Sulla tua Tomba: MALEDETTO! Scriva la mano di Dio.

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Il martirio di Maria Teresa Novara
- Nota dell'autore Nulla

Testo: Sulla tua Tomba: MALEDETTO! Scriva la mano di Dio.
di Nulla

Ultimo importante aggiornamento 27/03/2020

L'incubo che ogni bambino almeno una volta ha provato, è quello dell'uomo nero che entra nella sua camera.

Per Maria Teresa Novara, in una fredda notte tra il 15 e il 16 dicembre 1968, quest'incubo si materializzò nella nera figura di un uomo che gironzolava per la sua cameretta . Non si sa se si accorse subito di lei, o se gli attimi di terrore si protrassero infiniti. Sappiamo solo che la bambina, angosciata, fece la pipì a letto per lo spavento. Forse riuscì a imbavagliarla prima che gridasse, forse saranno bastate sinistre minacce ad indurla ad un terrorizzato silenzio.
Non fu certo difficile per Bartolomeo Calleri mettere una bambina di meno di quaranta chili in uno dei sacchi che aveva portato per la refurtiva. Con l'aiuto del complice G. A. la fece scivolare sotto la tapparella e la portarono giù per la scala a pioli che avevano appoggiato sotto il poggiolo.

Attraversata un'erta ripa boscosa e la massicciata della ferrovia, scassinarono la porta di un distributore di benzina, e tagliarono la cordicella di una tapparella, che fu usata per legare Maria Teresa.
Non si saprà mai perché la portarono via in camicia da notte in quella gelida notte in cui stava per nevicare. Forse temevano di non fare in tempo a scappare se la bambina, una volta sola, si fosse messa a gridare. O forse, credendola figlia dello zio che la ospitava, Pasquale Borgnino, che si diceva fosse ricco, pensarono che avrebbero potuto chiedere un riscatto, Calleri infatti aveva fatto costruire a casa sua una specie di bunker sotterraneo, adatto per detenere un sequestrato.
Oppure il delinquente aveva precedentemente messo gli occhi addosso alla bambina.
Un supertestimone Luciano Rosso ci ha detto che mentre riparava il tetto della casa di Calleri aveva visto Borgnino andare a far visita a Calleri con due ragazzine, di cui una certamente era Maria Teresa. Un'altra testimone di Carrù ci ha detto che già una ragazza di Carmagnola era stata da lui rapita, ma era riuscita poi a fuggire.

Forse il rapitore apprese dai giornali che la bambina era in realtà la figlia tredicenne di poveri contadini residenti a Bricco Barrano, frazione di Cantarana, che durante il periodo scolastico si trasferiva presso gli zii, dato che il suo paesino era molto distante dalle scuole medie e inoltre una brutta caduta con la bicicletta in discesa, le aveva, tempo prima, procurato la rottura di una caviglia.

La rapita era una bambina tranquilla, intelligente, con l'ingenuità di una tredicenne di quel tempo, accentuata dal ristretto orizzonte in cui era sempre vissuta. Quella mattina era stata a messa, aveva fatto la Comunione, il pomeriggio si era recata dalle suore. Poi, la sera, aveva guardato in televisione "Anna dei Miracoli" commuovendosi fino alle lacrime.
Il rapitore la portò nella sua abitazione, una cascina denominata Barbisa, a Canale d'Alba in provincia di Cuneo (oggi solo Canale, nel tentativo di nascondere che si tratta di "quel paese") distante una quindicina di chilometri dal luogo del rapimento, e forse per qualche tempo anche in una casa in via Betlemme 71 a Chivasso, e in un'abitazione in Piazza Kennedy a Borgaretto di Beinasco, dove poteva contare sull'appoggio di due suoi amici, (di cui uno in seguito fu condannato per aver costretto la moglie a prostituirsi) per la momentanea impraticabilità della strada per la Barbisa causa la neve invernale. In seguito all'arresto dei due, avvenuto a metà marzo, per un tentativo di furto della cassaforte della Ferrero, tornò a Canale.

