Gli amici del ponte

scritto da athos
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 8 anni fa • Revisionato 8 anni fa
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A volte l'arrivo dell'età pensionistica getta nello sconforto. Franco va in crisi, Quarant'anni di lavoro non si dimenticano facilmente, poi con il tempo anche lui troverà qualcosa che lo interessa.
- Nota dell'autore athos

Testo: Gli amici del ponte
di athos

Gli amici del ponte

Franco Piltelli aveva appena finito di pranzare. Si mise subito a rassettare la cucina e a portar fuori la spazzatura. Poi, come d’abitudine negli ultimi quattro mesi, andò in camera e si mise il pigiama. Ritornò in sala, si sdraiò sul divano, dove cominciò a leggere il giornale. Sapeva che di lì a mezz’ora avrebbe avuto gli occhi semisocchiusi e il fiato pesante; a questo punto avrebbe gettato il giornale sul tappeto, tirato il plaid fin sopra gli occhi e avrebbe cominciato a dormire. Un lungo sonno, che sarebbe stato interrotto dalle grida dei bambini del condominio che rientravano da scuola. Come un automa si sarebbe alzato controvoglia, avrebbe preparato un caffè e atteso la moglie al rientro dal lavoro.

Da quando quattro mesi prima era andato in pensione, la sua vita aveva sempre avuto questi ritmi monotoni. Non si era ancora ripreso dall’abbandono del lavoro di assicuratore che lo aveva tenuto impegnato per quarantadue anni. Era stato un uomo tremendamente ligio al dovere, quasi mai un’assenza e con una correttezza più unica che rara. Negli ultimi anni la sua grande esperienza lo aveva portato a essere amico, confidente e anche confessore. I suoi clienti si fidavano ciecamente di lui, essendo ricambiati con una quantità di consigli che neanche un padre avrebbe potuto dare a un figlio. Purtroppo, sin dal primo giorno da pen¬sionato, non aveva rivisto più nessuno. In città, nella frenesia del traffico, gli era capitato di scorgere qual¬che volto conosciuto, ma aveva desistito dal rincorrerlo o semplicemente strombazzare con il clacson in segno di saluto. Ormai era acqua passata e lui doveva guardare al futuro, anche se non aveva ancora capito in quale direzione.
Luciana, la moglie, lo assecondava in tutto, lo spronava a non abbattersi e a cercare qualche interesse. Lui le rispondeva a monosillabi, conscio della difficoltà dell’impresa, per chi aveva sempre scambiato il lavoro come hobby, divertimento e passatempo.
A volte diceva a Luciana che se almeno avesse avuto un nipotino, lo avrebbe potuto accudire, ma la coppia non aveva avuto figli e anche su quel versante non c’era trippa per gatti. Lei gli diceva che due anni dopo sarebbe andata in pensione, e allora sì che se la sarebbero goduta con dei viaggi o delle vacanze al mare.

Una sera Luciana al rientro da casa lo vide sul divano. Dormiva, coperto dal solito plaid. Neanche il vociare dei bambini lo aveva svegliato. Non gli disse nulla, andò in camera a vestirsi con abiti più comodi. Tornando in sala, lo vide che si alzava stancamente, si stirava e si ributtava sul divano. Il plaid era finito per terra, tutto arrotolato in un angolo vicino al muro.
“Franco, Franco bello, Datti una mossa, non puoi passare le giornate a dormire.” Gli disse.
“Sì, sì. Con la primavera mi muoverò di più.”
“Muoviti Franco, sei ancora giovane. Vai al cinema oppure in palestra, ma muoviti!” insistette.
“Promesso, ad aprile comincio a usare la bicicletta e a pedalare. “
“Sì, amore mio, fino alla cima Coppi!” Lo abbracciò un po’ preoccupata.

