La figlia di Derinkuyu

scritto da Sandra Azzaro
Scritto 14 ore fa • Pubblicato 6 ore fa • Revisionato 6 ore fa
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Autore del testo Sandra Azzaro
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Ci sono storie che non arrivano da fuori, ma da sotto, da un luogo che non sappiamo nominare e che pure ci chiama con una precisione che fa paura, e La figlia di Derinkuyu è nata così, come un richiamo che non potevo ignorare
- Nota dell'autore Sandra Azzaro

Testo: La figlia di Derinkuyu
di Sandra Azzaro

CAPITOLO 1

La mattina in cui tutto è cominciato davvero non aveva nulla di speciale, la luce entrava dalla finestra con quella timidezza che hanno certi giorni di primavera quando l’aria sembra trattenere il fiato e io mi sono alzata come sempre con la sensazione vaga di aver dimenticato qualcosa durante la notte, un pensiero lasciato a metà, un sogno che non voleva farsi ricordare, e mentre camminavo scalza verso la cucina sentivo il pavimento freddo sotto i piedi come se la casa volesse avvertirmi che qualcosa stava cambiando anche se io non ero ancora pronta ad ascoltarlo, ho messo l’acqua sul fuoco, ho aspettato che il bollore rompesse il silenzio e in quel momento ho notato che la busta non era più dove l’avevo lasciata la sera prima, non sul tavolo, non accanto alle chiavi, ma leggermente spostata come se qualcuno l’avesse toccata con cura senza voler lasciare tracce, e un brivido mi ha attraversata perché in quella casa ci vivevo solo io e nessuno avrebbe potuto entrare senza che me ne accorgessi, ho pensato che forse ero stata io distratta stanca confusa ma dentro di me sapevo che non era così, sapevo che quella busta aveva una sua volontà un suo peso un suo respiro come se contenesse qualcosa che non voleva più restare in silenzio e mentre la guardavo da lontano sentivo che il mio nome Eliana non mi apparteneva più nello stesso modo, come se fosse diventato improvvisamente troppo stretto o troppo largo, un vestito che non riconoscevo
Ho preso la tazza con un gesto lento come se avessi paura di rompere il silenzio che si era posato sulla cucina e mentre il vapore del caffè saliva piano e mi sfiorava il viso ho sentito che le mie mani tremavano appena, non abbastanza da farmi cadere qualcosa ma abbastanza da farmi capire che dentro di me qualcosa stava cedendo, una parte che avevo tenuto stretta per troppo tempo e che ora non voleva più restare nascosta, così mi sono avvicinata alla busta con la tazza ancora calda tra le dita come se quel calore potesse proteggermi da ciò che stavo per scoprire e ogni passo sembrava più pesante del precedente come se il pavimento volesse trattenermi, come se la casa stessa sapesse che una volta aperta quella busta niente sarebbe stato più come prima
Mi sono fermata davanti al tavolo e per un attimo ho pensato di lasciar perdere, di tornare alla mia routine fatta di piccoli gesti che mi tenevano insieme, ma la busta era lì, immobile eppure viva, come se respirasse, come se aspettasse proprio quel momento, e allora ho appoggiato la tazza, ho passato un dito sul bordo del foglio e ho sentito una fitta allo stomaco, un presentimento, un richiamo, qualcosa che non riuscivo a spiegare ma che mi spingeva ad andare avanti, così ho tirato piano la linguetta, ho aperto la carta che ha fatto un suono leggero, quasi un sospiro, e dentro c’era solo un foglio piegato in due, niente di più, niente di meno, ma il mio cuore ha iniziato a battere più forte come se sapesse già cosa avrei trovato
L’ho aperto con cautela e quando ho visto la scritta, poche parole tracciate con una grafia che non riconoscevo, ho sentito il mondo inclinarsi appena, come se tutto quello che conoscevo avesse perso per un istante il suo equilibrio, e in quelle parole c’era qualcosa che mi riguardava profondamente, qualcosa che non avrei mai immaginato di leggere proprio quella mattina, proprio in quella casa, proprio in quel momento in cui credevo che la mia vita fosse sospesa ma ancora mia.
                                                                                                
