Io l'ho fatto - Il rumore della chiave

scritto da Kalel Abellium
Scritto 6 mesi fa • Pubblicato 6 mesi fa • Revisionato 6 mesi fa
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C’è un suono che ti resta nelle ossa più del dolore. Non è uno schiaffo. Non è un urlo. È il rumore della chiave nella serratura.
- Nota dell'autore Kalel Abellium

Testo: Io l'ho fatto - Il rumore della chiave
di Kalel Abellium

C’è un suono che ti resta nelle ossa più del dolore.

Non è uno schiaffo.

Non è un urlo.

È il rumore della chiave nella serratura.

Io l’ho sentito per trentadue anni.

Tutte le sere alle 18:07.

Esattamente.

Lei tornava a casa e lo faceva girare due volte.

Sempre due.

Poi entrava.

Non salutava.

Non chiedeva nulla.

Solo silenzio e controllo.

Non so bene quando ho smesso di essere un figlio.

Forse mai ci sono stato.

Ero un inquilino.

Un estraneo con il dovere di non disturbare.

Vivevamo nella stessa casa,

ma in mondi separati.

Lei parlava per gesti, per rumori.

Un piatto poggiato troppo forte sul tavolo era un rimprovero.
Un interruttore spento era una sentenza.

Un colpo di tosse… un monito.

Era il tipo di donna che non chiudeva mai del tutto una porta.

Ne lasciava sempre uno spiraglio.

Per controllare.

Per ascoltare.

Mi sono portato dietro quel controllo anche da adulto.

Nelle relazioni, nei lavori, nei gesti.

Ogni decisione mi sembrava rubata.

Ogni libertà, una trasgressione.

A quarantacinque anni ero ancora lì.

Stesso letto.

Stesse finestre.

Stesse tende.

Lei si ammalò.

O almeno così diceva.

Passava le giornate sul divano.

Telecomando nella mano destra.

Coperta sulle gambe.

Televisione sempre accesa.

Suoni costanti.

Voci di altri che facevano finta di vivere.

Diceva che le mancavo.

Che non parlavamo più.

Che le sue forze diminuivano.

Ma poi…

quando mi avvicinavo,

i suoi occhi si indurivano.

La malattia era solo un’altra forma di controllo.

Un’estensione del potere.

Io dovevo esserle utile,

ma senza mai diventare importante.

Un giorno, mentre pulivo il bagno,

ho trovato il cassetto dei medicinali vuoto.

Era sparito tutto.

Lei si faceva portare farmaci che non prendeva.

Inventava sintomi.

Non ho detto niente.

Non quel giorno.

Ho solo osservato.

Aspettato.

Poi ho cominciato a segnare tutto.

Come facevo da ragazzo.

Orari.

Parole chiave.

Ritmi.

Quando beveva. Quando dormiva.

Quando si alzava per controllarmi.

Il giorno che ho deciso,

lei era al telefono con mia zia.

Rideva.

Raccontava quanto io fossi “incapace di badare a me stesso”.

Usò quella frase.

“Incapace.”

Quella sera,

quando la chiave girò nella serratura,

io ero già pronto.

Le feci trovare la cena pronta.

Una minestra tiepida,

una fetta di pane tostato.

Una compressa sciolta nell’acqua.

Non una dose letale.

Non subito.

Quel che volevo era il silenzio.

Il vuoto.

La resa.

Che smettesse di guardarmi come se fossi un errore.

Sedette.

Bevve.

Mangiò lentamente, come sempre.

Poi si alzò.

Mi guardò.

Disse: “Non lavare subito i piatti, lasciali lì.”

E andò in camera.

Passai la notte a sentire il rumore del mio respiro.

Nient’altro.

Lei non si lamentò.

Non chiamò.

Non uscì più.

Al mattino…

non si muoveva.

Gli occhi aperti.

Fissi sul soffitto.

Chiamai i soccorsi.

Disse che si era addormentata e non si era più svegliata.

Diagnosi: arresto cardiaco nel sonno.

Nessuna autopsia.

Troppo vecchia. Troppo malata.

Da quel giorno,

nessun rumore di chiave.

Nessuna tosse.

Nessuna porta socchiusa.

Solo silenzio.

Finale.

Mi dicono che sono cambiato.

Che ho uno sguardo più calmo.

Ma è solo assenza.

Non calma.

Ho ripulito tutto.

Senza lasciare segni.

Come ho sempre fatto.

Non è stato odio.

Non è stato amore.

È stato…

una chiusura.

Come un cassetto.

Come una porta.

E ora…

ogni sera alle 18:07,

resto fermo nel corridoio.

In piedi.

Davanti alla porta.

Nessuno entra.

Nessuna chiave gira più.

Ma io sento ancora quel suono.

Nella testa.

Nel petto.

Nelle mani.

Io l’ho fatto.

Non per vendetta.

Non per rabbia.

Per silenzio.

Io l'ho fatto - Il rumore della chiave testo di Kalel Abellium
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