Cronache di un paesino
(Cronache di un paesino di campagna: quattro anime ,una chiesetta, più oche e galline che abitanti, compresi cani e gatti.)
I. Geremia
Ricordo ancora, sarà stato per il troppo freddo o il gelo, a scuola abbiamo avuto un clandestino, gli alunni gli attribuirono un nome “Geremia”.
Una mattina Geremia dopo una corsa, tanti salti e ostacoli si scontrò con una paletta.
I ragazzini della prima elementare non presero bene la notizia. Ventitré paia di occhietti piangevano a fontanelle, ventitré ditini accusatori in coro gridavano “assassina.”
C’è l’avevano a morte con la bidella, un parente stretto di Geronimo Stilton aveva accoppato, la meschina.
Onde evitare un pubblico linciaggio, fu organizzato un funerale. Una scatolina bianca con ventitré fiorellini colorati disegnati sopra, fu la sua bara, gli alunni della quinta gli scrissero l’omelia, i più monelli fecero razzia di fiori nella villa di fronte la scuola
Alle dieci e venti in punto, ora di ricreazione, iniziò il corteo funebre.
Il più piccino della prima classe, con la minuscola bara in mano, tutti gli altri in fila per due, silenziosi, dietro. Andammo in giardino e dopo una solenne preghiera sotto il salice piangente, seppellimmo Geremia.
Sulla sua lapide, un sassolino bianco, ci fu scritto sopra in oro.
“Qui giace GEREMIA, vittima di una morte violenta”.
Per tutto l’anno non ci fu mai un giorno senza un fiore su quella tomba.
II. Lo squalo
Alle sette di sera chiusa la scuola. Mamma mia che nebbia! Arrivai al cancello giocando a mosca cieca. Riconobbi la fermata dell’autobus per il semplice fatto che presi il lampione in pieno.
In lontananza si sentiva ululare un cane.
Sarà stata la mia coscienza sporca, a causa del topino che avevo assassinato, mi sembrava di udirne lo squittio. Poi, come se non bastasse, all’improvviso arrivò un gigantesco cane lupo; in silenzio pregavo che non si avvicinasse.
Come in una strana metamorfosi, il tempo parve fermarsi: io stavo come una falena incollata al lampione, lui, squalo, mi girava attorno. Ormai perse le speranze, mi sentivo una bistecca. Dalla suggestione in una vignetta lo vedevo disegnato:io, naufraga nell’isola, lui, fuori quasi dall’acqua, sulle pinne le posate, al collo un tovagliolo.
All'improvviso dall’ombra una mano mi afferrò forte il braccio, terrorizzata, non riuscivo nemmeno a urlare. Una voce mi disse - “Presto salga”- era l’autista.
Tra la paura e la spessa nebbia non avevo visto arrivare la navetta.
III. Asilo politico
Ragazzi, venerdì un ospite ci ha onorato di una visita.
Sguardo dolcissimo e molto timido, sgattaiolando attraverso il buco del recinto è entrato dalla porta secondaria della cucina mirando dritto filato nell’aula d’inglese (forse il poveretto non capiva l’italiano).
S’ è infilato in mezzo alle gambe dell’insegnante mandandola a testa in giù con tutta la sedia. Sapeste che scena: gli alunni, ridendo a crepapancia, del piccoletto hanno preso subito le difese è l’hanno adottato.
La sua proprietaria suonando furiosa alla porta della scuola, urlando reclamava.
“ Domenica e festa, devo preparare il maialino, devo cuocerlo arrosto “.
Come far capire ai bimbi che andava restituito? Solo il pensiero che quel piccoletto, tenero, rosa, un ricciolino per codino, potesse stare in forno, con un limone in bocca e le patate attorno, faceva passar la voglia di mangiare la carne.
I ragazzini, con lui, in classe si sono barricati.
In soccorso della proprietaria, dalla vicina chiesetta, arrivò il vecchio prete, il quale, da dietro la porta dell’aula, con quei monelli si mise a mediare.
Nel frattempo spuntò anche la perpetua. Con il suo aiuto e dopo un’ora di trattativa, promettendo ai bimbi che il piccolo maialino della parrocchia sarebbe diventato ”la mascotte”, i birbanti si arresero
La domenica successiva per la festa del paese, tutto soddisfatto del buon risultato, con un bicchiere di vino rosso in mano, il prete, a tavola, si gustava un piatto prelibato:
“maialino arrosto con contorno di patate”.
IV. Lisetta
Amici miei, ieri, arrivando a scuola, nel cortile trovai un gran trambusto. Tutti gli alunni stavano chiusi in cerchio, sghignazzavano e sembravano matti. La nuova insegnante li osservava dall’uscio, intimidita.
Come un treno in corsa, spalancando il cancello, arrivò un contadino urlando:
- “Lisetta, che fai disgraziata ?”
Era un omone basso, tarchiato, sembrava un toro nell’arena, rosso di rabbia livido in viso, fumava dal naso.
-“ Se ti prendo Lisetta, che tu sia dannata”- gridava a squarciagola.
Poverina, la maestra spaventata si aggrappava alla maniglia della porta dell’ingresso.
-“Preparati Lisetta, questa è la tua ultima giornata!”- Insisteva ancora più rabbioso il contadino.
La maestra, dalla paura, cambiava colore in volto, sembrava impietrita non osava chiedere aiuto.
Come un bersagliere in piena corsa, il villano sparì in mezzo ai ragazzi.
Dopo pochi attimi e piume volanti, urlando più forte “ti tiro il collo “né uscì con la sua gallina sottobraccio, tutto contento e soddisfatto. Correndo via l’omone chiuse il cancello alle sue spalle.
Solo dopo il suono della campanella, a gambe tremanti, la maestrina riuscì a muoversi per rientrare in classe.
Quel contadino non poteva sapere che la maestra si chiamava Lisetta.
Cronache di un paesino dove oltre oche, galline e qualche leprotto, spesso per strada giravano anche capretti. Quando la mattina scendevo dalla navetta, arrivando al cancello, sentivo cantare il gallo, pareva un saluto e a me sembrava di vivere dentro una favola di Italo Calvino.
Cronache di un paesino testo di sallysmile