                                                                                     capitolo 2
                                                                               
Non è successo tutto in un giorno, anche se a ripensarci adesso potrei indicare con precisione il momento in cui qualcosa ha cominciato a incrinarsi, una crepa sottile nella superficie liscia della mia vita, un rumore quasi impercettibile che allora ho finto di non sentire, convinta che fosse solo stanchezza, distrazione, uno di quei periodi in cui tutto sembra più pesante senza un motivo preciso. Eppure, prima ancora della busta, c’erano stati i sogni, quelle immagini che tornavano sempre uguali, una roccia scura, un corridoio stretto, una luce lontana che non riuscivo mai a raggiungere, e una voce che mi chiamava per nome, ma non il nome che uso adesso, un altro, più breve, più antico, che al risveglio non ricordavo mai del tutto, come se qualcuno lo cancellasse un attimo prima che potessi afferrarlo. Di giorno continuavo a lavorare, a muovermi tra le strade di Londra come se niente fosse, a rispondere a mail, a prendere la metropolitana, a fare la spesa, ma avevo la sensazione costante di essere leggermente fuori fuoco, come se il mondo intorno a me fosse nitido e io invece fossi sfumata, un contorno che non riusciva più a coincidere con se stesso. La prima busta era arrivata in silenzio, una mattina qualunque, infilata sotto la porta come una pubblicità, e se non fosse stato per quel dettaglio assurdo, il mio nome scritto a mano con una grafia che non riconoscevo, l’avrei forse lasciata lì, dimenticata insieme alle altre cose che rimando sempre a un momento migliore. Dentro c’era solo un foglio bianco, nessuna parola, nessuna spiegazione, solo un piccolo segno in basso a destra, una linea curva che sembrava l’inizio di qualcosa, un frammento di simbolo che non riuscivo a decifrare, eppure, nel momento stesso in cui l’ho visto, ho sentito un brivido salire lungo la schiena, come se quel segno insignificante avesse toccato una parte di me che non sapevo di avere. Ho provato a riderci sopra, a dirmi che si trattava di uno scherzo, di un errore, di qualcuno che aveva sbagliato indirizzo, ma quella sera, mentre cercavo di addormentarmi, il foglio bianco continuava a tornarmi in mente, insieme a quella linea curva che sembrava un gancio, un uncino, qualcosa che si era agganciato a me e non aveva intenzione di mollare la presa. Nei giorni successivi ho cominciato a notare dettagli che prima mi sfuggivano, o forse che non c’erano affatto, ombre che sembravano indugiare un attimo di troppo negli angoli della casa, rumori lievi nel corridoio quando sapevo di essere sola, il ticchettio dell’orologio che a volte rallentava, come se il tempo stesso esitasse, e ogni volta che passavo accanto al cassetto dove avevo riposto la busta sentivo una tensione sottile, una specie di richiamo muto che mi invitava ad aprirla di nuovo, a guardare ancora quel foglio vuoto, come se da un momento all’altro potesse riempirsi da solo. Una notte mi sono svegliata di colpo, il cuore che batteva forte, con la sensazione nitida che qualcuno fosse stato nella stanza, non un ladro, non una presenza ostile, ma qualcosa che mi osservava con una pazienza antica, come se stesse aspettando che io fossi pronta a vedere, e sul comodino, accanto al bicchiere d’acqua, c’era la busta, quella stessa busta che ero certa di aver lasciato nel cassetto della cucina. Non c’era nessun segno di effrazione, nessuna finestra aperta, nessun rumore, solo quella busta appoggiata lì, come un promemoria, come una mano che ti sfiora la spalla senza farsi vedere. L’ho aperta di nuovo, le dita che tremavano appena, e il foglio era sempre lo stesso, bianco, con quella linea curva in basso a destra, ma stavolta, guardandola, ho avuto la sensazione che non fosse più solo un segno, che fosse un frammento di qualcosa di più grande, come se appartenesse a un disegno che non riuscivo ancora a vedere nella sua interezza. Da quel momento le cose hanno cominciato a cambiare più in fretta, i sogni si sono fatti più intensi, la voce più vicina, e a volte, durante il giorno, mi sorprendevo a voltarmi di scatto, convinta di aver sentito qualcuno chiamarmi alle spalle, ma non c’era nessuno, solo il rumore lontano della città e il mio respiro che cercava di ritrovare un ritmo normale. Eppure, sotto la paura, sotto la confusione, c’era qualcos’altro, una sensazione che non volevo ammettere nemmeno a me stessa, una specie di nostalgia inspiegabile, come se qualcosa o qualcuno mi stesse chiamando da un luogo che avevo conosciuto e dimenticato, un luogo che non sapevo nominare ma che, in qualche modo, mi apparteneva. Non lo sapevo ancora, ma quella busta non era un punto di arrivo, era solo il primo passo, il primo segnale di una verità che aveva deciso di mettersi in cammino verso di me, e io, Eliana, avevo già cominciato a seguirla molto prima di accorgermene.