La situazione di Maria Teresa nei mesi precedenti il rapimento era stata piuttosto critica, gli zii premevano affinché ritornasse dai suoi, e suo padre non se ne dava per inteso, tanto che la fanciulla decise autonomamente di rientrare in famiglia, salvo ritornare degli zii in dicembre causa il cattivo tempo. Perciò forse il rapitore riuscì a convincere la giovanissima vittima che i suoi genitori non la volevano più a casa, e le fece credere chissà quali menzogne su di sé e i suoi complici. Più tardi Maria Teresa scriverà delusa: "Non sono eroi, ma ladri e assassini". Probabilmente fu solo l'appello del 7 aprile che le fece comprendere che a casa l’ aspettavano ansiosi.
Ma ormai era in trappola. Non si sa cosa successe, si dice abbia lanciato dei bigliettini oltre il muro di cinta…
Purtroppo... Furono trovati.
Un giorno, Calleri si ritrovò il cortile pieno di cacciatori, personaggi facoltosi e altolocati. Fu l'inizio del calvario per Maria Teresa. Costoro, anziché chiedergli di liberarla o correre a denunciarlo, ricattarono il rapitore. Se avessero parlato, sarebbe andato in carcere per rapimento, se invece... Calleri non era certo uno stinco di santo, inoltre i cacciatori non pretendevano di avere Maria Teresa per niente, erano disposti a sborsare. Il pregiudicato si adattò benissimo alla nuova situazione. Cominciò a organizzare festini ai quali forse portava anche due o tre prostitute di Torino o Chivasso mentre i cacciatori cominciarono a invitare gli amici, e gli amici degli amici. Per "convincere" Maria Teresa, Calleri era ricorso a mezzi spicci "La scopa sulla testa fa male" fu trovato scritto su un giornaletto. Sicuramente la prigioniera non si era rassegnata, ma che non fosse consenziente per i cacciatori non era un problema anzi era un eccitazione in più.
Quasi tutti in paese si avvidero del via vai di macchine alla sera, ma nessuno parlò; chi partecipava, era "gente per bene".

In quel paese e nei dintorni erano molti i più o meno facoltosi che non si facevano scrupoli ad avere rapporti sessuali con una tredicenne, senza curarsi dell'età e del fatto che la bambina rapita fosse obbligata a soggiacere alle loro turpi brame.
Trascorsero circa otto mesi dalla notte del rapimento: il 5 agosto Calleri, dopo aver effettuato un furto a Chieri con la complicità di un canalese, Luciano Rosso, per sfuggire alle forze dell'ordine si gettò col complice nel Po all'altezza del "Borgo Medioevale" a Torino. A causa del fatto che era impossibile risalire sulla sponda opposta, Calleri fu trascinato a fondo dalla corrente; mentre il suo compagno, abile nuotatore, riuscì a percorrere circa un chilometro e mezzo nel fiume, ma fu catturato poco dopo aver toccato terra. Però, convinto che l'amico si fosse salvato, diede ai carabinieri un falso nominativo dell'annegato. (Nove anni dopo la Corte d'Appello di Torino lo condannerà a 12 anni con l'accusa di complicità nel rapimento, compresi i brevi periodi di libertà, e le condanne per furto, uscirà nel 1989.)

Purtroppo, essendo Luciano Rosso nativo di Canale, i pedofili non ci avevano messo molto a intuire chi potesse essere l'annegato. Se Maria Teresa avesse parlato, sarebbero stati imputati per stupro e ricatto per fini abbietti. Purtroppo sapevano del cunicolo sotterraneo, ve la rinchiusero forse inizialmente solo con l'intenzione di aspettare si calmassero le acque, mentre fra il resto degli abitanti nessuno avvisò le autorità; chi perché aveva anche occasionalmente abusato del corpo della prigioniera, gli altri per menefreghismo, (anche perché Calleri, con la sua astuzia da montanaro, l'aveva costretta a scrivere ai genitori una lettera in cui diceva: "Non preoccupatevi, sono con persone che mi hanno promesso che mi faranno guadagnare molti soldi." Quei farisei decisero pertanto che era una prostituta, un essere umano di serie Z, indegno di suscitare compassione.)

Finalmente, l'8 agosto, il corpo di Calleri fu ripescato a sei metri di profondità . Da una ricevuta che aveva in tasca i carabinieri di Torino scoprirono il recapito e si precipitarono a Canale, incappando però in Giorgio Verrastro Costui amava autodefinirsi "lo sceriffo di Canale", anche se, magroletto, dello sceriffo non aveva la taglia e soprattutto gli mancava la stoffa; infatti era "miracolosamente riuscito" a non scoprire che Calleri era pregiudicato per rapina (seguita da stupro alla ragazza non denunciato) a diciannove coppiette, e che dopo essere uscito per intercessione di don Gallo, aveva commesso altri reati in Francia e in Italia, così come era "riuscito" anche a non vedere lo strano via vai di auto verso una casetta in cima ad un bricco. Lo sceriffo si dimostrò inflessibilmente "legalitario"; senza un mandato non avrebbe permesso si facesse una perquisizione nonostante l'urgenza dettata dal rischio che qualcuno facesse sparire i corpi di reato. Però la sera stessa andò lui di persona senza mandato a perquisire la Barbisa, accompagnato da Antonio Borlengo, un contadino del posto. La mattina dopo ritornò con l'impresario Carlo Dacomo, che voleva si mettessero i sigilli alla casa, dicendo che voleva premunirsi che nessuno entrasse, asserendo di temere venissero asportati oggetti di valore, dato che vantava un debito col defunto.
Vedendo le scritte su numerosi giornaletti che erano ammonticchiati, l'appuntato Pietro Barberis comprese che potevano essere di Maria Teresa. Lo sceriffo ne prese uno, e data una fugace occhiata, lo buttò a terra dicendo: "Se questa è Maria Teresa, io sono Napoleone". Trovato un mitra Sten e una rivoltella li sequestrò, riuscendo invece a non vedere la catena con cui Maria Teresa veniva incatenata, e i resti dei festini. Poi diede un'occhiata anche al rustico, e trovato un locale chiuso a chiave, fece saltare la serratura, vide la botola, ma fu preso da un'improvviso "scrupolo" e non proseguì l'ispezione.

