La notte della tempesta e il castello dei topi

scritto da Tiberia Coyll
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Testo: La notte della tempesta e il castello dei topi
di Tiberia Coyll

LEALDO ED AURORA
Era una stupenda mattina di primavera, resa ancor più attraente dal fatto che qualche giorno prima aveva nevicato. Il sole splendeva sul viso di Aurora Gostinacci, seduta al suo banco, accanto a Lealdo Gillo (battezzato unendo i nomi dei suoi genitori: Lea ed Aldo). Erano nella quinta b dell’unico liceo scientifico del paese. Aurora era sempre in compagnia di quel nuovo ragazzo che solo nell’ultimo anno si era aggiunto alla classe. Era un tipo molto strano, che tutti temevano come si teme una bestia pericolosa. Aurora ne era innamoratissima. Anche lui lo era di lei, ma mai nessuno avrebbe potuto minimamente sospettarlo, perché Lealdo era chiuso. Non parlava mai. Perfino nelle interrogazioni, diceva l’indispensabile, pur rispondendo con estrema precisione. Invece la parlantina della ragazza pareva un pozzo senza fine, con tutti, ma con lui aggiungeva anche molta dolcezza. I compagni la guardavano parlargli e gesticolare e sembrava loro, che stava parlando con un muro, in realtà lui non perdeva una sola virgola della sua amata. Quel giorno, la giovane sicura di sé, gli si avvicinò più del solito e gli sussurrò una poesia all’orecchio, che aveva scritto durante la notte:

Sorvolare
l’anima poliedrica e
policroma
tua,
è impossibile.
Un mulinello
che
sul profondo del mare
ti porta,
ti prende.

Il silenzio
sottostà al buio malefico,
che
proibisce
l’entrare
ai raggi di luce.
La vita manca
e persino
la speranza più debole,
è già morta.

Non fu concorde in quel che diceva, ma Lealdo, il suo amore lo sentì; che lei si fosse avvicinata così tanto, che lei sussurrasse, parole scritte unicamente per lui, non importa quali fossero, e forse non era in quel momento neppure in grado di capirne il senso, lo portò in estasi. Anche lui l’amava e sinceramente, ma non osava dirglielo, le sue paure di essere respinto e di essere deriso lo ossessionavano. Aurora era un essere mingherlino, non superava il metro e cinquantacinque, con capelli neri e tagliati corti, che mettevano ancor più in risalto il difetto delle sue orecchie grandi e a sventola, per le quali quand’era una bimba tutti la prendevano in giro, ma Lealdo non si soffermava su quel particolare di cui lui era l’unico a non essersene mai accorto, lui stravedeva per quei due occhioni, che in realtà erano bellissimi e meravigliosi come il mare, ma non quel mare di cui lei parlava nella poesia, stravedeva per quel magnifico sorriso che lei aveva in ogni occasione, ma mai fuori luogo, adorava vederla imitare gli attori comici più in voga e rifare gli spot pubblicitari. Il suo senso dell’humor gli allargava il cuore. Invece, a lei piaceva molto Lealdo, sia per la sua altezza, per la sua magrezza esagerata e sia per i suoi capelli neri appena più lunghi dei suoi, di qualche centimetro, fini e soffici.
Nel giro di pochi istanti Lealdo capì che questa era una vera e propria dichiarazione d’amore e istintivamente pensò di non poter lasciar scappare un’occasione così grande. Al di fuori della scuola, non si erano mai incontrati, ma ora, improvvisamente il tempo era diventato prezioso, quindi le chiese direttamente:
Vuoi venire oggi, a studiare con me, a casa mia? Tanto c’è sempre mia madre…
La seconda frase l’aveva aggiunta per dare una garanzia di serietà ad Aurora, che sempre più magnetizzata rispose:
Sì, volentieri.
E da questo momento fino a quello in cui si rividero, entrambi i ragazzi attraversarono l’inferno: lui doveva cercare un rimedio, non voleva passare per bugiardo, sapeva benissimo che sua mamma non sarebbe stata presente, ma sapeva che quella menzogna era stata necessaria, altrimenti avrebbe corso il grosso rischio di essere rifiutato; lei non stava più nella pelle, non pensava alla madre presente, non le interessava nulla, avrebbe potuto trovare un esercito a casa sua, non le interessava, l’importante era che lui le aveva chiesto qualcosa.
Lealdo aprì la porta e la vide raggiante: era stupenda come non mai. La fece accomodare e richiuse. Per qualche istante si sentì smarrito, perché avrebbe dovuto giustificare l’assenza della madre, ma poi preferì, lì impalati ancora vicino all’ingresso, darle un fulmineo bacio sulle labbra. Aurora sentì un brivido percorrerle la schiena, la testa diventare un pallone e finì col perdersi nel crudele labirinto dell’amore. Finalmente, un amore vero in carne ed ossa!
Aveva già amato altre due volte, ma in entrambi i casi erano uomini già morti da parecchio tempo. Il primo era stato capitano di una nave importante del diciottesimo secolo, un uomo duro con un carattere molto simile a quello del suo compagno di classe. Un orso. E forse era per questo che ora si sentiva fortemente attratta da questo ragazzo: assomigliava a quel capitano. Era stato un amore durato solo due settimane, intenso, fatto di grande dolore, sfogato con copiose lacrime, perché purtroppo non poteva averlo, ma, che come tutti gli amori per nulla corrisposti, destinato a finire nella rassegnazione. Il secondo era durato un po’ di più: si era innamorata di un ricco dalle idee innovative, che si batteva per i diritti umani dei cittadini, sempre dello stesso secolo. Meno sofferto questo amore, ma pur sempre destinato a terminare nell’indifferenza.
Invece per lui, il discorso era diverso anche se alla stessa maniera di lei non aveva avuto amori, perché non si era mai innamorato, partendo dal presupposto di essere inferiore alle donne, ma qui non aveva problemi, perché si era offerta lei.
L’esperienza di un amore coinvolse entrambi nel profondo.
Trascorrevano parecchio tempo insieme, colmi di felicità. Baci, carezze, carezze e baci, non si stancavano mai, sia che fossero in casa, sia che fossero per strada o nei campi. Lui l’abbracciava e l’accarezzava, lei si mostrava comprensiva e compiacente, ma ogniqualvolta lui cercava di andare oltre, lei si irrigidiva come un pezzo di legno e faceva strani discorsi:
Ho paura!
Di cosa?
Forse di chi?… vorrai dire!
Di chi?
…di te!
Questa idea non gli piaceva affatto, e una volta rispose:
Guarda che io non ho mai ucciso nessuno!
Lei trasalì. Era una frase del tutto fuori luogo, comunque non se la sentì di rispondergli più.
Ma a parte ciò, era un grande amore, fatto di gioia, di giochi, di studio e di scampagnate. Spesso, la domenica, partivano all’alba con l’automobile di lei, per tornare alla sera. Trascorrevano meravigliosi pic-nic. Soli, immersi nella natura, si completavano fra l’azzurro del cielo e il verde dei prati. Di tanto in tanto… qualche turbamento, ma nulla di eccezionale, neppure mai un litigio. Certo, più si andava avanti, più Lealdo capiva quanto sensibile e quanto fosse portata Aurora per la sofferenza.
Accadde un giorno che si recassero da uno zio di lui, professore liceale, che si dilettava a far da regista a un gruppo di ragazzi amanti del teatro. Aurora ne era contenta, le piaceva qualsiasi forma di letteratura e acconsentì volentieri, ma quando lui li presentò, successe qualcosa di incomprensibile:
Zio, la mia fidanzata… Aurora, mio zio!
Lo zio allungando la sua mano, ignorando di poter scatenare del dolore, ingenuamente disse:
Piacere, Pietro.
La ragazza ne rimase così scossa, da non riuscire a proferire neppure una parola. Lealdo si insospettì, ma fino alla fine della serata preferì tacere. Dal canto suo Aurora, continuò facendo finta di nulla, anzi riprese il buonumore e trovò lo zio del fidanzato saggio e confortevole. Purtroppo lo sgomento di Aurora, ora si era impossessato di Lealdo, che correva dietro alle sue fantasie. Le pensò tutte: che conoscesse già suo zio, ma questo era improbabile; più probabile allora che le ricordasse qualcuno, qualche suo corteggiatore, no, impossibile; del resto l’aveva vista sbiancare quando lo zio aveva pronunciato il proprio nome di battesimo; forse aveva amato qualche Pietro. Avrebbe chiarito con calma, ma al momento dei saluti, la trovò ancora in difficoltà, per qualche attimo la vide nuovamente irrigidirsi, quando prese le chiavi della sua Renault fra le mani e Pietro le disse:
Non correre, perché piove forte!
Aurora questa volta rispose:
Non guido mai di sera, questa è un’eccezione!
Sull’auto Lealdo anticipò e chiese il perché delle sue strane reazioni.
Guidava con molta prudenza e bravura, come se fosse nata per quel mestiere. Con altrettanta calma rispose:
Non c’è perché…
Lui non riusciva a capire, per questo insisté con determinazione:
Perché?
Perché non mi piace il nome Pietro. Troppo protettivi. Fai questo… fai quello… attento!
Solo per questo?
Sì…
Non conosci nessuno che si chiama così?
No!… Ti assicuro che è solo questione di nome…
Intanto, Lealdo guardava gli alberi che i fari illuminavano, i lampi che apparivano e sentiva i tuoni fragorosi e gli pareva di scorgere in tutto ciò i contorni di una strana faccia trasparente che appariva arrabbiata e che facilmente se ne scompariva. Aurora calma continuava:
E’ come il nome Federico… non ho niente contro chi si chiama così… non ne conosco nessuno, ma ti assicuro che sono tutti uguali…
Come?