                                                                                            capitolo 3

Da quando la seconda busta è comparsa sul pavimento del mio appartamento di Londra, tutto ha cominciato a muoversi più in fretta, come se qualcuno avesse tolto un freno invisibile e la realtà avesse iniziato a scivolare verso qualcosa che non riuscivo più a controllare. L’ho trovata una sera, rientrando dal lavoro, appoggiata proprio davanti alla porta interna, non sotto la porta d’ingresso come la prima, ma dentro casa, come se qualcuno fosse entrato mentre non c’ero, come se avesse camminato tra le mie stanze senza lasciare tracce, senza spostare nulla, senza fare rumore, e il pensiero che qualcuno potesse aver attraversato il mio spazio più intimo senza che io me ne accorgessi mi ha attraversata come un brivido gelido, un avvertimento che non volevo ascoltare. Ho raccolto la busta con le dita che tremavano appena e ho sentito subito che era diversa dalla prima, più rigida, più pesante, come se contenesse qualcosa che non voleva essere toccato, e quando l’ho aperta ho trovato una fotografia sbiadita, una grotta scavata nella roccia, un’apertura scura che sembrava un occhio, un varco, un respiro trattenuto, e sul retro una data scritta a mano, una data che non avevo mai visto ma che mi ha fatto gelare il sangue, come se appartenesse a un ricordo che non ricordavo più. Ho passato il pollice sulla superficie ruvida della foto e ho sentito un tremito salire lungo la schiena, un richiamo muto, un invito che non avevo chiesto, e mentre guardavo quell’immagine ho sentito un nome affiorare nella mente, un nome che non avevo mai pronunciato ma che sembrava conoscermi da sempre, Derinkuyu, e non sapevo come potessi saperlo, né perché quel nome mi facesse battere il cuore in quel modo irregolare, come se avesse toccato una parte di me che non sapevo di avere. Ho appoggiato la foto sul tavolo e mi sono resa conto che la casa era diventata troppo piccola per contenere tutte le domande che mi stavano crescendo dentro, e ogni stanza sembrava restituirmi un’eco diversa, un frammento di qualcosa che non riuscivo a mettere insieme, e più cercavo di ignorare quella sensazione e più la sentivo avvicinarsi, come un’onda lenta che non puoi fermare con le mani. Ho provato a distrarmi, a preparare un tè, a guardare fuori dalla finestra, ma tutto sembrava irreale, come se il mondo avesse perso consistenza, e allora ho capito che non si trattava più di paura, ma di una necessità che non potevo rimandare, una spinta che veniva da un luogo profondo, antico, forse da un tempo in cui il mio nome non era ancora Eliana. Quella notte non sono riuscita a dormire, ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo la grotta della fotografia, quell’apertura scura che sembrava chiamarmi, e a un certo punto, nel silenzio della casa, ho sentito di nuovo quella voce, la stessa del sogno, la stessa che mi aveva svegliata giorni prima, una voce che non veniva dall’esterno ma da un punto profondo dentro di me, e che sussurrava con una chiarezza che mi ha fatto trattenere il respiro: “Torna”. Ho aperto gli occhi di scatto e la stanza sembrava più piccola, più vicina, come se le pareti respirassero insieme a me, e in quel momento ho capito che non potevo più restare, che qualunque cosa mi stesse cercando non si sarebbe fermata, che la verità non avrebbe smesso di bussare finché non l’avessi seguita fino in fondo. Ho guardato la fotografia un’ultima volta e ho sentito che non era un indizio, ma un invito, un richiamo che non potevo ignorare, e mentre l’alba cominciava a filtrare tra le tende ho capito che il viaggio era già iniziato, che la mia vita a Londra stava scivolando via come un vestito che non mi apparteneva più, e che la strada che mi aspettava non era davanti a me, ma sotto di me, nel cuore della terra, dove la mia storia aveva avuto inizio molto prima che io nascessi.
                                                                                               