Nel frattempo Maria Teresa era rinchiusa incatenata sotto la botola; sicuramente qualcuno le aveva portato da mangiare, dato che furono ritrovati un panino e mezzo, che non erano stantii di otto giorni. Qualcun altro però, probabilmente la notte fra l'11 e il 12 agosto, chiuse con dei giornali i tubi di areazione del sotterraneo.
Il pomeriggio del 12 agosto finalmente giunsero i carabinieri di Torino, dalle scritte, dalla catena e resti dei festini intuirono la verità, iniziarono un'approfondita ispezione che però interruppero per la notte, mentre, sicuramente svenuta, Maria Teresa agonizzava sotto il rustico.
Quando tornarono all'alba del 13 agosto, sfondarono la porta di questo edificio. Marco Viada si avvide che coperte da un mucchio di fieno c'erano due pesanti lamiere stradali, dal peso di due quintali e mezzo ciascuna, che non avevano motivo di esserci in una casetta in collina, furono sollevate, e asportato il terriccio, trovarono la botola che fu scoperchiata. Dopo essere disceso per una scala, nonostante la difficoltà dovuta alla mancanza di ossigeno, al secondo tentativo l'appuntato Giovanni Sisti si trovò di fronte una porta sprangata. Riuscì ad aprirla e, meravigliato, gridò a Colaci: "Brigadiere! Qui c'è una bella ragazza che dorme!" Su un lettino mezzo sfondato, più simile alla cuccia di un cane, c'era il corpo ancora caldo di una fanciulla deceduta da pochissimo. Una catena di circa un metro le legava una caviglia. Di fianco alla branda un bottiglione mezzo vuoto, e accanto al corpo un biglietto: "Sono Maria Teresa Novara, voglio essere riportata nel paese dei miei genitori". ***

L'atroce vicenda inorridì l'Italia, le vendite dei quotidiani superarono quelle dell'allora recente sbarco sulla Luna, ma dato che si era "prostituita", Gregorio Ferrero, il Signor Procuratore di Alba, Non ritenne fosse il caso di aprire un' inchiesta per omicidio... Nessuno del posto denunciò i colpevoli, la stampa non stigmatizzò i silenzi, e neppure l'ignavia della procura di Alba. Persino "Famiglia Cristiana" trovò da moralizzare sul fatto che nello sgabuzzino furono trovate riviste "pornografiche" (fumetti di Diabolik che le passava il carceriere) indicandole come causa del suo degrado morale. (Come se fosse stata la bambina, causa le insane letture, a chiedere di prostituirsi.) Mentre "L'Unità " si inventò che erano state trovate le prove che era fuggita spontaneamente e che il rapimento era stato "una ingenua messinscena". Altri giornali fecero di peggio, diedero penna libera a "giornalisti" semianalfabeti, maschilisti, trogloditi e deviati sessuali, che si misero a fare senza alcun ritegno pesantissime illazioni sulla piccola morta, ironizzando volgarmente persino su sua madre come fece un giornalista della Gazzetta di Alba di cognome Negri.

Ma i giornalisti non si limitarono a infangare la piccola martire. Nei suoi fogli Maria Teresa aveva scritto un cognome importante di un aristocratico della zona. Dopo che furono fatti accedere i giornalisti a fotografare gli scritti, Quel cognome risultò accuratamente cancellato. Quale giornalista era stato? E Chi si era posto davanti a fargli da paravento? Oppure... erano tutti?

In seguito avvennero anche delle morti, (ovviamente classificate come naturali), come quelle di Giuseppina Nizza, moglie di Antonio Borlengo, di Umberto Cielo, e di un vigile di cognome Barbero che incappò in un misterioso suicidio, che di sicuro non gettarono nella disperazione i colpevoli.

Circa due anni dopo, accadde un incredibile fatto esecrabile: Una mano sacrilega oltraggiò e spezzo la lapide della tomba della piccola martire.