Tutti, - e qui modificò il tono che divenne aspro, - proprio tutti vigliacchi. Non si prendono le loro responsabilità. Si appoggiano sui deboli…
Non puoi parlare così, con questa precisione, - replicò Lealdo, sentendosi accusato ingiustamente, pur sapendo di non chiamarsi con quel nome, – hai forse vissuto di già e hai avuto a che fare con qualche Federico?
No! – Aurora era perentoria – Nessun essere è così cattivo da meritare di vivere due volte!
Lealdo rientrò nel suo cupo silenzio e lei lo seguì.
Ma poi avvenne un altro episodio più grave di questo.
Una sera, con Pietro andarono a vedere Notredame de Paris. Era un evento straordinario che interessava a tutti e tre, fino al punto da fare un viaggio per andare a vedere lo spettacolo. L’arena era zeppa di persone. Aurora davanti a tale meravigliosa opera seppe estraniarsi, entrare nell’epoca descritta, annullando l’ambiente attorno. La folla non esisteva più. I suoi accompagnatori neppure. Addirittura poi, quando apparve Fiordaliso, se ne era sentita così attratta tanto da uscire dal suo corpo e andare ad aggirarsi sul palcoscenico con quegli attori. Rimaneva attaccata ad Esmeralda, ossessivamente. Quando la protagonista, aggrappandosi alle sbarre della sua prigione, cantava Dove sei mio campanaro, Aurora si sentì piangere, sentì il calore delle lacrime, perché si era resa conto di non aver nessuno da invocare in caso di bisogno. Sentì la solitudine dell’amore non ricambiato. Ma poi, andò sempre peggio e quando impiccarono la poveretta, Aurora svenne. Di tutto ciò Lealdo non se ne accorse, anzi, per un attimo, quando la vide svenuta, pensò che stranamente si era addormentata. Il giorno dopo ne parlarono e per lui era chiaro: il caldo, la stanchezza del viaggio erano stati la causa del suo malessere. Altrimenti non si spiegava, quando avevano visto film cruenti, dove la giovane non si era minimamente scossa.
Tutto rientrò nella normalità presto e nella coppia si ritornò ad avere un solo problema, che però assillava lei: la chiusura del fidanzato. Il vederlo respingere qualsiasi tipo di compagnia, tranne quella dello zio, che per lei stava diventando una nuova forma d’ansia, la spingeva a rimproverarlo per le sue stranezze, e a insistere di volerlo aiutare a cambiare. Lui l’ascoltava e non replicava. A volte si limitava a giustificare l’attaccamento allo zio, perché preso da un senso di colpa, per quale motivo non sapeva neppure lui cosa dire, non ricordava nulla di particolare, e per i continui silenzi che imponeva, le chiedeva:
Aurora, a cosa serve parlare?… Io non credo che serva più di tanto…
Lei lo trovava sì molto ubbidiente, ma era scocciata di dover sempre decidere tutto lei anche per lui. Un giorno, ebbe l’idea di accompagnarlo da un mago, un vecchio saggio sensitivo. Ne aveva sentito parlare da molti e molto bene, anche se non era mai stata da lui. Ora sperava che lo potesse cambiare, aprirlo al mondo intero, per evitare così che fosse succube di qualcuno. Era certa che il Mago l’avrebbe aiutata.

IL MAGO
Il Mago era un uomo come tutti gli altri, l’unica differenza era che era più umano. Non si sapeva quale nome potesse avere questo individuo, perché lo chiamavano il Grande Mago. Era vecchio, molto vecchio e pareva anche che i cittadini del circondario nascendo, l’avessero già trovato. In poche parole era, di gran lunga, il più vecchio della zona. Era magro, e curvo. Lo aiutava a vivere, un bastone. E a guardarlo, sembrava, con quella sua barba folta e candida, uscito da un libro. Era molto umile e non negava mai un sorriso, che in realtà era più una smorfia, considerato che non riusciva a muovere bene i suoi muscoli, o una parola a nessuno. Non era però sempre stato così. L’umiltà, nella sua vita, era stata un traguardo che non aveva raggiunto con facilità, e non senza un ostacolato cammino interiore, durante il quale non era stato aiutato, neppure da quelli più intimi. Si raccontava in giro, che proprio la sua forza inizialmente, l’aveva allontanato dal suo percorso, perché dicevano che un giorno da ragazzino, non ne voleva sapere di andare a scuola, giustificandosi così:
- Non voglio andare in quel maledetto posto, tanto per fortuna, fra poco crollerà.
Per la mamma non fu possibile fargli cambiare idea, ma quando arrivò in mattinata, una vicina che annunciava il crollo dell’edificio scolastico, finì per il bambino caparbio, l’educazione. Ormai poteva fare tutto ciò che gli pareva e comandava a bacchetta ogni adulto che gli capitava a tiro. Lo lasciarono fare tranquillo, venerandolo e temendolo. Ci pensò poi la vita a educarlo ben bene.
Altre voci, perché erano solo voci, tanto è vero che nessuno conosceva neppure quale fosse il suo paese natio, essendo arrivato lì già adulto, altre voci dicevano che fosse addirittura un ricercato straniero. Ogni tanto veniva creata dalla fantasia popolare una nuova fandonia che circolava anche per parecchio tempo, finché non ne arrivava un’altra a soppiantarla. La più interessante era che nel suo passato, quest’uomo era un incallito bevitore e giocatore, fino al punto di portare la sua famiglia alla rovina e la moglie al suicidio. Sfuggito alla rabbia dei parenti di lei, finì per nascondersi sulla montagna dove si trovava, lontani da quelli e al sicuro. In realtà, non si era mai sposato, nessuno mai l’aveva visto con un bicchiere tra le mani, e neppure con un mazzo di carte che non fossero i tarocchi. Di certo si sapeva che da tanti anni, viveva in estrema solitudine, che non cercava la compagnia di nessuno e che accoglieva tutti a braccia aperte. All’inizio, si parlava di un eremita della montagna, poi col passar del tempo cambiò in un mago della montagna, e in seguito divenne il grande mago della montagna. Così lo trasformò più la volontà collettiva che non la sua individuale.
Era arrivato in quel luogo a cinquant’anni precisi, pensando di dover vivere con il minimo necessario, aveva messo in conto la fame, il doversi arrangiare a cibarsi di frutti e di radici anche per lunghi periodi, qualora la carità degli altri non fosse bastata, e invece successe l’imprevedibile: persone che si facevano chilometri e chilometri per venirlo a cercare, per chiedergli le cose più insensate e inutili, portandogli in cambio uova, pesci, pollame, frutta e qualcuno un po’ di denaro. Lui ne era contento, ma avrebbe preferito che la gente disposta a tutto pur di incontrarlo, pensasse, riflettesse con il proprio cervello, cosa che pochissimi facevano. Per spingere i suoi visitatori in tale direzione, dava risposte sibilline, che non servivano quasi a nessuno, ché se avessero riflettuto, avrebbero toccato la profondità e la precisione di quell’uomo, oltreché trarne grande vantaggio. Ma, vai a capirlo il Mondo!
Il giorno in cui Aurora accompagnò dal Grande Mago, Lealdo, le luci dei colori nell’aria erano vaghe, non ben definite. Dovettero camminare a lungo verso la salita, per arrivare da questo saggio che viveva in una casa mezza diroccata, certamente un posto frequentato di notte da brutte bestie: topi, pipistrelli, cani selvatici…
La ragazza, fu lei per prima a salutare il Mago e lo fece con tale slancio da far pensare a Lealdo di aver mentito e di conoscere di già, in realtà, quel vecchio. Lo baciò persino, strofinando la sua guancia contro quella di lui, ma poi parlò in maniera da far credere di non averlo mai visto in precedenza:
Mi chiamo Aurora… - lanciandogli un’occhiata di complicità.
Il Mago le chiese:
Sbaglio, o noi due ci conosciamo?
Lealdo pensò nuovamente che Aurora avesse mentito.
Rispose la ragazza:
No, assolutamente. Non sono mai venuta quassù, prima di ora.
E io non sono mai stato laggiù… Dunque mi sbaglio, ti avrò confusa con qualche altra giovane. Ne vedo tante.
Il ragazzo ripensò alla sincerità dell’amata.
Eppure, - proseguì il vecchio – io ti conosco…
Lealdo si convinceva di nuovo che la fidanzata nascondesse qualcosa.
Come hai detto che ti chiami? Matilde?
Aurora pensando che il Mago iniziasse a perdere colpi per l’avanzata età, rispose:
Aurora, al limite si può confondere con Alba…
Il Mago si rattristò:
Alba, quella ragazza così giovane finita sul fondo del fiume, con tutta l’automobile, per lasciare il posto a Marchino…
Tutto si stava dannatamente complicando. La giovane non si sarebbe mai aspettata di trovare un vecchio rimbambito, ma nonostante decise di esporre il vero motivo della visita.
Gli mostrò il fidanzato e glielo presentò. Il vecchio, finora, non si era affatto accorto di lui, e ne fu molto colpito, soprattutto dai suoi occhi:
Io ti conosco, sì che ti conosco, - lo scrutava dalla testa ai piedi, - dove sei stato per tutto questo tempo? Ti ho atteso…
Aurora guardò disperata Lealdo e rispose per lui:
Ma vuoi capire che è la prima volta che abbiamo a che fare con te!… Non ci conosci, non ci hai mai visti!… Voglio che tu faccia qualcosa per trasformare questo ragazzo, è troppo chiuso! Aprilo!
