Una scala reale non sempre vince

scritto da Fomentone
Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: Una scala reale non sempre vince
di Fomentone


Se nemmeno una scala reale riesce a farti vincere allora sei proprio nei guai
“Bè, allora? Ce lo facciamo o no questo pokerino?” Disse Augusto, il padrone di casa sovrapponendo la sua voce a quella d’un Celentano d’annata. Erano le tre. La festa attraversava un periodo di stanca. Molti erano stravaccati sui divani. Qualcuno sonnecchiava senza ritegno.
“Ok” dissi io. Altri tre tiratardi si unirono e salimmo di sopra. In fila indiana, come una processione senza capo ne coda. Mi piace il Poker. Per me è il gioco che più rappresenta la vita. Altro che gli scacchi. Gli scacchi sono analisi, tattica, strategia, calcolo. Non ci sono sorprese. Se viene a trovarti la morte non giocarti la vita sfidandola su una scacchiera. Vincerà sempre lei. A scacchi il più bravo vince sempre. Stop. Ma non è così che funziona nella vita. Se non hai una bella dose di culo te ne sbatti della bravura. Ma neanche la fortuna è sufficiente. Tutti hanno il loro quarto d’ora di gloria prima o poi. Proprio come durante una partita a poker. Il problema vero è quello di saperlo riconoscere. Certe volte la dea bendata ti si appollaia sulle ginocchia e comincia a farti una manfrina dopo l’altra. Carezze sempre più bollenti, audaci. Finché non infila le mani dentro la patta. Spesso non ci trova che un mezzo moncherino molle. Più viscido di una cozza. Il prescelto ha troppi pensieri nella testa. Così la fortuna si alza, ti manda a quel paese e va a strofinarsi con qualcun altro.
Erano almeno vent’anni che non facevo una partita a Poker. Poco male. Ci sono cose che, una volta imparate, non si dimenticano mai. Come andare in bicicletta, o nuotare, o pattinare. O masturbarsi. Oddio, non sempre ci si riesce, pero, voglio dire, le basi sono la: tatuate nel cervello. Almeno credo. Cosi tiro fuori dai ricordi la mia faccia da giocatore e sono pronto. Non per nulla mi chiamo quinto asso, ma questo è un soprannome che mi sono trovato da solo. A quei tempi mi chiamavano il mandrillo della telesina. Sapevo come mandarle in calore le carte. E loro ringraziavano facendomi godere spesso.
“Qualcosa da bere?” Chiede Augusto
“Certo che si” Risponde Giorgio tirando su pestifere boccate da un mezzo toscano extravecchio. “Il poker va ben bevuto e meglio fumato”
Augusto tira fuori una boccia di Ballantine old 24, qualche bicchiere e li piazza sul tavolo.
“Per me un alka selzer, grazie.” Dico io. Mi guarda come se gli stessi fregando l’argenteria.
“Ti è rimasto qualcosa sullo stomaco?”
“Si. Le lasagne di tua moglie. Ma che ci mette dentro? La nitroglicerina!? Ho il fuoco nelle budella!”
Si fece una grassa risata. “A Elena gli piacciono le cose forti”
“Me ne sono accorto. La perdono solo perché è un bel pezzo di figliola. Come fai a mantenerla cosi bene?”
“He.he,he. E’ un segreto tra noi due” Rispose guardandosi il parco giochi. Un po più in basso dell’ombellico.
“Avete finito di fare cabaret? Siamo qui per giocare o cosa?” Esplose Sandro. Come tutti gli avvocati odia perdere tempo. Specie se non è lui a decidere quale tempo perdere.