Quando arrivò aprile, con le giornate che cominciavano ad allungarsi, Franco mantenne la promessa e prese l’abitudine di usare la bicicletta e fare un giro fuori città. Gli faceva bene pedalare tranquillamente per i lunghi viali, per poi voltare in qualche piccola strada e ritrovarsi nello spazio aperto. Un mattino arrivò vicino alla statale e vide una schiera di operai che si stavano cambiando. Si avvicinò alla zona, appoggiò la bicicletta e s’inoltrò nel terreno prospiciente. C’erano altri uomini anziani che osservavano la strada. Chiese a uno di loro cosa stesse succedendo, e quali lavori erano in corso.
“Devono costruire un ponte che scavalcherà l’autostrada. È un nuovo raccordo che collegherà le tangenziali che vanno alla Malpensa.” Gli disse.
“Una grande opera, dovranno bloccare tutto il traffico per tanto tempo. Chissà che casino.” Gli rispose Franco, affascinato da questa prospettiva.
“Ehi amico, sei rimasto indietro. Adesso costruiscono il ponte a mezz’aria, senza bloccare un bel niente. Lo vedrai nei prossimi tempi, il ponte avanzerà poco alla volta sospeso nel vuoto, fino a quando raggiungerà la sponda opposta.” Gli rispose un altro.
“Addirittura! Incredibile. E voi siete sempre qui a vedere?”
“Sì, io mi chiamo Giuseppe e tu?”
“Io Franco.”
Si diedero una stretta di mano. Anche gli altri arrivarono e si presentarono.
“Piacere Alfredo.”
“Io mi chiamo Luigi.”
Si ritrovarono in quattro, intabarrati e infreddoliti perché l’aria serale soffiava fresca.
“Venite qua tutti i giorni?” chiese loro Franco.
“Tutti i santi giorni, dal lunedì al venerdì. Piove, nevica o tempesta, noi siamo qui.” Gi rispose allegro Giuseppe.
“Allora ogni tanto verrò anch’io. Sono da qualche mese in pensione e la giornata è sempre lunga. A volte non so cosa fare.”
“Bravo vieni con noi, ci troverai sempre.”
Franco quella sera li salutò pensando già a quando li avrebbe rivisti. Gli sembravano brave persone, che avevano trovato il loro hobby nel guardare la costruzione di un ponte. Gli venne in mente un soprannome e sorrise a questo pensiero. Per lui sarebbero stati gli amici del ponte.

Il giorno dopo alle due ritornò. Giuseppe, Alfredo e Luigi erano già lì. Franco lasciò la bicicletta per terra vicino alle altre, e si avvicinò al trio.
“Eccolo il Franco, hai dormito bene? Non c’eri questa mattina, noi invece eravamo qui.” precisò Luigi, mettendogli una mano sulla spalla.
“Ho dormito fino alle nove e poi sono uscito a prendere il giornale.”
“Franco, ti dico che noi siamo qui dalle nove del mattino a mezzogiorno e dalle due alle sei. È la nostra giornata.”
“Bene, ora che lo so cercherò di essere più presente. Vi posso chiamare gli amici del ponte?”
“Bravo, ci mancava questo nome.” Era Alfredo il più tosto del gruppo, con la sua giacca a vento viola e verde. I quattro cominciarono a scherzare e a parlare di calcio.

Intanto l’opera proseguiva. Gli operai avevano iniziato a lavorare su un piccolo moncherino e ora si trovavano già sopra la corsia di destra dell’autostrada sottostante. In tre giorni avevano costruito sei metri di ponte. Era la parte più facile, perché ancora vicina al punto di partenza.
Era venerdì e i quattro si salutarono, concordando l’appuntamento per il lunedì successivo. Lo avvisarono che avevano l’abitudine di portare una bottiglia di vino a rotazione. Il giro sarebbe proseguito normalmente e a Franco sarebbe toccato il turno del giovedì successivo.