capitolo 4

Il viaggio è cominciato prima ancora che lasciassi Londra, molto prima del taxi che correva sotto la pioggia verso Heathrow e delle luci dei palazzi che si riflettevano sui vetri come ombre in movimento, perché già mentre attraversavo la città avevo la sensazione netta che Londra non mi appartenesse più nello stesso modo, come se le sue strade, i suoi autobus rossi, il rumore costante della metropolitana si fossero improvvisamente allontanati da me, diventando un paesaggio estraneo invece che la vita che conoscevo, e mentre il tassista parlava al telefono in una lingua che non riconoscevo io fissavo le gocce che scivolavano sul finestrino e avevo la certezza che qualcosa si stesse chiudendo alle mie spalle, qualcosa che non avrei più potuto recuperare. Quando sono scesa davanti al terminal ho sentito un vento freddo attraversarmi il cappotto come una lama sottile e ho stretto il biglietto tra le dita come se potesse darmi stabilità, ma il nome della destinazione, Kayseri, lampeggiava sul tabellone con una luce che sembrava pulsare, un richiamo antico che non avevo scelto e che pure mi stava trascinando con una forza che non riuscivo a contrastare. Mentre aspettavo l’imbarco sentivo il cuore battere in un ritmo irregolare, diverso da quello che conoscevo, come se una parte di me stesse già camminando altrove, e ogni volto che passava accanto a me sembrava sfocato, lontano, come se appartenesse a un mondo che non era più il mio. Quando sono salita sull’aereo ho avuto la sensazione di lasciare dietro di me non solo un appartamento, ma una versione intera di me stessa, una donna che aveva creduto di sapere chi era e da dove veniva, e mentre il velivolo si staccava da terra ho sentito un vuoto improvviso nello stomaco, non paura, ma un’intuizione profonda, come se una voce silenziosa mi dicesse che non sarei tornata la stessa, che quel viaggio avrebbe aperto una porta che non si sarebbe più richiusa. Il volo è stato lungo e silenzioso, e io non riuscivo a dormire, fissavo il buio oltre il finestrino cercando di dare un nome a quella inquietudine che cresceva dentro di me, un’inquietudine che non era minaccia ma attesa, come se qualcosa stesse preparando il terreno per mostrarsi al momento giusto, e ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo la grotta della fotografia, quell’apertura scura che sembrava un occhio, un varco, un respiro, e più cercavo di scacciarla e più tornava, nitida, vicina, come se mi stesse aspettando. Quando l’aereo è atterrato e ho messo piede sul suolo turco ho sentito un’aria diversa, più secca, più antica, come se ogni granello di polvere portasse con sé una storia, e mentre uscivo dall’aeroporto ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse osservando, non con ostilità, ma con una curiosità silenziosa, come se riconoscesse qualcosa in me che io non vedevo ancora. Il tragitto verso Göreme è stato un susseguirsi di paesaggi che sembravano appartenere a un altro mondo, rocce modellate dal vento, colline che si aprivano come pagine di un libro scritto da secoli, e più mi avvicinavo alla Cappadocia e più sentivo che quel luogo non era estraneo, che c’era qualcosa di familiare in quelle forme, in quei silenzi, in quella luce che cambiava colore a ogni curva, come se la terra stessa mi riconoscesse. Quando sono arrivata all’hotel scavato nella roccia ho provato una vertigine improvvisa, come se avessi già visto quel corridoio, quelle pareti, quella porta, e per un istante ho avuto la certezza assoluta di essere stata lì prima, anche se sapevo che era impossibile, e mentre appoggiavo la valigia e mi sedevo sul letto cercando di calmare il respiro il silenzio della stanza sembrava amplificare ogni pensiero, ogni ricordo, ogni ombra, e in quel silenzio ho sentito di nuovo quella voce, la stessa che avevo sentito nella mia casa di Londra, la stessa che mi aveva spinto a partire, una voce che non veniva dall’esterno ma da un punto profondo dentro di me, e che sussurrava con una chiarezza che mi ha gelato il sangue: “Sei tornata”. Ho aperto gli occhi di scatto, il cuore che batteva forte, e per un istante ho avuto la sensazione che la stanza fosse più piccola, più vicina, come se le pareti respirassero insieme a me, e in quel momento ho capito che non ero lì per caso, che non ero stata io a scegliere quel viaggio, ma qualcosa che mi aveva chiamata, qualcosa che conosceva la mia storia meglio di me. Sono uscita all’esterno per prendere aria e la vista della valle illuminata dalla luna mi ha tolto il fiato, le rocce sembravano figure immobili, guardiani silenziosi, e mentre camminavo lungo il sentiero ho sentito un rumore lieve alle mie spalle, un passo, un movimento, qualcosa che non riuscivo a vedere ma che percepivo chiaramente, e quando mi sono voltata non c’era nessuno, solo il vento che scivolava tra le pietre come un sussurro antico, eppure sapevo che non ero sola, che qualcuno o qualcosa mi stava seguendo, non per farmi del male, ma per guidarmi, per condurmi verso una verità che non potevo più evitare, e mentre restavo immobile sotto quel cielo immenso ho sentito che il viaggio era appena cominciato e che la parte più difficile, quella che avrebbe cambiato tutto, mi stava già aspettando sotto terra, nel cuore della roccia, dove la mia storia aveva avuto inizio molto prima che io nascessi.