Va bene, va bene! Non ti adirare, perché ricordati, qualsiasi cosa si dica, anche una grossa bugia, contiene sempre una verità… Vuoi un rimedio? Lascialo qui con me. – e rivolto a lui -Lascia la scuola, seguimi. Io ti insegnerò, ti farò diventare un gran mago…
Aurora dissentì immediatamente. Non la trovava affatto una buona idea. Purtroppo però questa volta Lealdo non ascoltò, guardò gli occhi grigi del mago, che sembravano quelli di un gatto, e non riuscì a rinunciare all’idea di accontentare un uomo che si aspettava grandi cose da lui.
Alla ragazza non rimase che tornare alla sua automobile e guidare nella notte. Gli occhi erano pieni di lacrime e lei non vedeva nulla. Aveva perso per sempre il suo fidanzato. Non avrebbe mai più amato. O Lealdo, o nulla. E il nulla in questo momento le sembrava il meglio. Nell’oscurità, sentiva Pietro che ripeteva le stesse parole: Non correre. Risentiva sé stessa: Non esco mai di sera. E’ un’eccezione. Questa era la seconda eccezione. Aveva perso Lealdo, non l’avrebbe più avuto, perso per sempre. Con le mani tremanti, aprì la serratura di casa, e nel buio, buttandosi vestita sul letto, con un grosso dolore che le opprimeva il petto, mormorò:
- Mamma!
Il mago decise di tenere con sé il ragazzo, non solo perché gli piaceva, ma soprattutto per il bisogno di tramandare. Gli insegnò a sentirsi a suo agio nelle tenebre, a cercare la compagnia degli animali notturni e a frequentare i cimiteri. Quello in cui il Grande Mago non riuscì, fu di fargli capire che non doveva ammazzare i topi, perché bastava che Lealdo ne vedesse uno per non avere più pace, almeno finché non vedeva morta la povera bestia. Gli insegnò a far magie, a leggere il passato, il futuro, ma ben presto si accorse, che pur essendo bravo e dotato, gli mancava un supporto indispensabile: uno spirito guida. Quindi: doveva procurargliene uno. Rifletté molto su questo punto il vecchio. Voleva valutarne bene i pro e i contro, e alla fine decise per il sì.
Una notte dunque, quando il cielo era pieno di nubi nere e un vento forte fischiava, si incamminarono più su, sulla montagna. Arrivati alla meta, il vecchio si mise a invocare gli spiriti e alzando le mani al cielo, con il suo mantello pareva formare la sagoma di un grande pipistrello. Di tanto in tanto, qualche fulmine lontano, schiariva parte del cielo, colorandolo di un verde intenso. Lealdo, un po’ distante, lo osservava, ma non succedeva niente. Per parecchie notti fu la stessa storia, ma il diciassette novembre qualcuno si presentò. Il suo volto si staccò dalle foglie di una quercia e piano si formò un essere, che sembrava più una persona che non uno spirito. Se non fosse stato per quella pelle cerea, sarebbe stato un bell’uomo. Alto, almeno un metro e settantacinque, biondo, di un biondo molto chiaro. Sul collo una profonda ferita da pugnale. Ricucita bene, ma pur sempre impressionante. Se fosse stato vivo, avrebbe avuto attorno ai venti anni. Si muoveva con grazia, ma a piccoli scatti. Lealdo rabbrividì e fece un passo indietro, per un momento pensò seriamente alla fuga. Era spaventatissimo: gli pareva di riconoscere il volto trasparente di quella sera, ma ora era peggio, perché sapeva che, davanti a sé, vi era il corpo di un morto. Il mago, invece, pur con qualche incertezza, avanzò verso lo spirito, per interrogarlo:
Chi sei? – chiese con un po’ di aggressività.
Mi chiamavo Oleandro Fuscol, vissuto alcuni secoli fa . Sono morto per mano di mio fratello e cerco il mio assassino, tornato a rivivere. E tu, cosa vuoi?
Uno spirito guida per questo ragazzo. Vuoi interessartene tu?
Oleandro squadrò Lealdo prima di acconsentire. Poi disse, rivolgendoglisi:
Va bene, quando vorrai parlarmi, chiamami qui, di notte e io risponderò incondizionatamente alle tue domande.
Sulla strada del ritorno, l’allievo aveva paura e non ascoltava le parole del mago che gli spiegava che doveva imparare a sentire in ogni momento, la presenza di Oleandro e non solo sulla montagna. Ma come precedentemente con il vecchio, così ora il giovane sentiva d’essere inesorabilmente attirato dallo spirito guida. E aveva bisogno di avere delucidazioni. Chiese:
Se il fratello è tornato a rivivere, perché lui no?
Questa è una scelta personale… Lui avrà preferito non far ritorno.
E perché mai? Quali vantaggi potrebbe avere?
Be’, è semplice… Lui ci ha fatto capire che vuole vendicarsi del suo assassino, quindi se tornasse sulla Terra, allora non solo perderebbe di vista il suo obiettivo, ma addirittura non saprebbe neanche più di averlo, quindi fine della vendetta, ma non vuole dimenticare e così da spirito, ha molte possibilità in più di fare del male a chi lo ha odiato…
Lealdo si perse:
Allora, si tratta di uno spirito maligno!
Maligno per ciò che riguarda strettamente lui, per il resto, è come gli altri. Non devi temere, sarà ugualmente una buona guida… almeno che…
Almeno che…
Ma no, impossibile… Ha detto giusto Matilde… sto perdendo colpi… Lasciamo stare…
E mentre albeggiava, camminarono in silenzio, senza aggiungere altro.

OLEANDRO E FEDERICO
Nel Medioevo, più verso il basso che verso l’alto, esisteva un Castello con il suo Signore. Il Signore si chiamava Francesco e dopo tre femmine, aveva avuto, nel giro di dodici mesi, due figli maschi, Oleandro e Federico.
Il castello era in cima ad un monte. Un posto incantevole, che da lontano vedevano tutti. Ben pochi però erano in grado di scoprire la strada che arrivava lassù, dove all’incirca vivevano un centinaio di persone.
La zona sembrava incantata e ritenuta stregata. Si diceva, nei paesi lontani, che perfino le stagioni non seguivano il corso naturale, infatti esistevano soprattutto la primavera e l’inverno: ognuna di esse durava all’incirca cinque mesi e mezzo, il restante mese veniva diviso fra l’estate, intensissima, con temperature molto al di sopra delle massime degli altri luoghi, e l’autunno, stupendo con i suoi colori, dal giallo al rosso, dal rosso al marrone, ma come l’estate troppo breve.
In un periodo torrido, un giorno, Oleandro, suo fratello Federico e il loro amico Pietro, andarono giù al fiume. Non si resisteva e per questo, Pietro volle bagnarsi per rinfrescarsi, si tuffò e scomparve per riapparire subito dopo. Scrollandosi i capelli, disse:
E’ freddissima!
E svenendo fu inghiottito dal fiume. Oleandro, a tale vista, non riuscì a non reagire: il suo migliore amico stava morendo, doveva salvarlo e senza esitare, velocemente si svestì e si gettò nel fiume. E pure lui non tornò più su. Federico davanti a tale orrore, si accasciò su sé stesso e si mise a piangere miseramente. Invocava Dio che gli ridesse suo fratello. Gridava:
Dio mio, Dio mio, morirò senza mio fratello!
Dietro di lui comparve una voce d’uomo maturo e sicuro di sé:
Morire per morire, buttati nel fiume e salvalo!
Spaventato il piccolo Federico si volse e vide che l’uomo era vestito di un unico colore: nero. Gli venne un po’ di coraggio e rispose:
Sarà già morto e tanto tempo che sono qui a piangere. Signore, aiutatemi, se potete salvatemelo.
Posso far poco. Posso farlo rivivere, ma tu devi buttarti a salvarlo… altrimenti, se non c’è la tua profonda volontà, nessuno può far niente. Perché io lo salvi, tu dei essere disposto a morire… solo così vivrete entrambi… e poi dovrai ricompensarmi…
A queste parole il ragazzo lo interruppe, fissandolo in quegli occhi grigi, che sembravano quelli gli di un gatto.
Ma cosa siete, dunque, voi? Un prete o un mago?
Né l’uno, né l’altro. Io non ti cercherò più… un giorno, mi darai almeno parte del tuo feudo… Dovrai cercarmi tu, non dimenticartene.
Voi mi prendete in giro… non avete nessuna intenzione di far vivere mio fratello, perché non sarei altrimenti, io il signore del feudo…
No, perché non sai che ciò che si desidera oggi, non è quello che si desidera domani?…
Federico iniziò lentamente a spogliarsi, da una parte fiducioso nel miracolo, dall’altra impaurito di cadere in trappola, ma l’amore per Oleandro lo convinse a rischiare grosso, anche se con molto dispiacere di trovarsi in questa condizione. Il falso prete parlava ancora:
E soprattutto, ricorda rendi all’uno ciò che hai preso dall’altro…
Il ragazzo si tuffò e ripescò suo fratello. Fu una grossa fatica, ma ce la fece. Lo adagiò sul terreno e si accorse che Oleandro aveva aperto gli occhi come se si stesse svegliando. La prima parola che il miracolato disse, fu:
Pietro? Dov’è Pietro?
Federico si guardò attorno per cercare il falso prete, ma non c’era più nessuno. Per essere sicuro di non perdere di nuovo il fratello, perché già lo tormentava la profezia relativa al feudo, non c’era che una bugia:
Sei stato sul fondo del fiume a lungo… Pietro è stato messo in salvo prima di te. L’hanno già portato a casa sua da un pezzo.
Tornarono felici al Castello e continuarono così ancora per qualche anno, sempre più inseparabili, ma una fresca mattina di primavera, il loro padre chiamò Oleandro per parlargli. Federico con un brutto presentimento, rimase ad attenderlo fuori dalla stanza.