Ritornò a casa leggermente euforico per la giornata, e un po’ triste perché nel week end non avrebbe potuto vedere i suoi nuovi amici. Si fermò nell’enoteca vicino casa per comprare le bottiglie di vino. Ne parlò con il commesso e scelse due bottiglie di Inferno, due di Sassella, due di Barbera d’Asti, due di Grignolino e due di Bardolino. Pensò anche che se qualcuno avesse avuto qualcosa da obiettare si sarebbe spostato su altre marche.
Luciana quando rientrò a casa, e vide le dieci bottiglie, gli chiese se volesse per caso ubriacarsi. Franco sorrise, e le raccontò la storia degli amici del ponte e di come pensasse di cominciare a frequentarli.
“Non ho molto da fare e con loro scambio quattro chiacchiere.”
“Molto bene, lo vorrei fare anch’io. Bravo il mio Francuzzo.”
Lui era contento di questo e Luciana vedeva di buon occhio che avesse trovato come passare il tempo. L’ufficio, il lavoro, le polizze e tutte le dinamiche psicologiche che aveva affrontato per oltre quarant’anni erano là, in un non meglio precisato pianeta. Avrebbe avuto qualcosa da dire alla moglie la sera, poteva raccontare le storie dei tre amici. Aveva anche cambiato le sue trentennali abitudini. Ora Il pigiama lo metteva solo prima di andare a letto e il giornale non lo comprava più. Gli bastava sentire qualche notizia alla tv per essere informato su cosa succedeva nel mondo di fuori.
Il giovedì successivo fu il suo turno di portare la bottiglia di vino. Pensò e ripensò a cosa scegliere, perché aveva voglia di fare bella figura. Alla fine optò per il Grignolino d’Asti. La giornata era bella, il sole scaldava e lui aveva lasciato la bottiglia fuori tutta la notte per tenerla ben in fresco.
Appena arrivato nel piazzale, li vide già tutti e tre presenti. Stavano discutendo del nuovo pezzo di ponte che durante la giornata sarebbe stato aggiunto. Sembravano tre ingegneri, mancava loro solo il caschetto giallo e quando lo videro, gli fecero subito festa. Gustarono il Grignolino fresco e leggero, e la compagnia assunse toni da baldoria.

Passò una settimana. L’impresa incaricata viaggiava a ritmi solleciti. Il ponte aveva coperto le corsie di destra dell’autostrada sottostante e si ergeva con i suoi spuntoni di ferro a mezz’aria. Le gru agganciavano le pesantissime putrelle e le trasportavano al moncone finale. Poi lentamente calavano il loro pesante carico, e gli operai imbragati in grandi corde metalliche, ponevano il pezzo a incastro. I quattro amici del ponte osservavano con occhio attento, ogni tanto qualcuno toccava il vicino e gli sussurrava un commento e quando il pezzo era perfettamente incastrato, le urla di giubilo arrivavano sino agli operai del ponte che salutavano con ampi gesti delle braccia. Anche per quei ragazzi la presenza dei quattro era diventata un’abitudine, e molto spesso venivano nel gruppo a informarli sulle prossime mosse.
La sera Franco tornava a casa e raccontava tutto a Luciana. Era come un fiume in piena, le narrava dei lavori e delle vite dei suoi tre amici. Lei lo ascoltava attenta e gli faceva delle domande. Forse aveva già intuito tutto il senso del discorso, ma i quesiti che porgeva al marito la facevano sentire bene, vedendolo attento e pimpante nelle risposte.
La bella stagione era arrivata e gli amici del ponte la ringraziarono con due bottiglie di vino, una il mattino e una il pomeriggio. Anche qualche stuzzichino spuntava fuori, portato da Giuseppe che aveva una moglie cuoca.
Il ponte viaggiava veloce, ai primi di giugno aveva raggiunto la sponda opposta.
Franco abbracciò Alfredo. “Cavoli, ti ricordi un paio di mesi fa? Era un piccolo moncherino sospeso a due metri da terra, e adesso guarda che opera!”
“È un ponte della Madonna, caro Franco. Quei ragazzi sono proprio bravi, organizzati e veloci.”
Stapparono la bottiglia di Bardolino e mangiarono delle frittelle alle mele che la moglie di Giuseppe aveva preparato per loro.
Quella sera Franco prima di rientrare a casa ritornò nell’enoteca, dove acquistò altre dieci bottiglie di vino. Sicuramente ne sarebbe avanzata qualcuna, perché alla fine del ponte mancava solo un paio di settimane. A questo pensiero Franco cominciò e sentirsi un po’ nervoso, avvertì lo stesso senso d’insicurezza e straniamento che lo aveva accompagnato nel periodo precedente la pensione. Scosse il capo e s’impose di non pensarci. Ne avrebbe discusso con gli amici del ponte.

