- Signor Delibes, sono giunti i vigili del fuoco, comunicano per radio che hanno trivellato un cunicolo vicino al tombino; servirà a mandare dell’aria pulita da far respirare a Steven. Lui è vivo! -.
- Presto! –
Disse Taddy rivolgendosi a Nestor:
- Portami da lui. - Poi come se tutto il risentimento che provava per quell'uomo fosse svanito, lo rassicurò dicendogli: non preoccupatevi andrà tutto bene -.
Intanto che si recava al campo, non faceva altro che meditare sulla figura abbattuta di John, poi finalmente da lontano vide Terry il comandante dei vigili che raggiungendolo gli spiegò:
- Sono contento che tu sia qui, anche se credo sia inutile un tuo intervento, poiché scavando un cunicolo vicino, se formata una frana. Steven sta bene, riceve ancora aria dal cunicolo -.
Taddy lo interruppe:
- Cosa credi, che mi diverta entrare nei cunicoli franati? Starò attento non preoccuparti. Non correrò rischi, voglio solo che lui non si senta solo. Voi fate in modo di tirarlo fuori al più presto. Io farò in modo di confortarlo -.
Il vigile lo guardò silenzioso, poi accendendosi una sigaretta prese Taddy per un braccio e allontanandosi dai colleghi gli disse angosciato:
- Ma cosa credi di poter fare, anche se gli porti un conforto morale non, è, detto che tu potresti cavartela. Steven sarà salvato ugualmente, ci vorrà più tempo del previsto ma sarà in salvo in men che non si dica, ma di te cosa ne sarà, se nel cunicolo franasse una seconda volta. Renditi conto che moriresti soffocato -.
Taddy sentì la sua preoccupazione; poi guardandolo dritto negli occhi disse seriamente con una luce del tutto, sconosciuta per Terry:
- Io andrò in quel cunicolo cercando di portarmi il più vicino, a Steven. Sguscerò lentamente in modo tale da non provocare inutili frane, ricordati che questo è il mio mestiere. Tu fai del tutto per tirarci fuori di là. Io mi fido di te -.
Senza aspettare che Terry gli dicesse qualcosa, si portò al cunicolo.
Dietro le spalle di Terry, nascosto dallo sportello dell’autobotte rimasto aperto, John Delibes aveva ascoltato i discorsi di entrambi, ed andò in cerca di Taddy ma seppe da Nestor che già era entrato nel cunicolo. John si portò poi sul lato opposto, dove la squadra dei vigili aveva circondato il tombino da paletti, quando una mano sulla spalla destra lo fece sobbalzare, si voltò e vide padre Marc che gli domandò:
- Ancora niente.? Cosa si sa Di Steven? Non vedo Taddy, mi hanno sostenuto che era da queste parti…evidentemente si sono sbagliati -.
John si voltò verso di lui e spiegò:
- Hanno attrezzato una trivella, ancora una ventina di minuti e libereranno il mio ragazzo da quella morsa mortale. Però non si può affermare la stessa cosa per Taddy -.
Il religioso che fino a quel momento era sollevato per Steven, come sentì che Taddy era in pericolo diede un urlo soffocato. John guardò quel viso che rifletteva un’enorme sofferenza, i lineamenti arguiti dal tempo mostravano la più totale disperazione, quegli occhi verdi trasmettevano un dolore visibile e pregando rigirava tra le dita quel vecchio Rosario nero, mentre dai suoi occhi si vedevano spuntare lacrime amare.
Taddy era entrato nel cunicolo già da diverso tempo. Si faceva spazio lentamente, cercando di farsi luce con la torcia. Aveva raccolto un po’ di neve prima di spingersi dentro. Si era tante volte calato nelle canne dei camini da conoscere il buio come le sue tasche, ma ora quel nero lo terrorizzava.
