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Quella sera, nonostante il tramonto fosse passato da tempo, l’aria era densa di umidità. Le strade della città sembravano trattenere il calore come un segreto ben custodito.
L’investigatore privato Leonardo Massetti detto “Artiglio”, camminava lungo il marciapiede diretto alla sua meta. Le ombre delle luci al neon del quartiere industriale si specchiavano intermittenti sui due bottoni ai lati del bavero, tenuto alzato nonostante la temperatura. Aveva avuto a che fare con moltissimi crimini in città, aveva collaborato alla cattura di tanti animali rabbiosi da poterci riempire un intero zoo, ma questa volta era diverso.
La vittima era un giovane, troppo giovane perché il suo cadavere martoriato e con le ossa spezzate venisse trovato nascosto tra i bidoni della spazzatura. Era una fortuna avere quell’informatore così zelante all’interno del corpo di polizia: al momento del suo arrivo il sangue macchiava ancora il cemento in una pozza vivida e tutto era rimasto intatto in attesa dei rilevamenti della scientifica. Nessuno gli aveva impedito di oltrepassare il nastro così, una volta avvicinatosi al corpo, quello sguardo vitreo era silenziosamente riuscito a chiedergli giustizia.
“Massetti” lo salutò l’agente in divisa.
Lui accennò un saluto informale con un movimento del capo. “Dimmi di più” disse soltanto.
Dai documenti nel portafoglio la polizia aveva scoperto che il giovane lavorava come corriere; un impiego qualsiasi, giusto per pagarsi le vacanze estive. Tuttavia, ora, il suo ultimo pacco era da consegnare in un luogo da cui non avrebbe certamente fatto ritorno.
Seguendo il suo fiuto, i passi portarono Artiglio in un vicolo buio. Lì nell’oscurità vide Lola, con lo sguardo più affilato di un coltello da caccia. Non si stupì. Lei lo accolse col solito sorriso che avrebbe fatto rabbrividire un coccodrillo e avanzò lasciandosi illuminare dalla luce fredda di un lampione.
“Lola” esordì lui. “Sono qui per risolvere un omicidio”.
Questa rise, un suono acuto che riverberò lungo le pareti del vicolo.
“Un giovane morto? È un peccato. Tuttavia, dimmi: cosa vuoi da me?”
“Tu lo sai bene,” rispose. “Cosa stavi facendo stanotte, diciamo…un paio d’ore fa?”
Quando Lola si sporse verso l’investigatore, il suo naso si allargava e si stringeva di continuo, come per annusare nell’aria il tanfo di potenziali pericoli.
“Forse ero alla ricerca di qualcosa. Forse no. Ma cosa ti fa pensare che io c’entri con questo?”.
“Due sole parole: feci bianche”.
Lola si irrigidì, intuendo di essere stata messa al muro. “Cosa stai dicendo?”.
“Non solo hai dovuto uccidere quel cucciolo e cibartene finché non hai ipotizzato di rischiarla grossa preferendo scappare” disse. “Hai anche lasciato i tuoi escrementi tipicamente bianchi in bella vista, accanto a dei bidoni”.
Lola lo guardò negli occhi e assentì. “Delle feci bianche non possono provare nulla! Non è possibile ricondurle a me. Nessuno ti crederà in Tribunale, Leopardo!”.
“È Leonardo. Ora il mio nome è questo” tuonò l’investigatore con un grugnito poco rassicurante. Poi continuò. “Non mi interessa nulla del Tribunale, Iena. Mi interessa di quel giovane Ghepardo che hai fatto fuori col favore delle tenebre, esattamente a riprova della tua appartenenza ad una razza di codardi mezzi spazzini”.
Lola abbassò la testa, intuendo le intenzioni dell’altro. “Mi hai beccata, d’accordo. Ma perché uccidermi?”.
“Perché,” disse Artiglio “anche noi animali abbiamo bisogno di giustizia e questa…” concluse con un ghigno che si faceva sempre più ampio “…questa è la legge della giungla”.
Compiendo un balzo il leopardo afferrò la iena per la gola.
I loro occhi si incrociarono e per un istante Lola sembrò ridere anche di fronte al suo personalissimo, terribile destino; d’altronde quella era la sua natura.
Poi, con un ultimo movimento, Artiglio le spezzò il collo.