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Come spesso mi accade, qualche giorno fa mi è capitato di avere a che fare con la solita accusa secondo la quale la narrativa nera, e l’horror in particolare, “rovina la testa alla gente”.
Già ho scritto che, secondo me, il vero quesito sia se la narrativa, o forse qualunque forma di finzione, abbia un effetto mimetico o catartico e non starò a ripetermi.
Nel caso specifico la tesi della controparte era tuttavia più circostanziata, anche se ovviamente non originale (è una vita che sento ripetere sempre le stesse cose). L’interlocutore sosteneva che non ci sono più le “belle favole di una volta alla fine delle quali tutti vivono felici e contenti” e, in seconda battuta, che la rappresentazione delle parti paurose è troppo cruenta.
Sono riuscito a trattenermi dal dire che mi farò una T-Shirt con sopra scritto “abbasso il lieto fine” e vi risparmio tutti i discorsi sulla versione originale (per quanto possa essere difficile individuarla), delle fiabe più popolari come Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola ecc perché in rete potete trovare tutte le informazioni che servono.
Riporto però una storia – una di molte – che mi hanno raccontato anni fa come veniva narrata anni prima, intorno agli inizi del XX secolo.
Dovete immaginarla raccontata d’inverno nelle stalle, da qualche parte della Pianura Padana, alla luce fioca di un lume e in compagnia delle bestie che, non essendo le case riscaldate, erano l’unico termosifone a disposizione (la legna, mi chiederete? Non era poi così facile procurarsela: i boschi erano spesso proprietà privata). Le donne filavano o rammendavano, gli uomini facevano altri lavoretti. Tutti chiacchieravano e il fiato si condensava nell’aria vaporosa e satura dell’odore degli animali. I bambini erano molti perché le famiglie erano numerose e stavano seduti di fronte al narratore. Fuori, un buio che oggi non si vede più perché la luce elettrica arriva ovunque, ma che allora era onnipresente e quasi solido. Se c’era nebbia, e capitava spesso, era come essere immersi dentro una grande spugna scura, con solo qualche buco qui e là da cui s’intravedeva il lume di un casolare e magari un pezzetto di cielo.
«C’era questo giovanotto che tornava a casa tardi dopo aver fatto bisboccia» dice il narratore «tanto che il portone della cascina era già chiuso». Bisogna sapere, infatti, che all’epoca, le cascine avevano un grande portone che a una certa ora veniva chiuso come quello di un castello che teme un assalto nemico. «Era buio proprio come adesso» prosegue il narratore «e per strada non c’era nessuno. Il giovanotto era in mezzo ai campi e camminava su un sentiero, accanto a un fosso, quando a un certo punto sente che qualcuno lo segue. Si volta, ma non vede nessuno. “mi sarò sbagliato”, ma intanto accelera il passo. Però quell’impressione lì rimane. Si volta ancora, guarda in basso e vede un gatto nero che cammina dietro di lui. “Ecco, è solo un gatto” dice, sa che i gatti non fanno rumore, quando camminano, quindi non capisce come ha fatto a sentirlo. E allunga ancora il passo. Vuole allontanarsi dal gatto e non si mette proprio a correre, ma altroché se cammina veloce. Però il gatto gli sta dietro. Lo sente, come prima, e non sa come mai. Pensa che non deve voltarsi, ma alla fine si volta e… zac! Il gatto c’è ancora ed è diventato grande come un cane. Allora il giovanotto comincia a correre e via e via per i campi che è quasi mezzanotte e in giro non c’è nessuno e corre e corre e corre e cerca di non voltarsi, ma ha il fiatone e a un certo punto si volta lo stesso… e il gatto è diventato grande come un cavallo».
Non ho mai saputo come finisse la storia perché non lo sapeva chi me l’ha raccontata. So che ci sono diverse versioni, probabilmente perché ogni narratore ci metteva qualcosa di suo. In un caso l’uomo è un mercante imbroglione, in un altro una ragazza che ha fatto tardi la sera e che ha saltato messa e che si salva rifugiandosi in una chiesa. Sicuramente esistono altre versioni ancora.
La morale della storia è chiara: non si fa tardi la sera, non si imbroglia e non si fa bisboccia, né si salta messa, altrimenti il diavolo o chi per esso viene a prenderti.
Sono i valori della società arcaica, come la definiscono i sociologi, contadina e patriarcale, intrisa di superstizione quanto di religione.
È evidente che si tratta di una storia a tesi: il fine è didascalico perché si vuole che chi la ascolta aderisca a un certo sistema ed è evidente che lo strumento con cui si persegue questo fine è la paura. Come ho già detto, veniva raccontata ai bambini e, come ho cercato di evidenziare, nessuno ci trovava nulla di strano. Era anzi normale che il metodo educativo fosse quello; suppongo che chi se ne intende potrebbe parlare di “pedagogia nera”, in cui l’autorità, anzi la potestà era fondamentale e che non lesinava scapaccioni.