Capitolo 5

La mattina successiva mi sono svegliata con la sensazione di essere stata trasportata in un luogo che non avevo mai visto ma che, in un modo che non riuscivo a spiegare, sembrava conoscermi da sempre, e mentre mi alzavo dal letto ho visto il mio riflesso nello specchio incastonato nella parete di roccia, un riflesso che sembrava appartenere a una donna diversa, i capelli scuri che cadevano disordinati sulle spalle come se avessero assorbito il vento della notte, gli occhi più grandi, più profondi, quasi lucidi sotto quella luce dorata che filtrava dalla piccola finestra scavata nella pietra, una luce che rendeva la mia pelle più chiara, quasi trasparente, come se la Cappadocia stesse cercando di leggermi attraverso la superficie. Ho passato una mano tra i capelli, cercando di riportare ordine, ma era come se il mio corpo stesso avesse deciso di adattarsi a quel luogo, di lasciarsi modellare dalla sua aria secca, dal suo silenzio, dal suo respiro antico. Sono uscita dalla stanza e il corridoio dell’albergo mi ha avvolta con il suo odore di pietra umida e tè caldo, un odore che sembrava provenire da un tempo lontanissimo, e mentre camminavo sentivo il rumore dei miei passi rimbalzare sulle pareti curve, un suono che si perdeva subito, come se la roccia lo assorbisse per custodirlo da qualche parte sotto terra. L’albergo era un intreccio di stanze scavate nella roccia, archi irregolari, nicchie illuminate da lampade di rame che proiettavano ombre tremolanti sui tappeti consumati, e ogni dettaglio sembrava osservare il mio passaggio con una calma antica, come se sapesse che ero lì per un motivo che ancora non comprendevo. Quando ho aperto la porta e sono uscita all’esterno, la luce del mattino mi ha colpita come un respiro improvviso, un’apertura immensa che sembrava non avere confini, e per un istante sono rimasta immobile, incapace di muovermi, perché quel paesaggio non era solo bello, era vivo, pulsante, come se ogni roccia, ogni valle, ogni ombra avesse un’anima che mi stava guardando. Le formazioni rocciose si alzavano come colonne scolpite dal vento, torri di pietra che sembravano custodire segreti troppo antichi per essere pronunciati, e la luce scivolava sulle superfici creando sfumature che cambiavano a ogni respiro, oro, rosa, ocra, come se la terra stessa stesse parlando una lingua che non avevo mai sentito ma che, in qualche modo, riconoscevo. Ho camminato fino alla terrazza dell’albergo dove alcuni abitanti del luogo stavano preparando il tè, e quando mi hanno vista arrivare hanno sollevato lo sguardo con quella gentilezza silenziosa che appartiene solo a chi vive in posti dove il tempo non corre ma scorre, lento, profondo, come un fiume sotterraneo. Erano uomini e donne dai volti segnati dal sole, dagli occhi scuri e profondi, occhi che sembravano sapere più di quanto dicessero, e quando uno di loro mi ha sorriso ho avuto la sensazione che mi stesse riconoscendo, non come turista, non come straniera, ma come qualcuno che era atteso, qualcuno che apparteneva a quel luogo più di quanto potessi immaginare. Una donna anziana, con un foulard color sabbia legato intorno ai capelli, mi ha porso una tazza di tè caldo senza dire una parola, e quando le nostre dita si sono sfiorate ho sentito un brivido attraversarmi il braccio, un brivido che non era freddo ma familiare, come se quel gesto fosse parte di un rituale antico, un gesto che si ripeteva da generazioni. Ho bevuto lentamente, lasciando che il sapore amaro e dolce insieme mi scivolasse in gola, e mentre guardavo la valle distendersi davanti a me ho avuto la sensazione che tutto fosse esattamente come doveva essere, che ogni passo, ogni busta, ogni sogno mi avesse condotta lì, su quella terrazza, in quel preciso momento. Poi, mentre il vento sollevava una ciocca dei miei capelli e la faceva danzare nell’aria, ho sentito di nuovo quella presenza, la stessa che avevo percepito la notte prima, la stessa che mi aveva seguito lungo il sentiero, e anche se non vedevo nessuno sapevo che non ero sola, che qualcosa mi stava osservando da un punto che non riuscivo a individuare, qualcosa che non aveva fretta, che aspettava solo che io fossi pronta. Ho chiuso gli occhi un istante e ho sentito la terra vibrare sotto i miei piedi, una vibrazione lieve, quasi impercettibile, come un battito, come un richiamo, e in quel momento ho capito che la Cappadocia non era solo un luogo, era un passaggio, una soglia, e che la parte più profonda del mio viaggio non era ancora cominciata, ma mi stava già aspettando, sotto terra, nel buio che conosceva il mio nome molto prima che io imparassi a pronunciarlo.

