Ombre su Millhaven

scritto da Giulis
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Testo: Ombre su Millhaven
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Ombre su Millhaven

Capitolo Uno — La lettera

La lettera arrivò di martedì, come tutte le cose brutte.

Matthew Duncan era seduto al bancone del Blue Moon Diner, nella città di Reno, con una tazza di caffè freddo davanti e niente altro. Aveva quarantadue anni, una giacca che ne dimostrava almeno cinquanta, e il tipo di faccia che la gente tende ad evitare sui mezzi pubblici. Non per via della cicatrice sul mento — quella era piccola, quasi elegante — ma per via degli occhi. Occhi che avevano visto troppe cose e si erano stancati di fingere il contrario.

La cameriera — una ragazza bionda con le trecce e le scarpe da ginnastica bianche — si avvicinò con la caffettiera. Matthew coprì la tazza con la mano.

«Qualcosa altro, signore?»

«Un modo per perdere la memoria», disse lui. «Ma suppongo che non ce l'abbiate.»

La ragazza sorrise con la pazienza di chi è abituata ai solitari del mattino e sparì dietro al banco. Matthew rimase a fissare il vapore che saliva dalla tazza del vicino, pensando a niente di preciso, che era il suo sport preferito da quando aveva smesso di lavorare.

Fu allora che il proprietario del locale posò la busta sul bancone davanti a lui.

«Qualcuno l'ha lasciata ieri sera», disse l'uomo con voce piatta, come se consegnare lettere misteriose fosse la parte meno interessante della sua giornata. «Ha chiesto di darla a un uomo alto, con gli occhi chiari, che viene qui ogni mattina. Suppongo che lei sia quel tale.»

Matthew non toccò la busta subito. La guardò. Era bianca, semplice, con il suo nome scritto in stampatello ordinato — MATTHEW DUNCAN — come se il mittente avesse avuto tutto il tempo del mondo e nessuna intenzione di farsi riconoscere dalla calligrafia. Niente francobollo. Consegnata a mano.

Aprì la busta con il coltellino che teneva sempre in tasca — un'abitudine da detective, una di quelle che non se ne vanno — e sfilò il foglio.

Poche righe. Stampatello, anche qui.

So chi sei. So cosa ti hanno fatto. So cosa è successo davvero quella notte a Millhaven, sei anni fa. Se vuoi la verità, torna. Non hai molto tempo. Loro nemmeno.

Matthew rilesse il messaggio tre volte. Poi lo piegò con cura e lo rimise nella busta.

Millhaven. Non aveva detto quel nome ad alta voce da sei anni. Non lo aveva neanche pensato troppo spesso, almeno così si raccontava. Era una cittadina nel Missouri, piccola abbastanza da conoscere il nome del tuo cane, grande abbastanza da nascondere i cadaveri. Lui ci era cresciuto. Ci aveva lavorato. Ci aveva creduto.

E poi Roy Carver — il suo collega, il suo amico, l'uomo che aveva tenuto il suo discorso al matrimonio di terza elementare in modo figurato, il solo di cui si fidava — lo aveva incastrato. Una pistola sparita, una firma falsificata, un testimone che aveva improvvisamente una memoria straordinaria. Matthew era stato sospeso con disonore in ventiquattro ore. In una settimana, Millhaven aveva già deciso chi era.

Non era tornato.

Fino ad oggi.

Lasciò un dollaro sul bancone — abbondante per il caffè, generoso per il disturbo — e uscì nel sole bianco del mattino del Nevada. L'aria sapeva di benzina e polvere. Una Buick rossa passò lentamente, con Elvis Presley che gracchiava dalla radio aperta.

Matthew Duncan rimase fermo sul marciapiede per un lungo momento. Guardò la busta. Guardò la strada. Poi aprì la portiera della sua Ford grigia, infilò la chiave nel quadro, e puntò verso est.

Verso Millhaven.

Ombre su Millhaven testo di Giulis
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