E se ti dico che Ti voglio bene?

scritto da Redstar74
Scritto 24 anni fa • Pubblicato 24 anni fa • Revisionato 24 anni fa
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Testo: E se ti dico che Ti voglio bene?
di Redstar74


Ti voglio bene. E tu lo sai. Anche se ogni tanto me lo domando ancora se percepisci quello che io provo per te. E mi rispondo:si, è probabile. Ti voglio bene. E so che sbaglio a volertene; perché tu non provi nulla per me che vada al di là della semplice amicizia. Ti voglio bene. E’ questo che vorrei tanto dirti e non mi riesce. Ti voglio bene perché quando sto con te sto bene. Quando mangio con te sto bene, quando cammino con te sto bene, quando rido con te sto bene, quando ti ascolto sto bene, quando sei in silenzio.. sto male, perché non so più che cosa stai pensando.
E’ vero: il mio è un ben strano modo di volerti bene: visite sporadiche, telefonate rare e lettere (e, ora neanche più quelle). Si, è proprio strano come mi comporto con te, vero? Ti voglio tanto bene e non riesco neanche a dirtelo. E tu non senti altro che un silenzio in cui ci si può solo perdere di vista.
Mi sono disabituato a scrivere ovvero mi sono disabituato a scriverti. E di questo ti chiedo scusa come ti chiedo scusa per il fatto che ti voglio bene. Devi perdonarmi perchè non ti ho scritto per più di un mese. Comprendimi, ero risentito: non ti eri più degnata di rispondermi. Scusami, come al solito non avevo capito niente. Come al solito, non mi ero accorto che eri di nuovo in difficoltà. Sono un maledetto egocentrico. Ti ho vista tesa. Ansiosa. Triste. E io non sono riuscito neanche un po’ a stemperare la tua tensione. La mia trottola… sempre di corsa. E io che non ti riesco a farti capire che è giusto anche fermarsi. E stare in silenzio. Ad ascoltare il proprio dolore interiore. Bisogna farci i conti con il proprio dolore, non c’è nulla da fare. Altrimenti ti assale quando e come vuole. Quando potresti essere felice… Perché non esistono solo i pensieri negativi, ma anche quelli positivi. Tu, per esempio, sei un mio pensiero felice. Il solo fatto che tu esisti ancora, che tu vuoi ancora passare qualche ora con me mi rende felice. Perché, come ti ho già detto prima: stare con te mi fa stare bene. E la vita diviene qualcosa di leggero, un abito trasparente da indossare senza vergognarsi; perché quando guardo nei tuoi occhi ci ritrovo la serenità dei bambini. Certo, ora i tuoi occhi sono così tristi e velati e gonfi. Perché? Non me l’hai mai veramente voluto dire. Com’era: non lo saprete mai! Vero? E’ il cartello che esponi ogni volta che si lambiscono certe zone della tua vita.
Ti voglio così bene che da due mesi sono preoccupato che tu, uno di questi giorni, deciderai che è arrivato il tempo di liberarsi anche di me. Per liberarsi di pezzi di passato che non ti piacciono.
C’è chi scrive una canzone, chi dipinge un quadro, chi compone una musica o una poesia per esplorare il proprio mondo interiore, alla ricerche delle ragioni del proprio stato d’animo. Io non so disegnare, non so comporre musica o poesia e, così, l’unica cosa che posso fare è scriverti. Per provare a farti capire che ti voglio bene!
Finora non te l’ho mai detto o scritto, vero? Che ti voglio bene. Perché avevo paura. Avevo paura che se l’avessi detto o scritto, il secondo dopo che l’avessi detto o scritto, tu saresti sparita dalla mia vita, terrorizzata dall’idea di avere tra i piedi un altro spasimante indesiderato. Non mi chiamare neanche ipocrita, ti prego. Lo sai che, è da poco che ho conosciuto il mio lato emozionale, da sempre tenuto ingabbiato dalla mia mente. Ti sei mai chiesta perché avevo abolito qualsiasi esplorazione del mio lato istintivo ed emotivo? No, eh? Beh, è presto detto: “sentire” mi fa stare male.