Iniziammo. Come ebbi le carte in mano ricordai tutto. Anche la regola non scritta che chi vince il primo piatto esce con le tasche vuote. Passai con un colore servito. Era una bella tentazione, ma resistetti. Il primo piatto non si vince mai, è una regola tassativa. Le successive due ore scorsero veloci e deludenti. Vinsi un piatto con una coppia di 7. Un bluff disperato. Mi fruttò pochi spiccioli. In compenso ne persi due sostanziosi. La mia posta era agli sgoccioli. Forse non ricordavo poi così bene come scaldare le carte. Il mio punto forte dei vecchi tempi era la scala ad incastro. La tentavo quando capivo che gli altri si tiravano il tris, quindi molto spesso. Prendevo la carta e la spiluccavo lentissimamente. Già prima di scoprire quel paio di millimetri dell’angolo in alto a sinistra sentivo che era proprio quella la carta che mi serviva. Ne avvertivo la presenza. Era come avessimo fatto un contratto. Oggi non mi era entrata una sola volta. A quel punto decidemmo di chiamare il giro. Albeggiava, sotto la festa era definitivamente finita e le signore volevano rincasare. Nel frattempo spettegolavano su chi era già andato via.
Iniziò l’ultima mano. Stirai le carte: asso, jak, kappa, dieci…tutto di fiori. In mezzo c’era un asso di picche che stava li come un odioso guastafeste. Lo cambiai. Misi la carta nuova sopra le altre e comincia ad aprirle. All’improvviso quella sensazione che credevo dimenticata mi riassalì. S’infilò nei piedi e piano piano salì fino ad impossessarsi del cervello. Il cuore iniziò a battere più forte. Eccola la fortuna. Sentivo le sue mani dentro la patta. Avrebbe avuto l’onore che meritava. La donna di fiori mi fece un sorriso da qui a li. Era fatta ragazzi. Scala reale. L’apertura fece parola. Mi accodai. Un rischio calcolato. Ero sicuro che Augusto avesse il punto. Aveva cambiato due carte. Immaginai un tris servito. Speravo gli fosse entrato il poker. Infatti rilanciò. L’andarono tutti a vedere. Poi tocco a me.
“Per tre.” Sussurrai poggiando le carte sul tavolo. Mi guardarono stupiti. Neanche gli avessi sparato in bocca. Li avevo in pugno. Mi sentii il padrone del mondo. Passarono tutti meno Augusto
“Più piatto” Fece lui.
“Dio sia lodato.” Gli è entrato il poker a quel fetentone. Pensai fregandomi idealmente le mani
“Per due”
Gli altri ci guardarono sbalorditi. Tutti meno Augusto. Lui si mise addosso l’espressione dello squalo
“Facciamo il doppio” Rilanciò gelido e tagliente come l’icesberg che affondò il titanic
Sentii un brivido corrermi per la schiena. E se….non….non è possibile.
“Ei, ragazzi…andateci piano. Siamo fra amici” Interferì Giorgio
Quel coglione non poteva avere più d’un poker. Era fottuto. Guardai il piatto. C’erano 4 poste sue e tre mie. Più qualcosina degli altri. Ma a parte i soldi è la sensazione di vittoria quella conta veramente. Eppoi con Augusto tutto si raddoppiava. E’ uno di quelli a cui va sempre tutto bene. Un vincente della vita, e neanche se ne rende conto. Mi sentivo una specie di vendicatore dei poveri. Il santo protettore degli sconfitti. Avrei potuto rilanciare all’infinito. Ma aveva ragione Giorgio: siamo tra amici. Ma soprattutto non vedevo l’ora di cancellargli quello sguardo da squalo dagli occhi.
“Ok..facciamola finita: vedo” Scoperchiai la mia scala reale sul tavolo.
Augusto mise via l’espressione da squalo. Ma non indosso quella dello sconfitto. Rovesciò il suo punto: asso,sette,otto,nove, dieci, tutti di cuori. Aveva cambiato due carte. Questo è culo; culo al 100%
Il poker è l’unico gioco al mondo che non prevede un punteggio massimo. La filosofia del gioco è quella di non essere mai sicuro della vittoria. Se si scontrano due scale reali c’è comunque una che batte l’altra. Da qualche parte esiste un manuale che ne prevede la gerarchia, ma è roba da professionisti. E’ talmente improbabile la probabilità che si scontrino due scale reali che, nelle partite tra amici, c’è il tacito accordo di dividersi il piatto. E cosi facemmo. Praticamente ripresi i miei soldi. Le perdite rimanevo.
La fortuna a volte fa solo finta di farti le moine. Ti eccita un po e poi ti lascia…a finirti da solo.



Una scala reale non sempre vince testo di Fomentone
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