“Ma è una follia !” Tuonò Manwàli “Aràide non la lascerà mai venire qui!”
“E’ l’unica nostra speranza Manwàli” lo incalzò Akreton.
“Non possiamo oltrepassare il Baratro!” si ribello ancora Manwàli.
“Dobbiamo!”
“Troviamo un’altra alternativa, Aràide non ci darà mai ascolto!” ribattè Manwàli senza più nessuna speranza di essere ascoltato.
Il Piccolo Consiglio dei Tugra era riunito ormai da diversi giorni e i vecchi avevano trovato un’unica folle soluzione. Tanto folle era la richiesta che avrebbero fatto, quanto tragica e ingiusta la sorte che sarebbe toccata ai Tugra se tutto il possibile non fosse stato tentato. Bisognava agire al più presto. I giorni della serenità stavano finendo, tanto in fretta come erano venuti al termine dell’ultima Guerra Dei Popoli. Dio li stava abbandonando come il male li aveva conquistati ai tempi dei re sanguinari.
Al Piccolo Consiglio partecipavano solamente i sei cittadini più anziani tra i Tugra e veniva riunito per prendere decisioni che riguardavano la sicurezza del paese. Un tempo, quando erano in corso le Guerre Dei Popoli, il Piccolo Consiglio si riuniva anche per prendere le decisioni di guerra. Tutte le altre decisioni riguardanti il paese, venivano discusse nei Grandi Consigli. A questi partecipavano, oltre ai membri del Piccolo Consiglio, anche tutti i cittadini che ne avessero il desiderio. In questo modo il popolo era partecipe alla politica e alle decisioni che lo riguardava. Ogni persona partecipava liberamente alla vita del paese, dando di sé quanto era in grado e quanto era nella propria volontà.
Nella sala scavata nella pietra dell’eremo calò il silenzio, ormai tutte le energie erano state spese dai membri del Consiglio. Era una sala di dimensioni tali da poter ospitare sia il Grande che il Piccolo Consiglio. Scavata dai primi avi di quel popolo, era sempre stato il luogo delle decisioni. Era di forma circolare e la volta di marmo era sorretta da sei pilastri, di marmo anch’essi, larghi poco più di un abbraccio.
Sul Pilastro Del Popolo erano incise scene di quotidianità quali la coltivazione del tìnide, uomini raccolti in preghiera, bambini che giocavano, madri che allattavano e giovani in scene amorose.
Sul Pilastro Della Guerra invece erano incisi gli ambiziosi e atroci motivi che avevano spinto i re antenati dei Tugra a massacrare i popoli di Algùra. I massacri, chiamati anche “le Guerre Dei Popoli” erano cessati con la venuta di re Arconis, predecessore del padre di Obras.
Sul Pilastro Della Fede erano incise le preghiere al Dio Unico dei popoli, colui il quale dava la vita a tutte le creature di Algùra e che la generò per mano dei Valar. Preghiere che ogni popolo recitava nella propria lingua e nei momenti stabiliti dalla propria usanza e dalla propria giornata.
Sul Pilastro Dei Misteri erano incise le figure di strane creature rivolte a guardare un cielo stellato da stelle sconosciute sia ai Tugra che al resto dei popoli di Algùra. Si pensava che fosse una rappresentazione antica, fatta da antenati ormai lontani, che forse erano a conoscenza di misteri non tramandati, mai recitati e mai trascritti.
Sugli altri pilastri non era stata fatta alcuna incisione, secondo le leggende spettava ai re incidere avvenimenti che avessero intaccato la civiltà e la storia di quella stirpe.Dopo le Guerre Dei Popoli nessuno dei tre re conservatori della pace aveva ritenuto di aver vissuto giorni così decisivi da essere rappresentati su uno dei pilastri rimanenti.
Tra un pilastro e l’altro la sala era illuminata e riscaldata da grosse torce, il cui fuoco ardeva di un verde splendente e il cui fumo si disperdeva nella sala come bruma, dando all’ambiente un senso di sacro e misterioso. Appese al muro di pietra erano in esposizione lance di forme e lunghezze diverse, a testimoniare quanto la guerra fosse stata per questo popolo feroce un’arte e una tradizione.
Il pavimento della grande sala era lastricato di marmo azzurro con chiazze bianche e irregolari, finemente tagliato in grossi blocchi quadrati di cui si distinguevano appena le fughe lavorate di un metallo simile all’oro.
I membri del Piccolo Consiglio sedevano su delle sedie scavate nella pietra, poste su ognuno dei lati di una piattaforma esagonale leggermente rialzata. I lati dell’esagono consistevano in vasche contenenti un liquido giallastro simile alla cera. In questo liquido decine di stoppini accesi decoravano la distanza tra i membri del piccolo consiglio. Al centro della piattaforma era posto il sontuoso trono di Obras.
Il trono del re fu lavorato nella roccia dell’eremo dai primi capi Tugra e su di esso erano state sciolte le ossa di ognuno dei suoi occupanti, segno che ogni re doveva prendere forza e saggezza dagli antenati. Saggezza venuta meno durante i massacri dei popoli, ma ora, a poco a poco, forse ritrovata. Accanto al trono uno scalino aiutava il re a sedersi, la panca del comando era alta quasi quanto un Tugra.
