbra si interrogano, gioia o timore, son queste le domande. Egli è vicino, ancora più vicino, il cortile dal recinto di pietra resta a guardare. Poi di colpo, è solo terrore. Una belva impazzita s’avventa su una lepre indifesa, una bestia mansueta, troppo docile per capir che la morte è nell’aria. Il ragazzo assaggia la carne, sente su di se il regalo di compleanno della bella fanciulla. Lei ha paura, è anche confusa, non sa cosa dire non sa cosa fare, non un urlo non un gemito, solo terrore. Il vapore della bestia sul suo viso è quasi tangibile, sente la bestia dentro di sé, una volta e poi ancora. Il bosco è in silenzio, persino il vento teme la bestia, il recinto di pietra resta a guardare, mentre ora violenta cade la pioggia dall’alto del cielo. L’animale è sazio, con la lingua si pulisce la zampa intrisa del tiepido sangue, quindi si alza. Il ragazzo dal volto di ghiaccio guarda lontano, il suo fuoco si è spento, si volta verso la fanciulla giacente su un letto di fango, la maglietta color delle fiamme non ricopre più il cuore sereno, un lurido cencio su un corpo distrutto. Lo spaventapasseri dalle membra impagliate prende vita e se ne va. La ragazza è pallida in viso, spenti i suoi occhi, le corde dell’arpa non suonano più. Perché ancora tremava? Il ragazzo era andato via, forse il terrore persisteva nell’animo? Non era possibile, il suo animo era stato appena spezzato. Dal cielo arriva un regalo, sul palmo della mano un candido fiocco, ella l’osserva, era neve d’ottobre. Esistono lapidi di marmo, e croci di legno, ma sotto di esse son sempre le stesse carcasse che vanno a marcire.
Neve d'autunno testo di Ettore Baldassarre