Non sarà forse inutile ricordare che allora non c’erano né radio, né TV né internet e che buona parte della popolazione era analfabeta o semianalfabeta: in molti paesi la scuola elementare arrivava fino alla terza; per frequentare la quarta o la quinta si doveva andare nei centri più grandi.
Fatte le proporzioni, perciò, l’impatto emotivo di queste storie doveva essere simile a quello di un bombardamento di video su TikTok.
Storie simili si sprecavano (potrei fare altri esempi) e credo che possiamo trarne alcune deduzioni.
1) non è vero che una volta le favole terminavano con il lieto fine: la favola consolatoria per bambini come la intendiamo nasce (anche se sempre con fini didascalici) intorno alla metà dell’Ottocento grazie a diversi fattori non ultimo la stampa a rotativa e illustrata che diffonde il lavoro dei favolisti, a cominciare dai Grimm, tra le classi sempre più alfabetizzate. Il trionfo di questo modello avviene con Walt Disney che oggi è spesso considerato politicamente scorretto. Storie come questa, che non approdano alla forma scritta, mantengono i caratteri originari
2) abbiamo una concezione del “buon tempo antico” sicuramente troppo idilliaca e, se oggi dovessimo riportarlo in vita, adotteremmo comportamenti e sistemi per noi del tutto inaccettabili. Probabilmente siamo fuorviati, in questo processo di idealizzazione, da un’idea di “ritorno all’innocenza della nostra infanzia”, ma nulla di tutto ciò è mai realmente esistito
3) l’accusa di “rovinare la mente dei giovani” è tanto vecchia quanto campata per aria. Ora si dice che internet (e/o i videogiochi) rovina le menti dei giovani, una volta lo si diceva della TV – e lo si dice ancora – prima ancora dei fotoromanzi, del cinema, della radio… se tendo l’orecchio mi par di sentire un Cro Magnon adulto che si lamenta con un giovane: “Ah, quando c’erano i Neandertal, quelli sì che erano bei tempi!”. Intendiamoci: ciò che assimiliamo contribuisce a formare la nostra personalità, ma il procedimento è incredibilmente complesso e sempre in fieri. Se le storie “oror de paura” rovinano le menti dei giovani, i nostri nonni o bisnonni, che le ascoltavano e narravano, avrebbero dovuto essere degli psicopatici un po’ Torquemada e un po’ Ted Bundy. Per converso, coloro che sono cresciuti con narrazioni più rassicuranti avrebbero dovuto sviluppare una personalità più armonica ed equilibrata, incline all’inclusione, all’ascolto e alla comprensione. Guardandosi intorno e indietro è evidente che non è così.
Altro argomento, non emerso durante la discussione, ma piuttosto ricorrente, è che molti assassini e psicopatici sono anche appassionati di narrativa nera e horror in particolare. Ergo, è il cortocircuito mentale, quella roba gli ha rovinato il cervello.
La tesi è facile da smontare.
a) il numero di assassini e psicopatici appassionati di horror è trascurabile in rapporto al numero di assassini e psicopatici tout court. La verità è che siamo tutti capaci di azioni orribili che, se guardate da un certo punto di vista, sono completamente prive di senso. Non ci sarebbero altrimenti guerre, rivoluzioni, terrorismo ecc. Perciò, se c’è una parte dell’umanità che frequenta l’horror, c’è anche una fetta molto più consistente, anzi direi la maggioranza, che, semplicemente, lo pratica senza averlo mai fruito come spettacolo o argomento di studio.
b) se le nostre reazioni fossero così rozzamente pavloviane, tutti i fruitori di pornografia sarebbero dei maniaci sessuali, tutti i fruitori di narrativa rosa degli erotomani.
Ma torniamo ai giovani e alle loro povere menti corrotte, non da Socrate, ma dalle storie di paura.
Il cervello dei giovani e degli adolescenti in particolare richiede un confronto, una sfida, reale o immaginaria che sia. È proprio una questione neurologica: fino a una certa età della vita il cervello ha una percezione attenuata del pericolo: per questo i giovani sono, appunto, spericolati e avventati. Se non lo fossero non farebbero esperienze fondamentali per la loro maturazione (e siccome la natura non ha moralità, è strutturata in modo che se uno non sopravvive al pericolo non è adatto a contribuire alla sopravvivenza della specie). Se a un certo punto della crescita fanno delle fesserie o, per rimanere in tema, sono attratti dal macabro e dall’oscuro a diversi livelli, vuol dire che manifestano tale esigenza. Certo, da lontano è bene tenerli d’occhio per evitare che si facciano male sul serio o lo facciano agli altri, ma tenerli sotto una campana di vetro produrrà individui senza difese e inadatti a resistere alle avversità.