Su questo trono, ora, sedeva Obras.
Tra le sedie del Piccolo Consiglio e le pareti della sala era il posto per il popolo che partecipava al Grande Consiglio.
La maestosa volta della caverna era ricoperta di un marmo rosa e bianco, con una figura esagonale di colore rosso, esattamente sopra alla piattaforma dove sedeva il Piccolo Consiglio. Pendeva nel centro del soffitto lo stendardo dei Tugra: una belva dorata con le fauci spalancate su un telo rosso rubino.
Gli occhi stanchi dei sei consiglieri erano puntati sul re. Tutti erano silenziosamente rivolti a lui in attesa di una decisione. Da giorni ormai erano la seduti senza alcun contatto col mondo esterno, senza cibo,senza acqua e senza sonno. Solo il re poteva dar fine al lungo incontro che avrebbe deciso le sorti dei Tugra. L’umidità della sala millenaria aveva ormai penetrato le vecchie ossa di Akreton, Manwàli, Mértox, Lot, Sàdif e Prade che sfiniti si sedettero ai propri posti, segno che l’ultima parola ora spettava al sovrano.
“Dobbiamo andare da Elèide e chiederle di aiutarci”, comandò re Obras.
“Maestà…!” Era noto che Manwàli non si dava facilmente per vinto, alzandosi fece appello alle ultime energie e continuò la propria battaglia diplomatica: “Per anni i nostri antenati sono stati la rovina dei popoli!, hanno sterminato innocenti, portato distruzione e paura. La nostra presenza al di là del Baratro sarà considerata una minaccia! Mai riusciremo a convincere Aràide ad aiutarci. Tanto meno chiedendo lui la figlia. Tutti sappiamo quali rischi porta alla salute la magia della principessa Elèide!”.
“Le tue sono sagge parole Manwàli e il consiglio non può che prenderne atto e darti ragione. Ma se è l’unico modo per dare una speranza al nostro popolo, dobbiamo provarci”. Alle parole del re, Manwàli sedette sulla propria poltrona, il re aveva preso la sua decisione e nessuno poteva contraddirlo.
“Domani all’alba”, continuò il re nel suo modo pacato ma che non dava possibilità di contraddizione: “Akreton e Lot, attraverserete il Baratro sul dorso di un Syrtix e vi dirigerete verso la piana di Auàdi.”
“Il nostro popolo da tempo non varca il Baratro e non so indicarvi la residenza di Aràide. Dovrete fare buon uso del vostro istinto. Che il popolo degli Izzàra sappia dal primo momento che siete in pace e non intendete infrangere la tranquillità che ormai ci sorride da più di cinquecento anni.”
“Se il re vi negasse aiuto, non siate minacciosi e violenti, sia rispettata la sua decisione.”
“Considerate in ogni momento che state infrangendo il patto secondo cui non possiamo oltrepassare il Baratro, e non esitate a farvi portatori della sciagura che ci affligge.”
“Il consiglio è chiuso, lasciatemi solo ora, Pregherò il Dio di Algùra perché vi assista nell’impresa.”
Gli anziani abbracciarono il re e si diressero verso l’uscita della stanza. Aprirono il portone di ingresso, sbarrato con una trave di metallo, e una forte luce illuminò la stanza. Le loro sagome uscirono silenziosamente nella luminosa piazza dell’eremo proiettando lunghe ombre all’interno della caverna. Fuori il popolo aspettava la decisione del consiglio.
Quando il portone si richiuse, la tenue luce verde delle torce riprese il dominio nella stanza dei consigli.
Quando la stanza fu vuota Obras si alzò, con passo lento e deciso percorse il perimetro della stanza spegnendo le torce con un lieve gesto della mano. Il fuoco verde lasciò il posto all’oscurità che ormai era disturbata solamente dalle candele nelle vasche. Strisciando il lungo mantello sul pavimento Obras tornò a sedersi sul trono, lasciandosi conquistare dalla penombra della stanza e dalla solitudine che pian piano penetrava le mura di pietra. Il bastone che aveva dato appoggio a tutti i sui predecessori, ottenuto anch’esso dalla sapiente lavorazione della pietra dell’eremo, scivolò sul pavimento con un eco assordante. Su un’estremità di quel bastone era lavorata la testa della stessa belva che rappresentava l’emblema della sua stirpe e del suo popolo. Ma la sua luminosità millenaria era sempre meno splendente, segno che il popolo andava via via indebolendosi.
Incrociando le dita sul ventre, Obras socchiuse gli occhi e fissò il Pilastro Della Fede.
Mentre il re pregava il Dio di Algùra, lontani clamori lo strapparono al torpore. Clamori che di momento in momento, si amplificarono fino a diventare assordanti; l’eremo intero sembrava in subbuglio. Gli anziani avevano comunicato al popolo la decisione del re. I Tugra avevano una speranza.
Obras rimase nella solitudine finché il giorno cedette il posto alla notte e il clamore si spense nei sogni notturni di giovani e vecchi. Sull’eremo era calato di nuovo il silenzio, disturbato appena da tuoni lontani che lasciavano presagire l’arrivo di un forte temporale.
Il consiglio dei Tugra testo di Tyrion