MATILDE, PROMESSA SPOSA
Francesco, Signore del Castello, non voleva altro che annunciare al figlio Oleandro che, presto sarebbe arrivata la sua futura sposa: Matilde.
Fu sincero in quell’occasione il padre. Per lui il figlio costituiva un grosso problema: non gli aveva mai disobbedito e di questo poteva esserne orgoglioso, però… come Federico, era aperto e gioviale con tutti, scherzoso, ma possibile che, a differenza del fratello, non avesse mai nulla di che lamentarsi con il padre, mai un disappunto, neanche nell’espressione del viso? Era questo che tormentava l’anziano padre. Di certo, con il suo carattere forte, autoritario, non avrebbe mai voluto che nessuno disobbedisse, ma considerato che era uomo anche pronto al dialogo, avrebbe gradito conoscere almeno le idee di suo figlio Oleandro, per cercare in qualche maniera di rendergli meno penosa l’esistenza, come del resto faceva con gli altri suoi ragazzi. Anche questa volta avrebbe voluto avere delle risposte e fece dei tentativi per averne.
Devi sposarti, Oleandro.
Lo so!
Ma non perché l’ho deciso io.
Capisco.
Ma neppure tu lo hai deciso!
Lo so! Va bene, padre.
Più il figlio dava queste brevi risposte, più il padre sentiva il bisogno di scusarsi.
Vedi, Oleandro, tu non hai deciso nulla, ma neanch’io, il mondo l’ho trovato già fatto.
Lo so!
Ma sei contento di sposarti?
Sì.
Sì o no, sarebbero stati sempre accompagnati dalla stessa espressione del volto, espressione però riservata solo al padre.
Perché?
Perché voi me lo state chiedendo.
Questa, in particolare era il tipo di risposta, che mandava in crisi Francesco.
Oleandro si accorse che il padre stava spazientendosi, e allora premurosamente, aggiunse:
Io sono sicuro che la ragazza sia quella giusta, perché l’avete scelta voi.
E, dopo una pausa, aggiunse:
Senza dubbio, io stesso non potrei fare scelta migliore.
Il padre, a questo punto, smise la conversazione, non perché soddisfatto o convinto, ma perché esausto da risposte che non comprendeva.
Oleandro corse a confidarsi subito con Federico, che non attendeva altro, per condividere l’emozione di potersi sentire finalmente uomo. Chi avrebbe potuto capirlo meglio di suo fratello e così fu. Festeggiarono insieme per tutta la sera. Ed insieme attesero, parlandone per giorni interi, l’arrivo della ragazza.
Quando Matilde arrivò, Oleandro se ne innamorò all’istante. E anche la giovane si innamorò all’istante, ma purtroppo non di lui, bensì di Federico.
Oleandro si trovò di fronte una ragazzina non più alta di un metro e mezzo, dal volto di bimba ingenua, i capelli molto lunghi e biondi, di un biondo caldo, che servivano ben poco a nascondere le grandi orecchie a sventola. Gli occhi stupendamente accattivanti e azzurri. Lui non seppe resisterle.
Nello stesso momento, Matilde si trovò di fronte Federico. Alto, bello, una perfetta copia del fratello, ma con un anima propria, e fu quella a imprigionare il cuore della ragazza, che da quel momento non ebbe più pensiero e occhi che per lui, e spudoratamente di fronte a tutti, e tutti se ne accorgevano, tranne Oleandro che aveva benissimo capito l’indifferenza della ragazza nei suoi confronti, ma la giustificava con l’età ed era convinto che con il tempo la ragazza si sarebbe innamorata di lui.
Matilde non pensava a nulla a proposito del matrimonio, pensava solo ad attirare l’attenzione di Federico. Non poteva rinunciarvi, avrebbe preferito morire. Lui, dal canto suo, trovava tutto normale e accettava di buon grado la corte della ragazzina. In effetti, nascondeva l’interesse che provava per lei. E già questo, lo proteggeva da qualsiasi autocritica e da qualsiasi critica altrui.
Un giorno, per caso, s’incontrarono nel cortile e lei, passandogli accanto, si fermò un istante per sussurrargli:
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…
Senza neanche permetterle di finire i versi, Federico non ebbe più dubbi, capì subito che queste parole erano una vera e propria dichiarazione d’amore, e quindi che non poteva indugiare oltre: si apprestò subito a strapparle una promessa d’incontro, cosa che non fu affatto difficile.
Entrambi entrarono nel labirinto dell’amore e pur sapendo che non v’era possibilità d’uscita, non fecero nulla per evitare di perdersi. Si incontravano nei momenti più strani, nei luoghi più strani con la complicità delle donne al seguito di Matilde, ma soprattutto li aiutava il falegname, che permetteva loro di usare il suo magazzino, facendo correre a tutti grossi rischi. Matilde oramai era diventata completamente cieca. Il loro tempo era colmo di felicità. Baci, carezze, carezze, baci, non si stancavano mai, ovunque fossero; lui l'abbracciava, l'accarezzava, lei si mostrava comprensiva e compiacente, ma ogniqualvolta lui accennava di andare oltre, lei si irrigidiva come un pezzo di legno, perché diceva di voler per la prima volta, un luogo più adatto all’amore.
Intanto il falegname, che si chiamava Uberto e che era nato sotto il segno dello Scorpione, non riusciva a darsi pace, soprattutto quando veniva la sera e durante la notte, addirittura, veniva assalito dagli incubi. Nella sua vita, si era sempre salvato obbedendo ciecamente a chi gli era superiore per ceto, e si era sempre trovato bene, ma ora era differente, questo era un grosso guaio, aveva obbedito, perché Federico era il figlio del suo Signore, ed era giusto così, ma quando poi aveva scoperto che la giovane innamorata era la futura sposa di Oleandro, non poteva più trovarsi d’accordo. Allora finì per cercare di ragionare, mentre era solo, ad alta voce:
Devo avvisare il mio Signore di quel che sta accadendo, perché lui è più in alto di tutti. E’ giusto che lui lo sappia. Ma se poi esagera nei confronti di Federico? Questo mi dispiacerebbe, in fondo gli voglio bene… e poi potrebbe dirmi: “Perché non me l’hai detto prima, me lo dici solo ora.” Mi metterei nei pasticci, peggio di ora. Non vorrei mai spargimenti di sangue. Mi conviene stare zitto. Che si arrangino tutti, già, ma io ci sono di mezzo… Dire a Federico che non posso aiutarlo? No, non posso, si adirerebbe troppo, poi, specie adesso, che non capisce più niente… Parlare con Oleandro. Lui è noto per la sua generosità… Non farebbe mai male a una mosca. E’ troppo sensibile. Troverebbe lui il rimedio, senza colpire nessuno. Farò così. Ehi, un attimo, ma anche con lui non posso raccontare la verità, anche lui può chiedermi: “Perché non me l’hai detto prima?” Mi conviene limitarmi a mettergli il dubbio, così meglio ancora… dipenderà da lui scoprire la verità e se non vorrà scoprirla, affari suoi, anzi meglio così, tanto io avrò trovato la mia pace…
E cercò Oleandro, che naturalmente lo ascoltò. Uberto disse:
Io credo che vostro fratello, di notte, si incontri con una donna, io credo che sia così, non posso dirlo per certo, ma credo proprio che sia così…
L’hai visto in faccia?…
Oh, no, no, Signore, io ho detto che io credo… non sono sicuro.
Cosa ti fa pensare che sia lui?
L’altezza…
Oleandro era scettico, allora Uberto aggiunse:
L’andatura, si direbbe che sia la sua…
Be’ comunque, alla fine non sono affari che ci riguardano…
Io credo di sì…
Perché?
Perché io credo, intendiamoci non posso asserirlo con sicurezza, ma credo proprio che la donna sia… non posso giurarci… sia la Vostra futura sposa!
A questo punto, Oleandro sbiancò tanto che il falegname ebbe paura di dover assistere all’esplosione del suo cuore. Ma, il giovane cercò di tenersi calmo.
Tu stai mentendo! Non è vero che tu credi, tu Uberto, tu sai!
No, io credo, se avessi saputo, avrei parlato prima…
No, basta. Ormai è tardi: possiamo fare una sola cosa: un agguato. Tu mi avvertirai.
E Uberto se ne tornò fra i propri, più abbattuto che mai.
Quella notte, fu agitato più del solito. Adesso aveva paura anche di Oleandro. Non poteva permettere che scorresse del sangue a causa sua, doveva trovare una soluzione che gli desse pace, così verso l’alba ebbe l’idea di avvertire Federico e finalmente si addormentò.
Al mattino, cercò Federico che lo ricevette subito.
Il falegname, con molta circospezione, iniziò:
Signore, io credo che Vostro fratello si sia accorto di qualcosa…
Ma impossibile…
Dobbiamo essere prudenti… se non volete esserlo per Voi, siatelo per lei…
Non c’è nessuna preoccupazione. Oleandro non si accorgerà mai di nulla.
Signore, ma…
Ascolta, io parlerò con mio fratello, gli spiegherò tutto, troveremo insieme una soluzione… ne sono sicuro… ma non ora… ora è presto… ti ringrazio, ma torna pure al tuo lavoro!
Uberto era disperato. Nessuno lo capiva. Di certo, sapeva solo che non avrebbe avvertito Oleandro. Non voleva che a causa sua scorresse del sangue. Ma purtroppo, la miccia era stata accesa e Oleandro aveva avuto dalla sua lingua, tutti gli elementi necessari per scoprire il doppio tradimento e così fu.
Stava abbracciando Federico la sua Matilde, pensando di essere nascosti agli occhi dell’intero mondo, senza sapere che il fratello lo aveva seguito, quando sentì, improvvisa, la sua voce:
Credi di aver comprato la mia vita?