Capitolo 6

Era l’inizio dell’estate in Cappadocia, quella stagione in cui il sole sale presto e la luce diventa subito intensa, quasi liquida, e la sabbia fine che ricopre i sentieri si solleva al minimo soffio di vento, entrando negli occhi, nei capelli, nella pelle come una polvere antica che sembra voler lasciare un segno, e quando scesi nel corridoio del günes kaya inn sentii subito quell’odore secco e caldo che appartiene solo ai luoghi dove la terra respira più forte dell’aria. La pietra sotto i miei piedi era tiepida, come se avesse trattenuto il calore della notte, e mentre camminavo sentivo la sabbia scricchiolare leggermente sotto le suole, un suono sottile, quasi un sussurro, come se il pavimento stesso volesse avvertirmi che qualcosa stava cambiando. Avevo dormito male, agitata da sogni frammentati in cui vedevo solo luce e ombra, sabbia che scivolava tra le dita e una voce che mi chiamava da un punto che non riuscivo a raggiungere, e quando mi guardai allo specchio prima di uscire vidi i miei occhi più scuri del solito, segnati da una stanchezza che non era fisica ma profonda, come se la notte avesse scavato dentro di me invece di riposarmi. La sala comune era immersa in una penombra fresca, un contrasto netto con il calore che già si avvertiva fuori, e il proprietario, con la sua barba corta e gli occhi neri come ossidiana, mi salutò con un cenno lento, quasi solenne, come se sapesse che quel giorno non sarebbe stato come gli altri. Mi sedetti vicino alla finestra e guardai la valle: la luce del mattino cadeva sulle rocce come una lama dorata, e la sabbia sospesa nell’aria brillava come polvere di vetro, creando un velo sottile che rendeva tutto più irreale, più distante, e allo stesso tempo più vicino, come se il paesaggio respirasse insieme a me. Mentre sorseggiavo il tè, forte e amaro, vidi un ragazzo entrare nella sala, un giovane con la pelle color miele scurita dal sole e gli occhi incredibilmente chiari, quasi grigi, un colore che sembrava fuori posto in quella terra di ocra e rame, e quando incrociò il mio sguardo si fermò, come se mi avesse riconosciuta, come se sapesse qualcosa che io non avevo ancora scoperto. Si avvicinò senza dire una parola, e quando fu abbastanza vicino da sentire il suo odore di sabbia calda e vento mi porse un piccolo foglio piegato in quattro, le sue dita ruvide che sfiorarono le mie lasciando una scia di calore che mi attraversò il braccio come un brivido. Aprii il foglio e vidi un simbolo tracciato a mano, una spirale che scendeva verso il basso e poi si apriva come un fiore di pietra, lo stesso simbolo che avevo trovato nella prima busta a Londra, e il cuore mi balzò nel petto come se avesse riconosciuto un volto familiare in mezzo alla folla. Alzai lo sguardo per chiedergli qualcosa, qualsiasi cosa, ma il ragazzo era già sparito, inghiottito dal corridoio come se non fosse mai stato lì, e per un istante mi chiesi se lo avessi immaginato, se la mia mente stesse giocando con me, ma il foglio tra le dita era reale, ruvido, impregnato dell’odore della sabbia e della roccia. Uscii all’esterno e il vento caldo mi colpì il viso con un soffio secco, sollevando granelli di sabbia che mi pizzicarono la pelle come piccoli aghi, e mentre stringevo il foglio nella mano vidi un’ombra muoversi tra le rocce, un movimento rapido, quasi impercettibile, come se qualcuno stesse camminando sotto la superficie, seguendo un percorso che io non potevo ancora vedere. La terra vibrò sotto i miei piedi, una vibrazione lieve ma costante, come un battito, come un richiamo, e capii che non potevo più ignorarlo, che qualunque cosa mi avesse seguito fino a lì stava cominciando a mostrarsi, e mentre iniziavo a scendere lungo il sentiero sabbioso che portava verso la valle sentii il calore del sole sulla nuca, il vento che mi spingeva avanti, la sabbia che si sollevava intorno ai miei passi come un velo, e capii che stavo andando incontro a qualcosa che mi apparteneva da sempre, qualcosa che avevo dimenticato e che ora stava tornando a galla, inevitabile come la verità che emerge dal buio.