Provare ad amare e scoprire che i tuoi sforzi di farsi volere bene sono inutili fa stare male. E allora basta con gli sforzi di farsi volere bene. Diventiamo pura logica. Perché un ragionamento ineccepibile è inattaccabile, perché assoluto, perfetto. Io dovevo essere perfetto e irreprensibile per sentirmi coccolato: “Ma quanto è bravo!”, “Quanto è intelligente!”, mi dicevano i miei insegnanti. E i compagni di scuola ti veneravano e rispettavano perché eri il più bravo a passargli i compiti, a spiegargli cosa c’era scritto nei libri. Mi piaceva apparire perfetto, logico, irreprensibile.
Arrivano poi le pulsioni, perché si cresce. Cominciano i guai: la logica non serve, la logica è buona per il giorno, non per esplorare e vivere la notte. Man mano che il tempo passava, la notte diveniva sempre più ignota ed estranea, un mondo sempre più sconosciuto..
Ciao, come stai? Mi faresti vedere come si studia l’Italiano? Certo. Due perfetti sconosciuti. Lei voleva solo la mia capacità di interpretare le parole dei grandi.
Il mondo diventa pian piano un luogo più ostile, perché avaro di slanci di affetto nei miei confronti. Perciò tutto mi diventa indifferente.
Mi innamoro di una con cui a stento riesco a spiaccicare due parole. Poi, di nuovo, lunghe giornate senza notti da vivere. Il fiume della conoscenza comincia a prosciugarsi perché le sorgenti sono soffocate dalla fragilità delle colline da cui nascono.
E tu che credevi di essere fatto di granito e marmo. Tre o quattro folate di vento e la montagna si trasforma in duna del deserto. E tu che cominci a vivere in un bunker a prova di estranei. Silenzioso, impermeabile. Perché l’ho fatto? E’ successo. Inutile pensare a ciò che è gia successo. Purtroppo ti restano dentro quegli anni di solitudine. Quegli anni insensati. Ti resta addosso la puzza della solitudine. Tenendo poi conto che sono solo quattro anni che ne sono uscito… e ora?
Ti voglio bene.
Mi ci sono voluti 3 anni per mettertelo per iscritto. Lo so non cambia molto il fatto che te l’abbia scritto.Però è importante per me. Si, sono un po’ egoista a rinfacciarti che ti voglio bene. Perchè so che questo mio sentimento potrà anche ferirti. Okay, lo so; stai ridendo, stai ridendo di me, come una matta, a leggermi. Un altro invasato. Un altro matto di cui ridere.
Ma si ridi, ridi pure, Sei così attraente quando ridi. Quando i tuoi occhi sorridono il mondo perde molto della sua serietà. E’ impossibile non sorridere quando sorridi tu.
Sai perché non ti biasimo se stai ridendo? Perché, il logico che è in me sorride di quello che vado scrivendo. Ma, al diavolo la logica. Se sto sempre a sentire la mia parte logica avrei si un’esistenza più tranquilla ma molto, molto più arida. Certo che quando vivo la mai parte istintiva ed emozionale mi sono ritrovato anche a soffrire come un cane. Perché quando cominci a “sentire” il mondo non senti solo il profumo delle ginestre, non vedi solo la bellezza di un viso intenso, di una costiera orlata da un mare color smeraldo e zaffiro, ma senti anche quanto ipocrite possono essere le parole che ci scambiamo, vedi i comportamenti ambigui ed ascolti il non detto: senti che quello che non è stato detto è più importante di quello che si è detto. E, a volte, ciò che non è stato detto è proprio quello che ti acrebbe permesso di comprendere di più.
