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Atrax robustus Pt. 22
Erano quasi le otto di sera e gli uffici dello studio di Luigi si erano svuotati.
Luisa, la segretaria alla reception, fu l’ultima a uscire.
Prima di andarsene fece trillare il telefono della linea interna.
- Dottore, sto uscendo. Le occorre ancora qualcosa?
- No, Luisa, grazie. Vada pure. Io mi fermo ancora un poco. Buona serata.
- Buona serata, dottore. Non faccia tardi, tanto il lavoro c’è anche domani.
Rimase solo, in silenzio, con la lampada da tavolo che disegnava un cerchio di luce intorno alla scrivania.
Era corrucciato e nervoso. La telefonata di Ginevra di quella mattina gli aveva rovinato l’umore per tutta la giornata.
La tensione nella sua voce lasciava presagire guai grossi, ma non aveva la più pallida idea di cosa si trattasse.
Lei non aveva detto nulla di concreto e ora tardava anche all’appuntamento.
Accese l’ennesima sigaretta. Il posacenere traboccava di cicche. Aveva la lingua impastata e la gola secca.
Quando il cellulare squillò, sul display apparve il suo numero.
- Scendo - rispose spiccio.
Infilò il Burberry, chiuse a chiave la porta dello studio e scese rapido le scale, senza aspettare l’ascensore.
Fuori continuava a cadere una pioggerella sottile e fredda.Era già buio. L’Audi Quattro di Ginevra, con il motore al minimo, i fari accesi e i tergicristalli in azione, sostava a due metri dal portone.
Luigi salì e lei ripartì senza dire una parola, immettendosi nel traffico di corso Galileo Ferraris.
Tra loro solo un “ciao” freddo e il ritmo monotono dei tergicristalli.
- Dove andiamo? - chiese lui.
- In un posto tranquillo - rispose lei laconica, senza staccare gli occhi dalla strada.
Percorsero corso Vittorio Emanuele II, attraversarono il ponte Umberto I.
Il Po scorreva scuro e gonfio, la piena lambiva gli argini.
Dal corso Fiume iniziarono a salire verso Val Salice.
Ginevra guidava nervosa, accelerando con decisione e scalando le marce nelle curve strette della collina.
A tratti le gomme fischiavano sull’asfalto bagnato.
- Stiamo facendo un rally? — domandò lui, ironico ma con una punta di preoccupazione.
- Siamo arrivati - tagliò corto lei.
Si fermarono in uno spiazzo anonimo tra gli alberi, uno di quei posti frequentati dalle coppiette che cercano intimità.
I cespugli e gli alberi secolari li riparavano dalla vista.
- Dammi una sigaretta.
Luigi gliene porse una e ne accese un’altra per sé.
Abbassarono i finestrini di qualche centimetro. L’abitacolo era già appannato.
Fumavano in silenzio, senza guardarsi. La tensione era palpabile, quasi soffocante.
Luigi percepiva una freddezza nuova in lei, diversa dalla tensione della telefonata mattutina.
Niente abbraccio, niente bacio, nemmeno una carezza dopo undici giorni. Solo quell’aria ferita e distante.
Fu lei a spezzare il silenzio. La voce le tremava.—
- Sa tutto. Della nostra storia… di quello che stiamo progettando. Sa tutto, Luigi.
Lui rimase qualche secondo immobile, come se le parole dovessero depositarsi.
Poi si voltò di scatto. - Cosa significa “sa tutto”?
- Tutto! - sbottò lei, la voce sull’orlo dell’isteria. - Hai bisogno di un disegnino o capisci l’italiano?
- Cazzo, vuoi dire che ci ha scoperti? Ma come è possibile?
- Non è stato lui. Qualcun altro.
Luigi la fissava, incredulo.
- Ho ricevuto una lettera anonima.
Ginevra aprì il vano portaoggetti, tirò fuori una busta commerciale e gliela mise in mano.
Lui la aprì lentamente, quasi temesse che potesse esplodere.
«Lurida troia, so tutto della tua tresca con il bel avvocato. Avete formato una bella coppia di traditori e assassini. Conosco il vostro progetto per eliminare il cornuto e godervi i suoi soldi. Ma non finirà come pensate.»
La lettera gli scivolò sulle gambe. Era sbiancato.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dallo stillicidio della pioggia sul tetto e dal fruscio del vento tra i rami spogli.
La temperatura all’interno dell’auto sembrava essere precipitata.
- Come cazzo è potuto succedere? - mormorò lui con voce strozzata. - Nessuno poteva sapere.
- Siamo sempre stati attentissimi… - rispose lei, lo sguardo fisso oltre il parabrezza, verso la luce flebile di un lampione.