Capitolo 7

Il sole era già alto quando lasciai il günes kaya inn, un sole estivo che cadeva sulla valle con una forza che sembrava sciogliere l’aria, rendendola densa, quasi visibile, e mentre scendevo il sentiero sentivo la sabbia calda sollevarsi a ogni passo, attaccarsi ai jeans chiari che indossavo e infilarsi tra le fibre della camicia leggera color crema che avevo scelto per il caldo, una stoffa sottile che lasciava passare l’aria ma che ora aderiva alla pelle sudata come se volesse ricordarmi che non appartenevo ancora del tutto a quella terra. I miei capelli ricci, che a Londra restavano disciplinati solo con fatica, qui si erano gonfiati per l’umidità secca e il vento caldo, incorniciando il mio viso in modo disordinato, quasi selvaggio, e i miei occhi verdi, che riflettevano la luce dorata del mattino, sembravano più chiari, più vigili, come se la Cappadocia li avesse accesi dall’interno. L’odore dell’aria era un miscuglio di sabbia calda, pietra, erbe secche e qualcosa di più profondo, un odore metallico che sembrava provenire dal sottosuolo, e ogni volta che inspiravo sentivo un brivido scendere lungo la schiena, come se quell’odore fosse un segnale, un richiamo che il mio corpo riconosceva prima della mia mente. Camminavo da quasi mezz’ora quando vidi la prima anomalia: una zona della valle dove la sabbia sembrava muoversi in modo diverso, più leggera, più fine, come se fosse stata smossa da poco, e mentre mi avvicinavo sentii la terra vibrare sotto i piedi, una vibrazione lieve ma costante, come un battito lento, profondo, che sembrava provenire dal cuore della roccia. Mi fermai, il respiro corto, il sudore che scivolava lungo la schiena, e per un istante ebbi la sensazione che qualcuno mi stesse osservando, non dall’alto, non da lontano, ma da sotto, come se occhi invisibili seguissero ogni mio movimento da un punto nascosto sotto la superficie. Mi inginocchiai e toccai la sabbia: era più calda del resto, quasi bruciante, e quando la spostai con la mano vidi emergere una linea di pietra, una fessura sottile, irregolare, come una bocca che si era aperta da poco. Il cuore mi balzò nel petto e per un attimo ebbi paura di respirare troppo forte, come se quel gesto potesse richiudere tutto, cancellare la scoperta, ma la fessura era reale, solida, e mentre spostavo altra sabbia vidi comparire un simbolo inciso nella roccia, lo stesso simbolo della spirale che avevo trovato nella busta a Londra e nel foglio consegnato dal ragazzo dagli occhi grigi. Le dita mi tremavano mentre seguivo la linea incisa, e la pietra era sorprendentemente fredda, un freddo che contrastava con il calore del sole e che mi fece venire la pelle d’oca, come se quella roccia non appartenesse alla superficie ma a un luogo più profondo, più antico. Mi guardai intorno: la valle era immobile, nessuno in vista, solo il vento caldo che sollevava piccoli vortici di sabbia e il silenzio che sembrava trattenere il respiro insieme a me. Poi, mentre sfioravo ancora il simbolo, la terra vibrò più forte, un tremito breve ma netto, e la fessura si allargò di pochi millimetri, abbastanza da lasciar uscire un soffio d’aria fredda, un’aria che sapeva di pietra bagnata, di buio, di tempo fermo. Mi sollevai lentamente, il cuore che batteva così forte da farmi male, e capii che quello era il primo ingresso, il primo varco verso ciò che mi stava chiamando da giorni, forse da anni, forse da sempre. Inspirai profondamente, sentendo il sapore della sabbia sulle labbra, il calore del sole sulla nuca, il vento caldo che mi spingeva avanti, e mentre mi chinavo di nuovo verso la fessura ebbi la certezza assoluta che non ero sola, che qualcuno o qualcosa mi stava aspettando dall’altra parte, nel buio che conosceva il mio nome molto prima che io imparassi a pronunciarlo.