Federico si staccò immediatamente dall’amata e istintivamente, stava per mettersi in ginocchio per chiedere perdono a Oleandro, ma vide lo sguardo della donna, che sembrava essersi trasformata in un’arpia e ne ebbe paura. Si limitò quindi a rispondere:
Non ti ho mai comperato.
E, automaticamente, gli vennero in mente le parole: “Ciò che si desidera oggi, non è quello che si desidera domani”, ma non ebbe dubbi, amava suo fratello e lo ammirava più di chiunque altro al mondo.
Seguì un lungo silenzio in cui, Matilde, guardò sia l’uno che l’altro negli occhi, cambiando l’espressione: verso Oleandro lanciava occhiate di sfida e di odio, verso Federico occhiate di rimprovero e d’amore.
Il maggiore dei fratelli, chiuse il discorso:
- Mi dispiace per voi, ma tutto rimarrà come prima, tranne per il fatto che voi due non vi rivedrete più.
Il giorno dopo, Federico corse nel bosco, da una vecchia strega, che ogni castellano sapeva che era capace con i suoi sortilegi, di ribaltare totalmente le situazioni.
Non era ancora sceso da cavallo che la donna, già aveva incominciato a parlare, dandogli del tu:
Devi ucciderlo!
Chi?
E’ l’unica soluzione, devi farlo, anche se non ti piace.
Che cosa? Non ho neppure aperto bocca, come puoi rispondermi?
Uccidilo… Uccidi tuo fratello!
Mai. Non posso.
Ragiona!
Ma non c’è motivo che io sparga del sangue.
Il motivo c’è. Tu hai fatto una cosa gravissima. Hai fatto rivivere tuo fratello che già era morto! Solo un pazzo poteva accontentarti quel giorno. Un pazzo o un demonio. Ragiona! Tu eri destinato a diventare signore, tu eri destinato ad amare e sposare Matilde. Tu hai rovinato tutto. Tu sei andato contro il Fato. Era morto. Morto. Dovevi lasciarlo, là sul fondo del fiume.
Se anche tu avessi ragione, vecchia, non si rimedia con un omicidio. Non diventerei comunque lo stesso Signore del Castello e non potrei ugualmente sposare Matilde. Finirei impiccato.
No, tu in qualche maniera sei un protetto. Tu sei destinato a diventare Signore e tu lo diventerai. Uccidendo tuo fratello, ti purificherai, perché ti sei macchiato, quando l’hai salvato. Riporterai ogni cosa a suo posto e tutto sarà più bello di prima.
Non so. Non saprei, proprio cosa fare. Ho troppa paura.
Uccidilo nel sonno. Ti darò io il pugnale, cerca di colpirlo alla gola… Poi, sotterra il pugnale insanguinato, dopo averlo riposto in un fazzoletto ricamato, in un angolo della stalla e poi ritorna nella tua stanza e lavati molto e a lungo, e tutto sarà meglio di prima. Ma, attenzione, fa’ quel che ti dico, perché altrimenti vedrai morire tutta la tua gente, fino all’ultimo bambino. So che ti costa dolore, perché ami tuo fratello, ma devi sacrificarti!
Federico si promise di ubbidire senza pensare, anzi decise di agire al più presto, per non lasciar tempo a suo fratello di studiare un’offensiva.
Quella notte agì, e tutto fu così facile che si convinse di essere davvero protetto. Oleandro morì quasi all’istante, sfortunatamente però in un momento in cui era ancora pieno di vitalità. Negli ultimi minuti di vita, capì che chi lo aveva colpito era stato suo fratello e immediatamente volle vendicarsi. Seguì Federico e lo vide seppellire il pugnale. Allora volò nell’anima di Matilde e le apparve in sogno. La ragazza si spaventò, perché era un cadavere. Lui le parlò:
Federico mi ha ucciso. Fa’ quel che ti dico. Svegliati e seguimi.
Matilde come un cagnolino, lo seguì. Lui la portò alle stalle e lì le disse:
Dissotterra lì un pugnale.
E lei lo dissotterrò.
Tienilo fra le tue mani.
La riportò fino nella propria camera, dove lei terrorizzata, vide il cadavere dell’uomo che sarebbe dovuto diventare suo marito, in una gran pozza di sangue, e le intimò:
Grida a squarciagola.
E lei urlò. Nel giro di pochi minuti, arrivarono in molti, compreso Federico e suo padre.
Francesco che si sentì strappare il cuore, dopo qualche momento di atroce silenzio, riuscì a sentenziare:
Tutto è chiaro. Non ci sarà bisogno neppure di un interrogatorio. Matilde ha ucciso mio figlio. Che sia impiccata!
Federico, il cui dolore non era meno di quello di suo padre, confessò:
Ho ucciso mio fratello.
Ma i presenti capirono:
Ha ucciso mio fratello.
Ho avuto il pugnale dalla strega.
E tutti, intesero con lucidità:
Matilde è una strega.
Il ragazzo era disperato, più gridava, meno lo capivano. Non ne poteva più, gli era difficile persino respirare e si buttò in ginocchio davanti al padre per dire:
A che serve impiccarla? Sono io il colpevole.
Gli altri sentirono:
A che serve impiccarla? Mio fratello non tornerà di certo a vivere.
Il Signore del Castello decise allora di far allontanare il figlio per qualche giorno, perché pensava di non poter sopportare con il suo cuore malato, che succedesse qualcosa anche a Federico.
Matilde fu impiccata e morì disperata, non perché condannata per un crimine non commesso, bensì perché non avrebbe più rivisto il suo amato bene.

FEDERICO, SIGNORE DEL CASTELLO
Federico divenne Signore del Castello con un brutto passato: l’assassinio del fratello e la perdita di Matilde lo avevano molto segnato. Cercava di essere un buon signore, anche se non ricordava neppure il patto fatto con il falso prete. Cercava di risolvere i problemi della sua gente, con la massima giustizia. Tutti lo riverivano sinceramente e tutti provavano un profondo attaccamento alla sua persona.
Comandava nella più meschina solitudine, perché non voleva una moglie e credeva di lasciare le sue ricchezze, nel miglior modo possibile, al suo nipote più vecchio, figlio della prima sorella.
Spesso usciva solo e con sé stesso, nonostante tutto, trovava un po’ di pace.
In una di queste uscite, al ritorno, una volta, s’imbatté in un uomo. Da come era vestito, si vedeva bene che si trattava di un miserabile. Lo sconosciuto cercava d’impedirgli il passaggio. Lo osservò con cura, perché gli pareva di aver già visto quegli occhi, profondi e cattivi, ma proprio non ricordava dove e quando.
Ascoltate Signore, voi che siete giusto…
Federico si sentiva in trappola:
Non ti conosco. Non fai parte della mia gente. Va via!
Ascoltatemi! Guardate meglio i miei occhi… Piangono…
Lui seguì il consiglio e il disagio aumentò: l’uomo piangeva per davvero.
Ascoltatemi. Mio figlio Pietro sta morendo… Aiutatemi… è solo un bambino…per carità…
Federico tirò con forza le briglie e proseguì, rispondendo:
Non posso farci niente, sta calando il sole ed io devo essere al castello, prima che faccia buio.
E imperturbabile se ne andò.
Non aveva fatto molta strada, ma già abbastanza da non scorgere più quell’uomo, che si accorse di avere sul cavallo, fra le sue gambe, un fagotto che prima assolutamente non c’era. Era di quell’accattone, si ricordava benissimo di averglielo visto fra le mani. Ma come aveva fatto a metterglielo lì, senza che se ne accorgesse? Si spaventò. Il fagotto si muoveva. Né provò orrore. Lo vide aprirsi sollecitato dall’interno. Ne balzò fuori un topo, che guardandolo dritto negli occhi, fulmineo lo attaccò, sfregiandogli lo zigomo sinistro. Anche Federico aveva visto gli occhi del topo, e gli parve di intravedervi un conto in sospeso. Quella bestia lo aveva attaccato, perché ce l’aveva proprio con lui: Federico, Signore del Castello. La sorpresa di ciò che gli era appena accaduto, lo fece cadere da cavallo, rompendosi ulteriormente il viso, questa volta il naso. Si rialzò e si mise a dormire sul suo soffice letto, anche se il guanciale lo sentiva un po’ freddo. Si addormentò e sognò topi e si risvegliò. Dedusse che anche ciò che era successo prima che si addormentasse, era stato un sogno, anzi peggio: un incubo e si riaddormentò. Al mattino sentì un vociferare accanto a lui. Erano i suoi contadini.
E’ ferito!
Sì, deve essersi fatto male, cadendo da cavallo.
Sarà arrivato qui ieri sera con il buio.
Prendiamolo e portiamolo nel castello.
Qualcuno notò i suoi occhi aprirsi.
Signore, cosa vi è successo?
Non ci risponde.
Chi è stato?
Federico si guardò attorno e vide la neve sporca del suo sangue, e decise di rompere il silenzio per tranquillizzare i suoi uomini:
No, no. Nessuno.
Come se volesse proteggere qualcuno e come se stesse vivendo una giusta punizione, perché nel medesimo istante si ricordò del falso prete.
Venne portato al Castello e curato. Lui si ritirò nella più cupa solitudine per un paio di giorni, dopodiché inviò i suoi cavalieri a cercare il falso prete, ma nessuno tornò con buone notizie.
Era passato poco più di una settimana dal suo incontro con quell’accattone, che qualcuno del Castello si ammalò. E poi qualcun altro e dopo ancora. E ancora e ancora. E più le persone si ammalavano, più proliferavano topi, e più topi c’erano, più Federico ne uccideva. Perché sapeva bene che tutto si era guastato da quel maledetto incontro. A cominciare dall’estate, che non accennava a finire. I topi gli portavano male e per questo li colpiva, con qualsiasi cosa avesse a portata di mano, sassi, coltelli ed altro, dove capitava, capitava e loro morivano sempre con una ferita al collo. Il loro sangue sgorgava e sporcava il Castello. Morenti guardavano il loro assassino e lui vedeva i loro occhi, piano piano, trasformarsi in quelli del fratello colpito a morte. Li detestava, quanto ormai detestava la vita.