Scivolava tra le pareti lentamente, e chiamava forte il nome di Steven. Nessuna risposta al tentativo di farsi sentire, mentre si avvicinava sempre di più verso la superficie. Non sapeva cosa dirgli una volta raggiunto, perciò incominciò a fischiettare, quando sentì la voce di lui che gli chiedeva:
- Non avrei mai immaginato che proprio tu saresti venuto in mio aiuto. Perché Taddy?-.
Taddy si fermo, poi domandò:
- Stai bene, Steven! E’ tutto okay? -.
Steven non poteva muoversi, era imprigionato da una voragine senza fine ed affannosamente cercò di descrivere il suo stato:
- Credo di essermi slogato una spalla, non mi posso muovere e per di più sento intorpidite tutta l’estremità inferiore del corpo. -
Ma ciò che gli premeva domandargli fu:
- Perché sei venuto tu, ad aiutarmi? -.
Taddy si muoveva lentamente, poi portatosi sotto di lui incominciò a massaggiargli le gambe. Steven chiedeva spiegazioni:
- Hai tanto rancore verso di me, da non volermi neppure rispondere...-.
Taddy lo interruppe affermandogli:
- Perché non risparmi le forze. Non so quando tempo dovrà passare prima che arrivino a liberarti; e se proprio ritieni di volerlo sapere perché sono qua, te lo dirò. Questo è il mio lavoro, fratello -.
Steven che sentì chiamarsi fratello rispose timidamente:
- Tu lo sapevi! Da quanto tempo? -.
Lui gli confessò:
- Qualche anno fa, stavo entrando nella sacrestia quando sentii tuo padre, parlare con il curato. Mi avvicinai alla porta ed origliai. Parlavano di me, di mia madre e dello scandalo che avrebbe provocato di certo la verità. Non era una vera e propria confessione, solo un modo di sentirsi meno colpevole. Raccontava di quella sera che rientrando ubriaco obbligò, mia madre ad avere un rapporto con lui. Quanto l'ho odiato; quante volte gli ho augurato una tremenda morte. -.
Rimase poi in silenzio quasi si pentì di aver confidato a Steven i suoi pensieri. Così Steven chiese:
- Tu sapevi, da tutto questo tempo e quando si è trovato in difficoltà l’hai aiutato. Perché ?-.
Taddy ricordando l'evento rispose:
- Quando rimase imprigionato nel camino dell’istituto tu, venisti a chiedermi aiuto, non lui. Ed è per lo stesso motivo che sono qui. Io non ti porto rancore. Io posso odiarlo liberamente; ma tu, Steven per quanto tempo hai tollerato il suo errore? Lo stesso che ha fatto si, che tua madre dopo averlo saputo si è tolta la vita abbandonandoti -.
Steven a quelle parole crudeli, pianse. Taddy continuò a massaggiarlo poi si sentì uno scroscio ed il ragazzo domandò:
- Cos’è stato, Taddy? -.
Taddy era impietrito poi dolcemente, cercando di calmarlo disse:
- Niente di preoccupante, la terra reggerà, vedrai. Tra non molto ti toglieranno da qui -.
Poi fece luce intorno a se e vide che sulla parete di destra, la terra era franata dall’urto che le gambe di Steven avevano causato, seppellendogli l'estremità inferiore. Il giovane che non riusciva a vederlo, si calmò.
Il comandante Terry, si avvicinò a John ed a padre Marc comunicando loro:
- Tra breve saremo in grado di tirare fuori Steven; quello che ci preoccupa e Taddy. Una volta che porteremo alla luce suo figlio, nel cunicolo si formerà una frana e Taddy rimarrà imprigionato -.
Tutte e due i ragazzi sentirono le preoccupazioni di Terry. Poi Steven commentò:
- Perché Taddy? Perché? Tu rischi la tua vita per me. Io non me lo merito un sacrificio tuo -.