Perciò mi vergogno sempre più dei miei silenzi perché in quel non detto potrebbe esserci qualcosa che ti potrebbe aiutare. Ma… ma non sono sicuro al 100% che quello che provo per te ti aiuterebbe. E se ti rendessi solo più sola? Me l’immagino perché l’ho vissuto: Per due tre giorni io provo a sentirti per chiederti ancora perché non mi vuoi bene e tu non ti fai più trovare.
E ogni tanto mi viene il dubbio che quello che provo per te è un gioco di specchi. Mi piace vedere quello che voglio vedere. Raramente riesco poi a sentirmi “amato”, nel senso anche largo del termine. Il più delle volte, quello che sento intorno a me è soltanto indifferenza.
Avrei tante domande da farti: Troppo difficile. Non ho il tempo per fartele. E poi, tu non mi chiedi mai nulla. Ma io ti voglio bene lo stesso.
Se analizzo solo per un istante con la mente l’ultima settimana direi proprio che, in questo momento, sono matto da legare.
Ti voglio bene, anche se mi hai trattato come mi hai trattato.
Se era per la logica, io non dovevo essere qua, in questo albergo. Anzi io non dovrei esserci più, nella tua vita da almeno un anno. E infatti, è da almeno un anno che io non sto più in pace con me stesso. Però, però quando arrivi e cominci a danzare col tuo corpo e la tua voce dimentico tutto il travaglio che ci è voluto per esserci e per restare. E stavolta, non so veramente come ho fatto ad arrivare sino in fondo: ci sono voluti 5 giorni per avere il tuo sospirato si. Che sembrava sempre più un no che un si eppure c’era in me qualcosa che mi diceva:”vai avanti, vai avanti, non puoi rinunciare ad esserci; no, non puoi. Hai troppe volte ascoltato le ragioni della tua logica dimenticandoti di andare al di là di essa, di vedere oltre le parole. E’ stato stressante, fino all’ultimo. Mi è venuto di nuovo il batticuore quando alle ore 9:39 di ieri ti ho provato a chiamare e, sorpresa delle sorprese: al telefono di casa rispondeva la tua segreteria e avevi il cellulare spento. Richiamo ogni cinque minuti e, niente. Ci sto male, veramente male. E se… ti racconto una storia.
Questa storia ha per protagonista un bambino: questo bambino, un po’ silenzioso, un po’ timido, ha circa quattro anni e si chiama Francesco, ma tutti lo chiamano, fin da piccolo, Franco. Abita in una palazzina di una città di periferia che ha un piccolo cortile dove, la sera parcheggiano le auto dei papà che lavorano; mentre il pomeriggio e, qualche volta, la mattina, il cortile resta vuoto. Franco e la sorella con le sue amiche si appropriano di esso e lo trasformano in un bellissimo parco-giochi. A Franco piace tanto giocare a 123.. stella, palla avvelenata, le belle statuine, piripimzozzo’ e a nascondino, acchiapparella. Lo vedi che quando gioca con gli altri bambini e bambine si diverte moltissimo. Anche se cade e si sbuccia i gomiti e le ginocchia; non piange mai. Sopporta molto bene il male che gli fa la scorticatura ai gomiti o alle ginocchia. Gli piacciono i giochi in cui si corre molto. Il suo gioco preferito è: Tana, libera tutti. Il cortile diventa, durante quel gioco un luogo fatto di anfratti e muri dietro cui nascondersi. Si tira a sorte per chi va sotto, per chi deve contare fino a 100, ad alta voce, prima di andare a cercare i bambini che anno provato a nascondersi agli occhi di conta con la faccia rivolta verso il muro che fa da punto di attacco e di difesa del gioco. “98…99…100”. Vi vengo a cercaare!!!
E Franco comincia a cercare. Il gioco lo conosce, lo ha fatto già tante volte, nonostante il fatto che sia così piccolo: ricorda quasi tutti i posti in cui è possibile nascondersi; visita il primo; no, non c’è nessuno e con la coda dell’occhio sta attento a ogni possibile movimento di qualche giocatore che ha deciso di scattare per farlo restare in punizione.