Due settimane dopo l’opera era terminata. Il suo lungo viaggio sospeso a mezz’aria era arrivato alla sponda opposta, un arco teso che si librava nel verde della campagna. Ora doveva essere asfaltato, avrebbero aggiunto tutti i parapetti, fatti tutti i controlli necessari per certificare la sua tenuta e, nel giro di un paio di mesi, le automobili avrebbero cominciato a circolare. Ma il bello, la parte pionieristica dell’opera, si poteva dire conclusa.
Gli amici del ponte si ritrovarono quel pomeriggio con una bottiglia di Ferrari fresca di frigo. Luigi aveva portato i calici giusti e si preparavano a stappare e festeggiare. Al momento erano lì con le mani in tasca, che bighellonavano un po’ nervosi sul da farsi. Erano tutti ben oltre la sessantina e di acqua sotto i ponti, evidentemente questo era il loro karma, ne avevano vista passare. La percezione comune era che quel periodo si stesse chiudendo.
Stapparono la bottiglia e riempirono bicchieri. Luigi disse.
“Al ponte” e tutti in coro gli risposero “Al ponte.”
“Peccato, ora tutto è finito.” Disse Alfredo.
“Già, e ora? Non ho voglia di rintanarmi in qualche bar a giocare a scopa.” Osservò Giuseppe.
Franco era silenzioso, poi svuotando il bicchiere disse tra sé e sé “Ed io non ho voglia di infilarmi il pigiama alle due del pomeriggio.”
Da lontano uno degli operai li salutò. Gli amici del ponte lo chiamarono, chiedendogli se volesse bere un po’ di spumante. Lui accorse subito. Era di Catanzaro e la settimana successiva sarebbe tornato in Calabria. Si sarebbe sposato e poi di nuovo il ritorno al nord.
“Non vedo l’ora, così porto con me la mia Rosetta.” brindò.
“Fai bene, sei giovane. E il lavoro? Continui con questa ditta?” gli chiese Giuseppe.
“Sì, di lavoro ce n’è anche troppo. Da settembre dobbiamo costruire tre ponti nella zona di Pavia.”
Gli amici del ponte sgranarono gli occhi. Pavia era distante solo una ventina di chilometri, e in autostrada ci volevano circa quindici minuti di macchina.
Il ragazzo si dovette congedare. Gli amici del ponte raggranellarono venti euro a testa e glieli diedero come regalo di nozze. Volevano altresì ringraziarlo per la straordinaria informazione che avevano avuto.
Era quasi sera e i quattro uomini si ritrovarono in cerchio, con le mani in tasca e lo sguardo fisso ben piantato a terra. Ognuno di loro era perso in mille pensieri e un velo di tristezza scendeva a braccetto con la prima oscurità.
“Ragazzi” sbottò Franco “da settembre niente più bicicletta ma automobile. Pensate, tre ponti da veder costruire. Io ho la mia macchina, possiamo fare a turno e chi non l’ha, non fa niente.”
“È vero! Bravo Franco! Non possiamo farci scappare quest’occasione. E questo straordinario spettacolo d’ingegneria.” Continuò Giuseppe.
“Noi saremo sempre gli amici del ponte.” Urlò Alfredo.
“I prossimi giorni ci ritroviamo in trattoria o organizziamo la spedizione. Settembre è vicino!” concluse Luigi.

La grande paura era passata e il sogno continuava. Il gruppo era unito e la voglia di rimanere insieme, di vivere il quotidiano di quell’età, con l’innocenza dei giorni migliori, li univa indissolubilmente.
Come dei ragazzini che hanno risolto il loro primo grande problema, i quattro amici si strinsero in cerchio a suggellare il loro patto d’acciaio. Il patto degli amici del ponte.
Gli amici del ponte testo di athos
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