Taddy gli rispose stanco, con una flessione di voce che racchiudeva una nota di malinconia, di pace interiore:
- Io non ho nessuno della mia famiglia che stia pregando per me in questo momento. So che padre Marc, e la signora Dewey soffriranno per la mia morte, e mi dispiace ma sono stanco di vivere nel nulla. Voglio andare in un prato fiorito, correre senza scarpe ed appoggiarmi con la schiena contro un pino e sapere che potrò finalmente rivedere la mia mamma. Perché sono sicuro che lei è morta, che non mi ha abbandonato. Io vivo solo per lei sebbene gli anni abbiano sbiadito il suo volto, e non lo ricordo più. -.
Poi come se si rivolgesse a lei continuò dicendo, mentre suo fratello piangeva ed ascoltava le sue parole:
- Tu non sarai più una pallina di neve. Io potrò finalmente venire da te, e tu mi terrai stretto come quella sera e i tuoi baci saranno caldi e veri -.
Infilò una mano nelle tasche e strinse nel pugno la neve. John che aveva ascoltato del pericolo imminente, prese sotto braccio Terry e spostandosi per alcuni metri intervenne dicendo:
- Fate qualsiasi cosa, ma portate in superficie sia l'uno, che l'altro. -.
Il prete, gli si avvicinò e proferì:
- Questo è un miracolo. Siete, preoccupato anche per Taddy -.
John lo guardò tristemente, poi disse:
- Voglio solo che si salvino entrambi. Tutti vogliono un gran bene a Taddy. In segreto ho potuto sapere che la signora Dewey lo ha nominato suo erede. Ho sempre odiato quel ragazzo, perché era il mio errore visibile e materiale. Mi sono odiato per aver causato la morte di mia moglie. Eppure con il tempo ho imparato anche ad amarlo, lui ha un orgoglio vincente. Il suo sorriso ed il suo fischiettare quel malinconico motivo, mi riempiono la giornata.-
Poi come preso da una malia momentanea narrò:
- Io e mia moglie non ci siamo mai amati, il nostro era un matrimonio combinato dalle nostre famiglie. Poi quell’aria fresca che portò nella mia vita buia, sua madre, mi ricompensò per gli anni passati invano, a cercare di amare, mia moglie. Lei era così diversa, bella. Venne ha stare da noi, per qualche tempo. Era stata trasferita al nostro istituto. Lei è Lindsai più che cugine, erano amiche d’infanzia. Poi lei decise di pronunciare i voti. Lindsai invece era stata, destinata a sposarmi. Pochi giorni con noi ed io m’innamorai. Per la prima volta, davo un valore alla mia vita. Quei suoi occhi neri e scintillanti...-.
Detto questo, il sacerdote soffocò un nome:
- Mio dio, mi sta’ affermando che Suor Rosetta… -.
John si svegliò dal suo racconto, con terrore guardava padre Marc, che ora sapeva chi era la madre di Taddy. Lui allora spiegò al frate:
- Non volevo farle del male, né tanto meno violentarla. Quella sera seppi che mia moglie era malata, e che non avrebbe superato l’anno. Il parto le era stato fatale. Uscì per tutta la notte e quando mi ritirai, lei stava ad aspettarmi. Aveva promesso a Lindsai di confortarmi. Non ricordo ciò che accadde. So che mi ritrovai nel suo letto e lei era piena di lividi, l’avevo percossa. L’avevo obbligata ai miei desideri animaleschi. Lindsai era sulla soglia con in braccio Steven, mentre Rosetta era terrorizzata, piegata in un angolo. Non parlava, tremava e piangeva. Lindsai disse che era tutta colpa sua di quanto era accaduto. Così quando sapemmo che lei era rimasta incinta Lindsai qualche tempo dopo si uccise. -.
All’improvviso si sentì un boato e la terra tremò, Padre Marc con uno sguardo agghiacciante vide fuoriuscire dal margine del cunicolo del fumo. Il comandante Terry correva imprecando contro i ragazzi della sua squadra. John corse verso il passaggio sotterraneo cercando di capire cosa era stato quel botto. C’era un’enorme confusione. I vigili con l’aiuto dei soldati erano riusciti a tirare fuori per metà Steven, procurandogli una frattura alle gambe. Avevano in oltre causato uno spostamento del terreno seppellendo così il povero Taddy. Fu, confermato poi a John che Steven era stato, trasportato all'ospedale.