I pedofili assassini la fecero franca, Nessuna giustizia ha potuto finora raggiungerli, anche perché alcuni di loro erano potentissimi: il procuratore di Asti, Mario Bozzola, durante le indagini si trovò sempre solo, con l'unico supporto del fido maresciallo Pagella, a premere l'acceleratore di un'automobile cui slittava la frizione, ostacolato e sabotato dai magistrati, obbedito svogliatamente dai subalterni.
Ma che sulla tomba di ciascuno dei Colpevoli e degli Omertosi: MALEDETTO! SCRIVA LA MANO DI DIO!

(Forse, però, non è detta l'ultima parola: qualcuno comincia a parlare. Un supertestimone racconta: "Un giorno: Carlo, (Cognome), credendo io sapessi mi ha detto: - Lassù ho trascorso delle serate meravigliose. - Chiesi a Calleri, che mi disse che chiamava su alcune prostitute e non ci pensai più. Dopo essere uscito di prigione, incontrai il fratello di quel tale, che mi abbracciò piangendo. Allora compresi che erano convinti che sapessi della loro colpevolezza e non avessi parlato. Colsi la palla al balzo e chiesi perché non mi avessero aiutato, pagandomi magari l'avvocato. Mi rispose: "Avevamo Paura."
Dopo essere tornato in prigione, finita la pena tornai da loro, che però negarono tutto.”)

***Da questa tragedia, la scrittrice Marilina Veca, con la mia modesta collaborazione, ha tratto ispirazione per la stesura di un libro, che seppure tramite personaggi e situazioni frutto di fantasia, ripercorre questa vicenda in un'immaginaria inchiesta che, cercando di dare giustizia alla protagonista del romanzo, in realtà è tesa a rendere giustizia alla memoria di Maria Teresa e indicare in codice i grossi responsabili. (Per chi ne fosse interessato: La Testa dell'Idra, Sensibili alle Foglie Editore, nelle migliori librerie e online su Ibs, Amazon, e casa editrice.)
(Per info stcat2008@gmail.com)

AGGIORNAMENTI:
15 gennaio 2013: la commissione toponomastica della città di Torino su proposta del capogruppo di Cinquestelle, Vittorio Bertola, ha deliberato che venisse intitolato a Maria Teresa il giardino sito fra le vie Cirenaica, Chambery e Col di Lana, nel quartiere Pozzo Strada.
28 maggio 2013: causa l'ostinazione del Pd, i don Abbondio del sinedrio comunale di Torino hanno revocato la dedica, nonostante gli appelli di molti amici, (di cui i messaggi più significativi sono pubblicati in questo sito in: Dedica a Maria Teresa) fra cui il Senatore Paolo Guzzanti e l'Onorevole Marco Zacchera.
A Maria Teresa non resterà nemmeno questo piccolo omaggio alla memoria e la Città di Torino avrà un giardino senza nome. Ma Maria Teresa ha ugualmente un grandissimo monumento che né il sinedrio comunale di Torino né nessun avvocato di famiglia potrà scalpellare: LA TESTA DELL'IDRA,

26 GENNAIO 2016. Dopo che per oltre cinque anni, anche con minacce di querela, si era impedito di presentare la Testa dell'Idra nelle zone in cui si è consumato il martirio di Maria Teresa, finalmente grazie al coraggio di un manipolo di amici del posto, il libro è stato presentato nella sala antica della biblioteca nel castello reale di Govone.

NUOVE PRESENTAZIONI:
Unitamente a: "Vita di un parroco, Storia di un'epoca" ,
La Testa dell'Idra è stata ripresentata l'11 Marzo 2016 presso il Circolo dei lettori, in via Bogino 9 a Torino, e poi nuovamente da sola: venerdì 8 Aprile alle 21 nella biblioteca di San Martino Alfieri (AT). Nuove presentazioni sono programmate per l’Autunno.

Giugno 2016: E’ stata richiesta al tribunale di Asti la riapertura del caso.

23 Novembre 2016:
Con l'anno nuovo, uscirà il libro, di Marilina Rachel Veca e Stefano Cattaneo, dedicato agli anni di investigazione e ricerca della verità sulla prigionia e uccisione della bambina Maria Teresa Novara. Titolo: "Anatomia di un delitto" - 'Rapimento, sequestro e uccisione di Maria Teresa Novara. Per ricordare' - Fra poco sarà in stampa, dopo tanto lavoro e tanto cammino, tanto dolore e troppi silenzi.

08-02-2017: Una data importante attesa da cinque anni: Anatomia di un delitto, Kimerik editore. Di Marilina Veca e Stefano Cattaneo è in libreria.
18-03-2017, a seguito della pubblicazione del libro, la Procura, nella persona del sostituto procuratore Laura Deodato inizia una ricerca fra gli atti per valutare se vi siano gli estremi per riaprire il processo.

Fine estate 2018: Decisa la Seconda edizione di: LA TESTA DELL'IDRA

Stefano Cattaneo
Sulla tua Tomba: MALEDETTO! Scriva la mano di Dio. testo di Nulla
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