- Esatto. Solo noi due sapevamo.
Ginevra si voltò lentamente e lo fissò negli occhi.
- Quindi chi ha parlato può essere stato solo uno di noi due.
- Stai dicendo che sono stato io?!
- Io non ho raccontato niente a nessuno, Luigi. E non mi diverto a mandarmi lettere anonime. Quindi…
- Ma sei impazzita? - esplose lui. - Pensi davvero che sia così coglione da andare in giro a raccontare che sto per uccidere il marito della mia amante per i soldi? Io dei suoi soldi me ne fotto! Ne guadagno abbastanza con il mio lavoro. Lo faccio solo per te! Solo per poter vivere insieme il resto della nostra vita, cazzo!
- Non urlare. Anche le colline hanno orecchie.
- Fanculo le colline. - urlò lui.
Lei tornò a guardare nel buio, il profilo immobile come una statua.
- Bene. Allora, finché non troviamo una spiegazione plausibile per questa lettera, è meglio che io e te non ci vediamo più.
Lo aveva lasciato sotto casa senza una parola.
Durante tutto il tragitto di rientro il silenzio tra loro era stato così denso da non lasciare spazio neppure a un saluto gelido.
Luigi salì le scale con le gambe pesanti.
Appena chiuso la porta di casa, il peso di quella serata gli crollò addosso.
Era sconvolto. Spilli di rabbia e paura gli trafiggevano la mente.
Nella sua vita ordinata e controllata non si era mai trovato in una situazione del genere.
Continuava a risentire la voce di Ginevra, tagliente come una sentenza: era convinta che fosse stato lui a parlare.
Ma cazzo, lui lo sapeva. Non aveva commesso una simile idiozia.
Eppure la lettera esisteva. Qualcuno sapeva.
Chi poteva conoscere dettagli che si erano sussurrati solo nel buio del letto, tra lenzuola disfatte e fiato caldo dopo aver fatto l’amore?
Sembrava uno di quei gialli inglesi d’inizio secolo: un delitto perfetto in una stanza chiusa dall’interno.
Fece una doccia bollente, cercando di lavarsi di dosso l’umidità fredda che gli era entrata nelle ossa. Non aveva fame.
Avvolto nella vestaglia di spugna, si versò una doppia dose generosa di Macallan Highland Single Malt e sprofondò nella poltrona del salotto.
I quarantatré gradi del whisky gli incendiarono lo stomaco e gli risalirono lungo la spina dorsale come una staffilata di vita.
Accese una sigaretta.
Chi poteva aver sentito?
E poi, improvviso, il lampo.
Non “chi”. “Cosa”. Un microfono. Una cimice. Una microspia ambientale.
Il pensiero gli esplose nella testa con una chiarezza quasi violenta.
Si alzò di scatto, raggiunse la bottiglia e si versò un’altra dose abbondante.
«Che Dio benedica il Macallan e chi l’ha inventato» mormorò con un mezzo sorriso ebbro.
Era ubriaco, eppure lucidissimo. La nebbia si era dissolta. Ecco cos’era successo.
Lorenzo Maria doveva aver nutrito dei sospetti.
Forse non aveva mai creduto fino in fondo alla commedia dell’avvocato omosessuale.
Aveva ingaggiato un investigatore privato.
L’uomo li aveva pedinati senza trovare nulla — loro due erano stati maledettamente attenti a non farsi vedere insieme in situazioni compromettenti.
Allora aveva deciso di giocare un'ultima carta: aveva piazzato delle cimici nell’appartamento di Ginevra.
E quella sera aveva fatto bingo!
Solo che il bastardo non era un professionista integerrimo.
Aveva capito di avere tra le mani qualcosa di molto più redditizio di una semplice parcella: un ricatto.
Lorenzo Maria, quindi, ancora non sapeva nulla.
La partita si giocava solo tra loro due e l’uomo nell’ombra.
Luigi bevve un altro sorso. Il sollievo era palpabile, quasi euforico.
Non era una catastrofe. Era un problema gestibile. Si sarebbe aperta una trattativa. Soldi in cambio di silenzio.
E se quel figlio di puttana avesse provato a tirare troppo la corda… beh, esistevano modi più definitivi per risolvere certe trattative.
Si sentiva di nuovo padrone della situazione.
Ne avrebbe parlato con Ginevra appena possibile.
Bastava aspettare la prossima mossa del ricattatore e aprire la partita.
A quel punto gli venne fame. Tutto quel whisky a stomaco vuoto gli aveva schiarito la mente, ma stava cominciando a mordergli lo stomaco.
Barcollando leggermente andò in cucina, si preparò un toast prosciutto e formaggio e lo divorò in piedi, se l'era davvero guadagnato.
(Continua)