Si addormentava con l’ossessione del giorno dopo. Al mattino, a volte, uno squittio frenetico, molto vicino, gli interrompeva il sonno e si scopriva sotto una coltre di topi, improvviso si levava in piedi, e pur producendo un fuggifuggi generale, riusciva a farne una carneficina. Tutti questi fattacci, lo portavano a dubitare della realtà.
Deliro, dunque sono anch’io ammalato.
Invece nulla, nulla di nulla. Non aveva né febbre, né mal di testa, né vomito, né diarrea.
I malati non morivano, se prima non erano stati al cospetto del loro Signore, per parlargli per l’ultima volta. Non importava in che stato di gravità fossero, alcuni si trascinavano persino, altri venivano aiutati, ma ognuno di loro arrivava sporco, di unto, di polvere e di sudore, e, maleodorante, si aggrappava alle vesti di Federico, vesti sempre identiche, che non cambiava da parecchio tempo, perché era troppo preso dalla battaglia contro quei roditori, che voleva morti, fino all’ultimo. Li riceveva, non si permetteva di fare altrimenti: era sempre più solo e ciò che lo terrorizzava non era il loro sudiciume che in qualche maniera giustificava, visto che le temperature aumentavano di giorno in giorno, e l’acqua incominciava a scarseggiare, o il fatto che sentissero il bisogno di toccare il suo corpo nelle varie parti, di allungare le loro mani per sfiorare con le dita le sue labbra, ciò che lo terrificava erano i loro maledetti deliri. Quelle immagini con le loro parole gli tornavano alla mente così forti, da non saper più riconoscere chi fosse ancora vivo e chi fosse già morto.
Erano una folla:
Signore, questa notte avete ucciso Matilde. L’avete annegata nel fiume!
Voi siete diventato pazzo per il dolore d’aver perso vostro fratello!
Matilde non solo ha ucciso vostro fratello, ma ha addirittura maledetto il castello, morendo.
E’ stata lei a infettarci, non bisognava lasciare il cadavere penzolare d’estate per tutti quei giorni.
Matilde sia maledetta. Ci ha stregati tutti…
Perché dopo un mese preciso dalla sua impiccagione, il vostro povero padre è morto? Non ci avete mai pensato. E’ stata lei.
Ha ucciso il povero Oleandro, perché credeva che noi incolpassimo voi.
Ha sempre fatto malefici!
Non bisognava impiccarla, bisognava che voi la sposaste.
Il demonio va raggirato, perché comunque è sempre più forte di noi.
Il castello è in fiamme…
Non ci sono fiamme – rispondeva Federico.
Sì, il fuoco purificatore.
Come mai Signore, tutti vengono a morire fra le vostre braccia, e voi non vi appestate? Siete un angelo o un diavolo?
Quest’ultima frase fu per Federico la più cattiva, ed era anche la frase più vera e più lucida detta da uno dei malati. Sì sentì messo in discussione, come se lui stesse adoperandosi in qualche maniera per non morire, come se lui conoscesse il modo per non ammalarsi, e lo tenesse segreto alla sua gente.
Cercava comunque di non soffermarsi troppo sui pensieri che gli facevano male, perché aveva paura di impazzire.
Una notte, mentre non riusciva a dormire per il troppo caldo, comparve il fantasma di Matilde. Nel rivederla, il suo cuore prese a battere con furia. Lei abbozzava un sorriso enigmatico, dal quale lui non riusciva ad afferrare il suo vero stato d’animo: temeva che volesse nascondergli la propria sciagura. Non sembrava che fosse particolarmente pallida, perché anche da viva aveva una carnagione bianca. Discorreva:
Federico, perché hai spostato i miei mobili? Li avevo sistemati bene nella stalla! Ci sono i corvi che girano attorno al castello. Vai a controllare: non devono accoppiarsi. C’è una femmina, perché ha dei gioielli… sono di legno. Gli occhi del maschio sono iniettati di sangue. E’ malato quel corvo lì. Il peggio è che mi ha anche ferito, qui, sul collo. Devo morire, Federico. Mi ha colpito, perché voleva colpire proprio me. Va’ a mettere quei mobili nella nostra stanza nuziale. E mi raccomando: tuo fratello, tienilo lontano che ci porta solo guai.
Il giorno seguente, Federico mandò a chiamare la strega per saperne il significato. Venne malconcia e invecchiata. Alla sue domande rispose con fatica:
Non so cosa pensare. Certo, è un sogno foriero di morte, morte e morte… ma credo fermamente che voglia dire anche un’altra cosa…
Cioè…
In qualche maniera, vuole rassicurarti che ti sarà fedele per sempre… e tu lo sarai a lei.
Non volle aggiungere altro e triste e amareggiata tornò nel suo bosco. Pensava a Federico che aveva sacrificato l’amore per il fratello per nulla, non era servito proprio a nulla, pensava a quanta strada avesse fatto quel ragazzo dentro di sé e pensava che non avesse fatto nulla di talmente cattivo da meritare un destino così malefico. Questi pensieri li ripeté per parecchi giorni, finché due settimane dopo l’incontro con il Suo Signore, morì di peste.
Intanto al Castello, era rimasto Federico unico vivo fra gli esseri umani, e continuava la sua battaglia contro le povere bestie, ma era diverso. La morte sarebbe arrivata presto. Nell’attesa, ebbe l’idea di purificare quell’ambiente, dove ormai vi erano solo cataste di cadaveri e cataste di carogne. E gli venne in mente un’idea nuova: il fuoco. Debolissimo: non mangiava più da parecchio tempo. Magrissimo e mezzo spoglio, perché i topi, quando potevano si nutrivano anche dei suoi abiti, fece fuoco.
Il fuoco rigeneratore bruciò il castello, i corpi dei morti e i corpi dei topi, ma risparmiò il corpo del suo padrone, che seminudo riposava nel suo letto, morto per lo sfinimento, subito dopo aver appiccato il fuoco. Il suo cuore aveva tranquillamente cessato di battere. Il suo volto era tornato alla bellezza della gioventù.
Il giorno dopo, miracolosamente ebbe inizio la fine dell’estate che a differenza delle precedenti, era durata ben otto anni, cioè da quando Federico era diventato Signore del Castello. E dopo un paio d’anni, sparirono anche le rovine del castello con tutto ciò che conteneva, ma la storia sopravvisse in persone che non solo, non avevano mai avuto a che fare con quei luoghi, ma addirittura non avevano mai avuto a che fare con qualcuno che avesse avuto a che fare con quei luoghi.

AURORA MUORE
Aurora si trovava all’interno di uno stupendo giardino. Era tarda primavera, quando il caldo è piacevole e per nulla fastidioso: per questo era bello girovagare per i vialetti fra le aiuole colme di fiori variopinti. Li guardava, era attirata dai colori, tutti molto vividi, blu, gialli, rossi e persino neri. Stava cercando di respirare a pieni polmoni, quando sentì suonare un cellulare, e contemporaneamente nell’aria vide il vibrarsi di migliaia di farfalle variopinte per lasciare posto a tanti fiori completamente bianchi. Rimanendo incantata, non pensava minimamente di andare a rispondere. Il suono non cessava. Non voleva interrompersi da quell’incanto, si sentiva felicemente pigra, ma alla fine cedette al fastidioso suono. Un tuffo al cuore le blocca il respiro, perché automaticamente ha letto un nome sul display: Lealdo. Risponde con l’affanno:
Pronto, pronto…
Ascolta, amore, vieni a prendermi. Non ne posso più di stare qui, non faccio altro che uccidere topi… sono già arrivato a 3.781. Vieni, ti aspetto giù al bivio. Ti amo e sempre ti amerò.
Aurora scoppiava di felicità. Finalmente l’agognata dichiarazione d’amore era arrivata. Doveva immediatamente correre da lui.
E si svegliò.
Come una furia, si alzò dal letto. Prese un cappotto lungo quasi fino ai piedi e se lo infilò sopra la camicia da notte, tolse le pantofole e senza neppure mettersi le calze, mise le scarpe da tennis, e aprì la porta d’ingresso. Una ventata gelida che saliva dalle scale, le colpì il volto e la fece traballare. Fuori imperversava una bufera di neve. Doveva fare molto in fretta. Accese la luce e in alto, una rampa più su, vide un uomo che la guardava. Biondo, bello e cereo. Indossava un cappotto scuro lungo fino al ginocchio. Per un attimo le era sembrato Lealdo, ma il colore dei capelli non era lo stesso. Sentì il bisogno di dare una spiegazione, anche se non sapeva chi fosse:
Vado a prendere il mio fidanzato. Mi ha giurato eterno amore.
E cos’è l’amore?
L’uomo aveva risposto con questa domanda e scendendo la sorpassò e nel sorpasso le fece lo sgambetto. La ragazza ruzzolò fino in fondo alle scale. Si fece molto male , ma nonostante questo, si affrettò a rialzarsi, dicendo:
Sono scivolata!
Le si era rotto il labbro inferiore e sanguinava, ma non demordeva. Voleva raggiungere Lealdo. Liberò la sua auto dalla neve. L’uomo la seguiva e le disse:
Vengo anch’io. Hai bisogno di qualcuno con te.
Aurora guardò l’uomo senza replicare. Sembrava avesse perso qualsiasi volontà, tranne quella di correre verso il suo fidanzato.
