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«Osanna, osanna, osanna!
Osanna nell'alto dei cieli!
I cieli e la terra,
sono piena della tua gloria!»
Mentre cantavamo l'inno ancestrale rivolto a Dio, mi veniva la pelle d'oca a pensare a come fossimo folcloristi. Indossavo un abito nero, con ricami di pizzo sulle maniche e sul corpetto. Non si vedeva neanche un lembo di pelle. Petto, braccia, persino le caviglie erano ricoperte da una spessa calzamaglia. Vedevo i maschi torturarsi i colletti delle camicie, castigati come canarini in gabbia. Alcuni concentrati, altri che pensavano a guardare verso il soffitto o le proprie scarpe, assenti. Mi venne da ridere guardando uno di loro. Koul si chiamava. Lo si vedeva spesso nella stanzetta tetra al piano di sotto a scontare la sua punizione, mentre gli davano rigide bacchette sulle mani. Le aveva segnate da lividi violacei e graffi rossi. Puntò il suo sguardo su di me, sbuffando. Non cantava, muoveva soltanto la bocca come per compiacere l'insegnante di musica, che sedeva in fondo all'aula suonando il pianoforte. Ci metteva molta foga nel muovere le dita su quei tasti, con violenza oserei dire. Quasi come se fossimo una delle band più acclamate della contea di Yurbugh, quando poi ci venivano ad ascoltare solo qualche vecchio e delle megere rinsecchite. La cappella era piccolina, con pareti in marmo e qualche pianta, gli unici schizzi di colore in un luogo che non poteva sembrarmi più grigio. Le ultime note si dissolsero al nostro udito, quando finalmente smettemmo di cantare. Il gregge ordinato del coro si dissolse, mentre si formarono differenti gruppetti. Non mi aggregai alle ragazze che passavano il tempo a pettegolare su chi avesse guardato chi dei maschi. Ad esempio, nel gruppetto di pettegole vidi una sagoma alta e bionda, Alfiera. Era figlia di due Silos, evocatori di luce. L'avevano lasciata in orfanotrofio “purché crescesse”, o almeno era quello che diceva lei. Quella si che era una ragazza con gli scheletri nell'armadio. Koul mi si affiancò, guardando la bionda pensieroso: «Ti interessi a nuove specie di oche?» chiesi alzando gli occhi al cielo, mentre lui scuoteva la testa, come se si fosse appena svegliato da un sogno: «Non è un'oca, è il cigno più bello che abbia mai visto». Questa volta fui io a sbuffare, dandogli una spallata. Lui si tastò con la mano il punto dolorante: «Ma la smetti? Lo sai che non puoi raggiungere “Mrs Afrodite”, puntati su qualcun'altra. Hai altri volatili da ammirare» affermai, indicandogli con un cenno del capo un paio di ragazze brune, che lo guardavano ridacchiando. Lui alzò le spalle indifferente, ma le mani sudaticce ed il rossore sulla punta delle orecchie lo tradirono. Con un'ultima occhiata allo stormo femminile, ed una maledizione verso le ragazze di quel genere da parte mia, ci ritiriamo nei dormitori, in attesa della seduta spiritica. Fede in Dio e demoni malvagi; siete un minimo curiosi?