Allontanandosi in silenzio, dalla prossimità della disgrazia, John alzò il collo del cappotto ed infilò le mani nelle tasche. Era terribilmente gelata quell'inoltrante mattinata. Il sole tiepido aleggiava alto nel cielo. La neve mai come allora, era splendente, vide poi spuntare dal colle la figura longilinea di suor Rosetta, in compagnia d’alcuni ragazzi dell’istituto, e lei quando vide il corpo inerme di Taddy si lasciò andare ad un grido di dolore terrificante che bloccò tutti. La soccorsero portandola nella tenda, dove adagiarono su di una branda il corpo inerte del piccolo spazzacamino.
Lei gli restò vicino per tutta la notte a vegliarlo. La mattina seguente arrivò il carro funebre, ma quando due sodati cercarono di adagiare nella bara, il ragazzo, suor Rosetta lo abbracciò violentemente, tradendo quella freddezza che mostrava quando era in compagnia dei ragazzi. Padre Marc, gli sussurrò:
- Lascialo andare il tuo bambino. -
Taddy fu vestito con un abito blu, cravatta nera e camicia bianca. Il suo viso era sereno, le guance non erano più di quel colore annerito che tutti ormai erano abituati a vedere. Lui dormiva beato; nel suo pugno continuava a stringere quella soffice neve bianca. Ora non soffriva più. Il suo viso annerito che tutti disprezzavano chiamandolo tizzone era soave.
Dietro al feretro c’erano la signora Dewey, Greta e la piccola Giulia che chiedeva alla nonna:
- Perché hanno chiuso Taddy in quella grande scatola? Nonna come farà ad uscire? -. Quelle domande non ebbero risposta; con le dita portate sulle labbra Greta fece capire a Giulia di stare in silenzio, mentre dai suoi occhi spuntavano lacrime.
Il vento soffiava gelato, la neve scendeva piano, i pini e i cipressi si vestirono di bianco ed il cielo rifletteva quel tipico colore di grigio invernale, gli uccellini e tutto ciò che era vivo in quella valle dava l’addio a Taddy.
Improvvisamente si alzò nell’aria un fischiettare. Michael, a malincuore zufolò quella nenia che lui amava cantare. Poi la musica cedette posto alle parole e lui cantò così il ritornello dello spazzacamino:
- Come rondine vol, senza un nido né un raggio di sol, per ignoto destino il mio nome è lo spazzacamino; la mamma non ho, la carezza più soffice e lieve, i suoi baci non so la mia mamma è soltanto la neve... Tu possiedi un tesor, un lettuccio ben soffice e lieve. Mentre io mi sento un signor quando dormo in un letto di neve -.
Salirono il colle, muti. Solo il canto di Micahel aleggiava nell’aria; entrarono così prostrati dal dolore nel cimitero alberato da cipressi; portando la bara vicino ad un fossato e dopo il requiem pronunciato da padre Marc, gli addetti con delle funi calarono la bara. Suor Rosetta per prima ingoiando lacrime amare, buttò sul feretro una soffice pallina di neve, ma fu tale il dolore che le procurò un malessere. John la sollevò tra le braccia, e lei aprendo gli occhi riferì al figlio queste parole:
- Bambino mio, perdonami per il male che ti ho procurato, i tuoi occhi neri, limpidi, sono ciò, che di più caro io abbia. Di notte prima di coricarmi io ti mandavo un bacio e quando ieri notte tu me ne mandasti uno tuo ho capito, il dolore che ti avevo causato nell’abbandonarti, ma ora io verrò da te e tu così potrai avere i miei baci solo i miei baci nient’altro che i miei baci -.
Poi chinò il capo, e John espressamente volle, che lei e Taddy, fossero seppelliti insieme, vicini l’uno all’altra.
NAIDA SANTACRUZ.
Lo Spazzacamino(fine) testo di naida santacruz