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Cara amica, come ormai è routine, oggi ti ho aiutata a scendere dall’ auto, ti ho sorretta fino all’ ingresso, in ginocchio davanti a te, ti ho tolto le scarpe e le calze, ti ho accompagnata in bagno, aiutandoti a espletare i tuoi bisogni.
Ti abbasso i leggins e le mutandine, ti faccio sedere, sei aggrappata a me come un bambino piccolo, ma sicuramente con meno forza.
Ti ho steso il tappetino da yoga e ti ho fatta sdraiare.
Abbiamo iniziato a praticare anni fa, insieme, eri una ragazzina davvero molto bella.
Oggi sei l’ ombra di te stessa. La tua malattia avanza inesorabile. Non le è importato nulla della tua giovane età, dei mandala colorati tatuati sul tuo corpo, delle tue gambe slanciate che ora tremano come foglie .
A volte mi chiedo perché il destino ha scelto te, con tutte le tue idee strane sull’alimentazione, sulle cure, sui farmaci.
Non c’è stato modo di convincerti a curarti seriamente, lasci che la SLA ti prenda pezzo dopo pezzo, hai deciso di non contrastarla. E non sai spiegarmi il motivo.
Non capisco, e poi mi dico, bisogna esserci nelle situazioni, per capire.
Quando ci penso mi sale una rabbia, un dolore, non so, vorrei scuoterti, schiaffeggiarti, gridare ritorna in te.
Ma tu, mi hai detto: per favore, almeno tu, rispettami. Ed io, in silenzio, ti rispetto.
Inevitabilmente mi ritrovo a pensare a quando ti vedevo arrivare in bicicletta, sempre trafelata, coi capelli biondi al vento. La legavi vicino alla mia.
Ora in bicicletta arrivo solo io, leggo nei tuoi occhi la tristezza di quel ricordo e vigliaccamente faccio finta di niente.