Guidava con nervosismo. Lo strano individuo l’aiutava, le dava consigli:
Gira a destra… gira a sinistra… attenta al dosso… metti la terza… attenta… gira…
Aurora era brava, ma gli ordini spesso erano in contraddizione con la logica, inoltre lei con una mano teneva il cellulare e ripeteva il numero di Lealdo, per tranquillizzarlo che sarebbe arrivata presto. S’innervosiva ancor di più, perché il disco ripeteva:
Informazione gratuita, attenzione, il numero selezionato è inesistente.
Era impossibile, l’aveva chiamata lui mezz’ora prima, proprio con quel numero.
Ad una curva pericolosa già di per sé, il suo ospite gridò:
Attenta al bambino in bici!
Aurora presa dallo spavento di fare del male ad un bimbo che nel buio non vedeva assolutamente, prese male la curva e l’auto finì nel fiume. Sul fondo, la ragazza era ancora viva ed era immediatamente riuscita ad aprire la portiera, ne entrò acqua gelida, ma non riuscì a salvarsi, perché la mano dell’uomo l’aveva afferrata per il polso e non la mollava. Si sentiva stringere senza scorgere nulla, lottava, cercava di liberarsi da quelle dita, ma nulla, lo spirito era più forte e Aurora morì disperata, perché non avrebbe più rivisto il suo Lealdo.

AURORA SI METTE ALLA RICERCA DI LEALDO
Da quel giorno passarono mesi, e Lealdo divenne sempre più sottomesso al suo mago padrone e al suo spirito guida. Si muoveva normalmente, entro certi confini, ma viveva proprio come un automa, programmato alla più assoluta obbedienza. Il mago era contento, perché stava pian piano creando un altro mago a sua somiglianza, e sapeva così bene che questo non sarebbe mai fuggito, che lo lasciava anche piuttosto libero.
Al giovane piaceva fare lunghe passeggiate, perché gli conferivano serenità. Osservava i minimi particolari della natura che lo circondava. Si sedeva a terra e fissava gli animaletti nella loro quotidianità. Una volta, trascorse parecchio tempo a guardare una formica che voleva trasportare un pezzo di foglia enorme, troppo grosso per lei. Caparbia, un po’ lavorava, un po’ si fermava, fino al momento che incontrò una compagna e la fatica si divise in due. Tutto divenne liscio. Con un’accurata attenzione, deduceva cose che non avrebbe mai creduto. Arrivava poi ad animare anche qualsiasi altra piccola cosa e ne intravedeva una serenità da noi umani sconosciuta. Un’altra volta lo colpì un albero, perché aveva una striscia di funghi, che partiva dal basso e si protraeva fino in alto. Era una zona piena di vegetazione, ma quello era l’unico albero ad esserne infestato. I funghi erano di un colore unico, ma tenue e Lealdo si chiese se per caso fossero stati velenosi. Anche qui, si soffermò a lungo a osservare la corteccia, quando vi lesse due nomi. Matilde e Federico. Sobbalzò. Chi erano questi due? Rifletté, poi ricordò che qualche giorno prima, aveva incontrato due giovanissimi, cosa potranno avere avuto? Tredici, quattordici anni. Senza dubbio erano loro, perché li aveva visti girare lì attorno. Non gli avevano fatto una buona impressione. Troppo sempliciotti, troppo giovani. Si chiese perché questa cosa gli facesse male, ma poi dedusse che gli dava fastidio che avessero inciso i loro nomi sull’albero.
Durante un’altra delle sue passeggiate, mentre camminava, sempre da solo, lasciando delle profonde impronte sulla neve, gli parve di vedere qualcuno fra i cespugli, che cercava fra l’altro di nascondersi ai suoi occhi, ma non fece in tempo a osservarlo meglio, che questo gli lanciò un sasso. Si era accorto poco di come fosse quella figura: non alta, piuttosto magra, ma con un cappotto fornito di cappuccio, e troppo lontano per poter scorgere altro. Comunque preferì subito, chinarsi e prendere il messaggio, anziché cercare di raggiungere quel ragazzo, perché dagli elementi che aveva, non poteva essere un uomo adulto.
Lesse, quasi ad alta voce:
Lealdo caro, tu devi trovare la verità di quanto ti sta accadendo intorno, per conoscerla, cerca un libro intitolato ‘Vite di fantasmi”, la sua rilegatura è in cuoio, il titolo in oro, e alla pagina 223, vi è una macchiolina di sangue. Cercalo e leggi. Tua per sempre,
Aurora.
Sentì una dolorosa fitta al cuore: Aurora! Meravigliosa creatura! Come aveva potuto dimenticarla! Lui che l’amava al di sopra dell’Universo intero. Non pensò al messaggio neppure per trenta secondi, bensì pensò alla firma. Bisognava che la cercasse e che non si dividesse più da lei, poi fu preso però dalla paura che lei lo cercasse in amicizia e non spinta dall’amore e allora il suo desiderio cambiò, bisognava che la cercasse per spiegarsi e per parlarle, per quanto questo fosse possibile, ma senza aggiungere altra carne al fuoco. Ma come fare a cercarla, ormai lui era lontano da molto tempo e lei, forse non viveva più a quell’indirizzo, forse non aveva lasciato il nuovo recapito, quindi decise che era meglio interrogare Oleandro. Ma poi cambiò di nuovo idea e chiedendo al mago, di potersi allontanare per qualche giorno, tornò al suo paese.
Tutto era cambiato. Possibile in così pochi anni, anche se anche lui non era in grado di quantificarli. Andò dritto a casa sua, ma gli dissero che sua mamma non era più lì. Si ricordò allora, di essersi dimenticato completamente di avvisarla, quando aveva deciso di rimanere con il Mago. Chiese dove fosse. Gli indicarono l’istituto per gli anziani. Si precipitò là. La trovò vecchia, in buone condizioni di salute, ma molto invecchiata. Gli sembrava di esser tornato bambino e di rivedere la sua nonna, mamma della sua mamma. Fu felice la donna di rivedere suo figlio, che non rimproverò neppure, perché anche lei non si rendeva conto del tempo trascorso. Non si chiese: “Ma questo ora, da dove salta fuori?”. Era felice e basta.
Lealdo!
Mamma, aiutami a cercare Aurora.
Aurora?
Sì.
E’ tanto brava quella ragazza! Pensa che è l’unica persona che viene a trovarmi tutti i giorni. Se non ci fosse lei, sarei proprio sola e abbandonata.
Bene. E’ più facile di quel che pensassi.
Parliamo tanto, tutte e due, e sempre di te.
Lealdo fu soddisfatto delle parole materne e decise di aspettare, ma all’imbrunire perse le speranze.
Mamma, Aurora non è venuta.
Ma cosa dici! E’ stata qui delle ore oggi pomeriggio. Non hai sentito che mi ha detto di prepararmi domani, con l’abito migliore, che mi porta via?
Ma, mamma!
Mi ha detto: Mamma, si faccia bella, la porterò con me. Non avrà neanche più bisogno del bastone. Mamma, l'aiuterò io.
Lealdo era sconsolato.
Ma questa non è la realtà.
Non è la realtà. Brutto screanzato! E’ la realtà, sì.
Allora sarà successo ieri e non oggi.
E innervosito, lasciò la casa di cura.
Il giorno dopo girò tutto il paese e chiunque rispose alla stessa maniera.
Aurora? E’ parecchio tempo che è andata via di qua. Non sappiamo dove. L’hanno vista caricare tutta la sua roba sull’automobile e in pieno giorno andar via. Non è più tornata.
Qui, qualcosa non quadrava, ma Lealdo lasciò perdere. Tornò alla montagna e ripensò di interrogare Oleandro.
Quella notte il tempo sembrava impazzito, ma ciò non lo fermò comunque. Lo Spirito non rispose subito al suo richiamo: ci vollero parecchie preghiere, parecchi lamenti per farlo comparire.
Oleandro, aiutami, ti prego. Voglio ritrovare Aurora.
Perché? Te ne sei innamorato, per caso?
Lo spirito appariva turbato e più cattivo che mai.
Assolutamente no! E’ proprio l’ultima per la quale rinuncerei a un secondo della mia vita. Non mi piace per niente.
Perché, allora, cercarla?
Per sapere come sta! Curiosità.
La tempesta aumentò.
Lo spirito si calmò.
Non puoi più.
Perché sono diventato un prigioniero ora, qui?
No, in paese, ti hanno detto che è scomparsa, andata via, in realtà, è uno spirito.
Morta?… E… quando?
Il suo corpo è incastrato giù, nel fiume. Lei invece, è libera ora.
Perché?
Un incidente…Un incidente… E’ passato qualche anno, ormai… in fondo non era molto che aveva la patente e quindi, non ce l’ha fatta… Era sera, la visibilità era scarsa… è finita così con tutta la sua automobile nel fiume… Non ha sofferto molto, se è questo che ti turba, tutto è successo in gran velocità…
Lealdo si sentì ancora più colpevole e per attenuare questo dolore, corse al luogo indicato dallo spirito, chiamò i vigili che recuperarono il corpo della povera Aurora. Quando la seppellirono, il dolore divenne più forte che mai, e solo in quell’istante il giovane si ricordò del messaggio. Allora, tornò dal suo spirito. Lo chiamò e lo implorò per parecchie notti, ma senza nessun esito. Oleandro era l’unica sua salvezza, e per questo doveva portare pazienza. Il Grande Mago era morto anche lui da tempo, e il suo spirito non accennava ad esistere. Lo aveva chiamato insistentemente, ma anche inutilmente.
Attendeva allora Oleandro, andando tutte le notti al luogo dell’appuntamento e finì per rivederlo.
Voglio sapere che cosa c’è scritto nel libro?
