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Il bicchiere non mentiva.
Era lì sul banco del Dopolavoro, leggermente scheggiato
sul bordo, con una macchia opaca che nessun lavaggio
aveva mai tolto. A San Pellegrino in Alpe i bicchieri erano
come le persone: ognuno aveva una storia e nessuno era
innocente del tutto.
Gino Balocchi lo prese in mano con la cautela che si riserva
alle prove importanti e ai bicchieri pieni. Lo sollevò contro
luce.
«Questo,» disse a Donato, «non è un bicchiere qualunque.»
«No,» rispose l’oste. «Questo è il bicchiere di Sergio detto
“Il Confine”.»
Gino alzò un sopracciglio. Sergio Il Confine era uno che
stava sempre in mezzo. In mezzo alle discussioni, in mezzo
ai tavoli, in mezzo alle regioni. Diceva di essere nato in
Toscana ma di sentirsi emiliano quando conveniva, e
viceversa. Nessuno lo prendeva sul serio, ed era per questo
che faceva paura.
«Era al tavolo ieri?» chiese Gino.
«Sempre,» disse Donato. «Non gioca, guarda. E commenta
dopo.»
Quelli erano i peggiori.
Nel frattempo, il commissario Passalacqua aveva deciso di
cambiare strategia investigativa. Stanco degli interrogatori,
stava passeggiando lungo il confine con un metro da
muratore, cercando di capire da che parte fosse caduto il
morto. Ogni misurazione dava un risultato diverso.
Gino raggiunse Sergio nel pomeriggio. Era seduto fuori, su
una panchina che oscillava tra Emilia e Toscana a seconda
di come ci si sedeva.
«Brutta storia,» disse Gino.
«Dipende,» rispose Sergio. «Da che parte la guardi.»
Gino sorrise.
Sempre le stesse frasi. Sempre al centro. Troppo comodo.
«Ieri sera,» disse Gino, «qualcuno ha bevuto dal tuo
bicchiere.»
Sergio non rispose subito. Guardò il cielo, poi il bosco.
«A volte,» disse, «i bicchieri si confondono.»
Errore.
A San Pellegrino nessuno confonde il proprio bicchiere. È
una questione di sopravvivenza.
Gino tornò a casa convinto.
Non aveva la prova.
Aveva il peso.
E in certi posti, il peso conta più delle parole.