No, nessuno ha deciso di muoversi ancora dal proprio nascondiglio. Visita tutti i possibili posti in cui i bambini potrebbero essere nascosti. No, non ci sono; dove sono andati? Comincia a fare buio. Franco sente salire da dentro di sé un moto di tristezza che gli fa mettere su il broncio, quello che non ti va più via, quello che ti si appiccica addosso e non se ne va più. E’ impietrito. Il muro dove due ore prima aveva contato per dare inizio al gioco è dietro di sé, alle sue spalle. Per un quarto d’ore lui rimane così, fermo, impalato. Perché non sa che fare, non sa cosa pensare. Ha esplorato tutti i possibili posti del cortile dove è possibile nascondersi. Nessuno si è rifatto più vivo… Mi sento molto solo… Dove sono gli altri?… C’è Lia che si è affacciata al balcone, aspetta che arrivi il suo ragazzo; sta fumando una sigaretta. E’ tutta assorta nei suoi pensieri. Quant’è bella Lia. Ha una faccia così simpatica. No, Lia non lo sa dove sono. Ma io non gliel’ho chiesto… E’ così bella quando è assorta nei suoi pensieri. “Franco!..” “Franco!…”. Eccole, tutte e tre: mia sorella con le altre due bambine. Sghignazzano, sopra le mie spalle. Sono a casa delle due bambine. Mi giro, e osservo la cattiveria che c’è stampata sui loro visi. Anche Lia si mette a ridere. “Scemo!Scemoo!..”.
Piango. Comincio a singhiozzare. Il mio pianto mi fa tremare, perché sono molto arrabbiato con loro. Perché si sono comportate in un modo così ingiusto con me. Perché sono state così cattive, così cattive? Non le ho mai offese; non le ho mai picchiate; eppure, mi hanno fatto così male. Non vorrei più smettere. Piango e resto fermo. Ormai è buio. Mamma mi chiama per farmi salire. Non voglio più vedervi, non voglio più vedere nessuno. Non mi fido più di nessuno! Mi ero fidato di voi e voi così mi avete ripagato?
Capisci cosa significa per me riuscire a volere bene a qualcuno? Ti voglio bene.
E volevo che tu lo sapessi. E se ora, vuoi andare via, non vedermi più, non farti sentire più perché hai paura che io starò sempre lì a chiederti perché non contraccambi il mio amore, ti capirò. Se vuoi si può ancora restare amici… va bene, faremo finta che tutto quello che ho scritto precedentemente, non sia mai stato scritto da me e letto da te. Continuerò a volerti bene così come te ne ho voluto fino a questo momento. E non ti chiederò mai nulla che tu non mi potrai dare. Rivediamoci ancora, per parlare del più e del meno. Fatti sentire per telefono, più spesso. Mi basterà anche questo. Perché sapere che tu esisti dà un senso alla mia vita. Non te lo so spiegare bene perché è così ma sento che è così. Intendiamoci; sopravviverei se tu decidessi che è un’idiozia parlare del più e del meno con qualcuno che con gli occhi, con le parole ti continuerà a chiedere incessantemente di amarlo; ma non sarebbe più la stessa cosa; diciamo che tutto mi diverrebbe più insignificante.
Perché, mannaggia, senza di te mi sento più perso in questo infinito aggrovigliamento di vite,. Oggetti, strade, case, cose chiese ed eventi? Ci sei tu e riconosco il profumo del cuoio naturale non ci sei e la TV trasmette lo spot di due ebeti che si sorridono per mostrare i loro denti bianchi…
Ti voglio bene, G…. e tu, G…., sei qualcosa di veramente importante per me.

PS. E’ ora di andare. Te lo dirò che ti voglio bene?
29 marzo 2002
E se ti dico che Ti voglio bene? testo di Redstar74
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