Il Tempo Rubato - incipit

scritto da Giupanta
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Giupanta
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Mark Spencer è un Manager di successo e attento alle esigenze della sua famiglia. Qualcuno lo ha colpito con 8 coltellate profonde nel salotto della sua abitazione a Parigi. Chi lo ha colpito? Per quale motivo? Le ombre di un passato agghiacciante
- Nota dell'autore Giupanta

Testo: Il Tempo Rubato - incipit
di Giupanta

15 LUGLIO 2017 - L’ INIZIO

E improvvisamente lo seppi. Dopo anni interi a immaginare come potesse essere il momento del trapasso, in un attimo ebbi la risposta. Intere generazioni di uomini, da millenni, si sono posti spesso la stessa domanda. Cosa succede dopo? Cosa ci accade quando il cuore cessa di battere?
Per molto tempo in passato ero stato tentato di acquistare libri di persone che raccontavano l’esperienza vissuta durante il coma, da cui poi per qualche inesplicabile ragione, erano riusciti ad uscire e tornare al di qua. Avevo anche visto un film che, più di altri, aveva tentato di tradurre in immagini sul grande schermo le sensazioni della morte. Era un film degli anni 80, il cui protagonista era uno dei miei attori preferiti, Christophen Walken il quale, insieme a Natalie Wood lavorava ad un progetto avveniristico. Grazie a quel progetto era stato prodotto un macchinario che permetteva di registrare delle attività e trasmetterne le relative sensazioni ad altri.
Le sensazioni erano talmente reali che si poteva sciare stando comodamente seduti sul divano, oppure fumare senza avere affatto una sigaretta tra le dita. Bastava solo indossare una specie di casco e attivare il nastro registrato da altri che avevano realmente fatto quelle cose. Nel film succedeva che Walken, entrato in possesso del nastro registrato dalla Wood durante la sua morte, visionasse e provasse su di sé le sensazioni registrate dall’amica. Per rappresentare le sensazioni del momento del trapasso il regista, Douglas Trumbull, aveva popolato lo schermo di scenari bui, oscuri, in cui un tunnel fatto di membra attorcigliate si avvolgeva intorno a se stesso e dava un senso di movimento, alternativamente veloce e lento, in direzione di una luce assoluta, irresistibilmente attraente. Durante questo moto circolare del tunnel, si susseguivano immagini prese dalla vita della protagonista. Gocce di ricordi, fotogrammi di episodi e frammenti di un’esistenza, snocciolati e riassunti all’attenzione dello spettatore.
Benché avessi sempre resistito alla tentazione di credere a simili testimonianze, mi ero spesso soffermato a leggere articoli di riviste o estratti delle copertine degli stessi libri che rifiutavo di acquistare. Si parlava sempre di questo tunnel buio, con una luce in fondo, di una sensazione di pace e di appagamento che invitava ad abbandonarsi all’oblio. La forza persuasiva rappresentata dalla luce trovava, come spesso sottolineato nei racconti dei sopravvissuti, un’opposta resistenza, di pari intensità, che richiamava al ritorno alla vita. Si narrava che la voce dei congiunti, figli, coniugi, fratelli o genitori, fosse stata spesso risolutiva nel vincere l’attrazione della luce in fondo al tunnel, per restituire il moribondo alla vita e all’affetto dei suoi cari.
Ma io, adesso cosa vedevo? Forse era troppo presto o troppo tardi per vedere un tunnel o per accorgermi di una luce. Forse avrei anche io notato l’attrazione irresistibile verso una meta luminosa. Forse anche io avrei presto avvertito il senso di pace e serenità raccontato dai protagonisti delle storie sui “ritorni”. Eppure niente di tutta quella collezione di sensazioni e di immagini passava in rassegna davanti ai miei occhi, o per meglio dire, davanti al mio spirito. Quello che mi si parava davanti, un attimo dopo aver subito otto coltellate al fianco e al torace, era solo il buio. Il dolore lancinante e ripetuto che aveva pervaso il mio corpo. Nessun tunnel, nessuna luce, nessuna voce che mi invitava disperatamente a tornare indietro.
Ad un tratto il dolore scomparve e cominciò a farsi strada, in uno stato di sospensione apparente del mio spirito, come in una sorta di galleggiamento nell’aria a pochi centimetri dal soffitto, la vista del corpo disteso a terra, immerso in una pozza di sangue.
Proprio così; la vita di Mark Spencer, cioè io, stava magicamente e tragicamente defluendo da quell’involucro corporeo che ne aveva, per 54 anni, trattenuto l’essenza e dato un senso all’appartenenza al genere umano.
Adesso cosa stavo diventando? Un fluido? Un idea? Uno spirito? La cosa veramente strana è che io mi sentivo ancora vivo. Non più in possesso di un supporto materiale e di una immagine identificabile come reale, ma pienamente padrone delle mie capacità sensoriali. Vedevo e sentivo, potevo percepire l’odore dei fiori proveniente dal vaso sul ripiano, quello vicino al megaschermo della TV 65 pollici che troneggiava nella sala principale della casa, la stessa dove, proprio in quel momento, giaceva il mio corpo riverso a terra, ai piedi del divano.
Ma chi mi aveva colpito? E per quale ragione?
Il Tempo Rubato - incipit testo di Giupanta
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