Lo spirito era vago e infine rispondeva con un:
Nulla.
E così andò avanti per parecchio tempo. Finché all’improvviso sembrò deciso a parlare.
C’è scritto che tu sei il mio assassino!
Lealdo fu preso da un turbinio di emozioni che parevano spaccargli il cuore. Com’era possibile?
Non spaventarti… - lo spirito era soddisfatto – non spaventarti… tu mi hai ucciso, nel sonno, capisci, a tradimento… tu sei mio fratello… mio fratello… prova a tingerti i capelli, diventa biondo e poi guardati allo specchio… tu sei mio fratello siamo due gocce d’acqua… tu mi hai ucciso… per una donna…
Lealdo si sentiva paralizzato dalla paura. Ascoltava, non poteva fare altrimenti.
Lo spirito continuava:
Ti chiamavi Federico ed eravamo molto uniti. Eravamo il vanto dei nostri genitori. Gli unici figli maschi fra una schiera di femmine, e per giunta dei maschi uniti, tanto da aver quasi un solo fisico e una sola anima. Sempre insieme e sempre pieni di voglia di vivere. Spesso ci mettevamo seduti all’ombra di questa grande quercia e ci confidavamo l’un l’altro, parlando delle donne come di un interesse comune, qualcosa che ci avrebbe uniti di più. Poi arrivò Matilde. Mi era stata promessa e tutto sommato, non mi dispiaceva per la sua sensibilità e la sua cultura. Aveva i capelli lunghi, belli, biondi e lunghi, ma nonostante questo non riuscivano a nascondere le sue orribili orecchie grandi e a sventola. Non ti dice nulla questo particolare? Tu, avresti potuto avere tutte le ragazze della terra, e tu vai a innamorarti proprio della mia. Appena l’hai vista, hai perso la testa, per te è perfetta ancor più che per me, guardi i suoi occhi perché ti dicano qualcosa, guardi le sue labbra sorridenti ardente di passione… Ma io non mi accorgo di nulla, poi, un sogno mi apre gli occhi, noi due, seduti sotto la nostra quercia a chiacchierare e a scherzare, come nella realtà, quando mi accorgo di non avere più al dito un anello, che sapevo che mi avevi regalato tu, mi chino a cercarlo vicino ai piedi della quercia, e lo ritrovo, ma rotto, ne manca un pezzo, cerco meglio e sulla corteccia, incisi, leggo due nomi: Matilde e Federico. Mi sono svegliato malissimo. Poi, due giorni dopo, nella realtà, Uberto viene a parlarmi dei suoi fondati sospetti. E’ la fine, per avere Matilde, non hai esitato ad uccidermi… per non morire, non mi hai dato alcuna possibilità di difendermi… mi hai colpito nel sonno… Tanto non l’hai avuta lo stesso, perché l’ho fatta impiccare. E anche adesso, te l’ho portata via…
Lo spirito era contento e sparì, mentre ghignava.
Lealdo sconcertato, giurò a se stesso di non cercare mai più quello spirito, troppo umano.
Rileggeva il biglietto di Aurora, e spesso piangeva e piangendo la invocava, ma anche lei come il suo mago era sparita nel nulla.
Nella disperazione, andò a cercare sua madre alla casa di cura.
Gli venne incontro un’infermiera con la faccia di bambola. Molto bella, nella sua divisa bianca e blu. Sembrava una di quelle bambole di porcellana. L’aveva visto da lontano e si era affrettata ad accoglierlo.
L’abbiamo cercata dappertutto.
Ho bisogno di vedere mia madre.
Sua mamma è… è… morta.
Quando? E’ impossibile!
E’ successo il giorno dopo della sua visita… E’ morta serena, anzi, bisognerebbe dire, quasi felice… quella mattina si era alzata entusiasta… aveva detto che attendeva la sua fidanzata…
La mia fidanzata?
Sì… Si era anche messa le cose più belle… E quasi a mezzogiorno, l’abbiamo sentita mormorare: “Eccola!” e nel giro di pochi secondi, era già morta.
E’ pazzesco!
Le assicuro che non ha sofferto. Il suo sorriso, mentre diceva quella parola…Oh…
Lealdo si era buttato giù su di una poltrona e si era messo a piangere a dirotto, ma questo non gli bastava per sfogare il suo dolore. Solo ora si accorgeva dell’importanza che aveva ricoperto sua madre nella sua vita, di quanto l’avesse amata. Avrebbe voluto aver ascoltato qualsiasi cosa, che fosse in fin di vita, che fosse in coma, anche irreversibile, ma mai, e poi mai, che fosse morta. Si calmò, ma fu peggio, perché si accasciò di più; l’infermiera, che pareva di porcellana, capì la gravità della situazione e chiamò un medico. Lealdo aveva un infarto in corso. E così fu ricoverato.
Durante il periodo ospedaliero, rifletté a lungo sulla sua inutile vita. Inutile, naturalmente a lui. Cercò di capire i propri desideri e pensò:
“Aurora!”,
ma era morta e di certo non si sentiva di cercare qualcuna che la sostituisse. Soldi, non gliene mancavano, perché dietro al Mago, aveva lavorato e guadagnato parecchio, aveva anche speso molto poco, non avendo esigenze, e inoltre aveva i soldi guadagnati durante una vita del mago. L’infarto lo aveva messo a k.o., quindi era necessario cambiare lavoro e gli venne l’idea di aprire una piccola pensione e scelse per far ciò, la città di Milano.
La sua pensione la prese in un luogo tranquillo, una viuzza dietro alla Fiera. Voleva essere sicuro di avere buona clientela che non si fermasse più di tanto. Voleva vivere fra la gente, ma non voleva approfondire con nessuno, nessuna amicizia.
E passarono altri lunghi anni, nella più completa solitudine. Non poteva desiderare una vita migliore. Il tempo trascorreva quasi piacevolmente, anche se il momento della giornata migliore, era quello della sera, quando si va a dormire. Non era più andato sulla montagna: rimaneva troppo lontana e non gli interessava più di cercare Oleandro, anche se lo sognava spesso.
Un pomeriggio d’autunno, dopo un temporale, arrivò una ragazza, che chiese di poter trascorrere la notte, aveva con sé una valigia, ma lui non ne vide il volto perché tra cappello e bavero, si intravedeva poco. La sua voce era rauca e, mentre saliva le scale, si giustificò:
Ho un brutto mal di gola. Devo raggiungere il mio fidanzato al più presto… si dimentica tutto… e così devo rincorrerlo, con questa valigia… Le ho chiesto una stanza, perché è tardi e la nebbia è fitta… mi fa paura guidare in queste condizioni… ripartirò domattina… Se lo sciocco, mi avesse ascoltata, a quest’ora saremmo marito e moglie e nessuno più avrebbe potuto separarci o, perlomeno, distruggere quello che ci sarebbe stato fra di noi… Grazie.
Prego!
Lealdo ascoltò, senza scuotersi, in seguito però si sarebbe stramaledetto, per non averle almeno tolto il cappello o abbassato il bavero.
La lasciò dormire in pace. Al mattino seguente la cercò per darle la sveglia, ma della ragazza nessuna traccia, solamente la sua valigia. Desideroso di trovare qualche elemento, l’aprì, e benché prima di farlo, sembrasse strapiena, conteneva solamente un libro con la copertina di cuoio. Un titolo in oro: Vite di fantasmi. Lealdo si mise a sudare freddo. Aveva nuovamente paura. Istintivamente, senza ragionamenti, cercò pag. 223. Non una macchia di sangue era lì, bensì tante macchioline. Alzò gli occhi al cielo e pensò:
“Cosa mai è arrivata a fare la mia Aurora? Quale tormento l’ha divorata! E di certo, dopo che io l’ho abbandonata!”
Il libro era quello. Ma cosa cercare… Sfogliò e vide che era in ordine alfabetico. La parola fantasmi nel titolo, gli suggerì di cercare Fuscol Oleandro. Lo trovò, senza stupirsi, ma letta la definizione rimase di stucco:
Personaggio del romanzo, “Il Castello dei Topi”, della scrittrice Aurora Gostinacci, morta suicida all’età di diciannove anni.
Lealdo finalmente capì di essere pazzo.
Il fantasma Oleandro non esisteva. Non era mai esistito. Il dolore troppo intenso per la morte della sua amata, lo aveva spinto a credere di parlare con uno spirito. Doveva ricucire i ricordi e capire la realtà. Senza dubbio Aurora, ai tempi del liceo, gli aveva parlato del suo romanzo e, lui, pazzo, aveva avuto delle allucinazioni. Pensandoci, rimaneva però “reale” il fantasma di Aurora. Quel cappello e quel bavero alzato servivano a nascondere le sue orecchie. Ma poi lo riassaliva un dubbio che lo tormentava parecchio: non aveva mai partecipato alle operazioni di recupero del cadavere della ragazza, perché quel luogo gli era stato indicato da Oleandro e ormai aveva appurato che questi non esisteva. Ripensò:
Ma allora Aurora è ancora viva… Tanto è vero che questa notte ha dormito qui, in questo letto, che prima di andar via ha anche rifatto.
E decise di attenderla nuovamente. Presto sarebbe ritornata. Nascose il libro, per essere più calmo, ma lo stesso, nulla succedeva. Dopo lunghissimo tempo, riprese in mano Vite di Fantasmi, sempre nel tentativo di trovare qualche elemento che lo potesse tranquillizzare, che gli desse più forza, riaprendolo e sfogliandolo per caso, vide:
Gillo Lealdo Personaggio del romanzo “La notte della tempesta”, della scrittrice Aurora Gostinacci, morta suicida all’età di diciannove anni.

La notte della tempesta e il castello dei topi testo di Tiberia Coyll
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