Capitolo 8

La fessura nella roccia era più stretta di quanto ricordassi e mentre mi avvicinavo sentii un cambiamento nell’aria, un passaggio improvviso da un respiro aperto a un soffio più denso, più freddo, come se la terra trattenesse qualcosa dietro quel varco, e proprio mentre stavo per chinarmi una voce alle mie spalle disse piano «non entrare», una voce maschile, vicina, e quando mi voltai vidi il ragazzo dagli occhi grigi fermo a pochi passi, immobile come se fosse parte della roccia stessa, lo sguardo fisso su di me con un’intensità che mi fece rallentare il respiro. «Perché?» chiesi senza muovermi, e lui fece un passo avanti, abbastanza da vedere la tensione nelle sue spalle, come se stesse trattenendo qualcosa. «Perché una volta che scendi non sei più la stessa» disse, e il modo in cui pronunciò quelle parole mi colpì più della frase stessa, come se parlasse per esperienza e non per avvertimento. «Tu lo sapevi che sarei venuta qui» dissi, e lui abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò con una calma che non apparteneva a un ragazzo della sua età. «Ti hanno chiamata» rispose, e prima che potessi chiedere chi, si voltò e si allontanò lungo il sentiero, senza fretta, senza voltarsi, come se sapesse che non avrei più avuto bisogno di lui. Rimasi sola davanti alla fessura e inspirai lentamente, lasciando che l’aria più fredda che usciva dal varco mi sfiorasse il viso, un’aria che sapeva di pietra bagnata, di silenzio, di qualcosa che non apparteneva alla superficie. Mi chinai e infilai il corpo nel passaggio, la roccia che mi sfiorava le braccia e le spalle, liscia in alcuni punti, ruvida in altri, e avanzai lentamente, sentendo il suono dei miei movimenti cambiare, diventare più ovattato, come se la terra assorbisse ogni rumore. Dopo pochi metri la luce scomparve del tutto e rimasi immersa in una penombra blu, un buio che non era totale ma vibrava leggermente, come se provenisse da una fonte invisibile. «Eliana…» sussurrò una voce davanti a me, una voce che non apparteneva a nessuno che avessi mai incontrato, una voce che sembrava scivolare lungo le pareti e arrivare direttamente al centro del mio petto. «Chi sei?» chiesi, e il suono della mia voce rimbalzò sulle pareti con un’eco breve, come se il sotterraneo non volesse restituirmela del tutto. «Tu lo sai» rispose la voce, più vicina, e il modo in cui pronunciò quelle tre parole mi fece fermare, le mani appoggiate alla pietra fredda, il cuore che batteva in un ritmo che non riconoscevo. Continuai a strisciare finché il passaggio non si allargò e mi ritrovai in una piccola camera sotterranea, le pareti coperte di incisioni, spirali, linee curve, simboli identici a quelli delle buste, e al centro una lastra di pietra più chiara, consumata come se fosse stata calpestata per secoli. Mi avvicinai e sfiorai una delle incisioni con le dita, la pietra sorprendentemente fredda, e proprio in quel momento un soffio d’aria mi sfiorò la nuca, un soffio che non poteva provenire dal passaggio da cui ero entrata. «Non sei sola» disse la voce, e mi voltai di scatto, ma non c’era nessuno, solo l’ombra delle pareti che sembrava muoversi appena, come se respirasse. Un rumore lieve, come un sasso che rotola, provenne da un corridoio più stretto che scendeva verso il basso, un corridoio segnato da un simbolo inciso più grande degli altri, una spirale che si apriva verso il buio. «Scendi» disse la voce, e questa volta non era un ordine né un avvertimento: era un invito, un richiamo che riconobbi senza sapere come. Inspirai lentamente e feci il primo passo verso il corridoio che scendeva, sapendo che qualunque cosa mi aspettasse laggiù aveva già pronunciato il mio nome molto prima che io imparassi a farlo.

capitolo 9

Il corridoio scendeva in modo irregolare, la pietra umida sotto le dita, l’aria che cambiava consistenza a ogni passo, diventando più fredda, più densa, come se custodisse qualcosa che non voleva rivelarsi subito. Il silenzio non era semplice assenza di suono: aveva un peso, una presenza, un ritmo lento che sembrava provenire dal sottosuolo, come un respiro antico che si muoveva sotto la roccia. Le pareti si stringevano e poi si aprivano di nuovo, creando piccoli varchi dove la luce filtrava da fessure invisibili, linee sottili che correvano lungo la pietra come vene di un corpo immenso e addormentato. Ogni volta che la luce cambiava direzione, anche l’ombra mutava forma, e per un istante ebbi la sensazione che qualcosa mi osservasse da dietro quelle pieghe scure.
Camminai più lentamente, il cuore che seguiva un ritmo che non riconoscevo, un battito che sembrava rispondere a quello della terra. Il corridoio si allargò all’improvviso, come se la roccia avesse deciso di aprirsi per mostrarmi ciò che custodiva, e mi ritrovai in una stanza perfettamente circolare, scavata con una precisione che nessuna mano moderna avrebbe potuto ottenere. Il pavimento era coperto da sabbia finissima, chiara, che rifletteva la poca luce presente come se contenesse minuscoli frammenti di quarzo. Al centro, una pietra alta, simile a un altare, emergeva dal suolo come un monolite antico. Sulla superficie era incisa una spirale, identica a quella delle buste, ma qui più profonda, più viva, come se fosse stata tracciata da qualcuno che conosceva il linguaggio segreto della terra.
Mi avvicinai lentamente, il respiro corto, e sfiorai la pietra con la punta delle dita. Era calda, inspiegabilmente calda, come se custodisse un fuoco interno. Proprio in quell’istante una voce sussurrò alle mie spalle «non toccarla». Mi voltai di scatto, il cuore che mi balzò in gola, ma non c’era nessuno. Nessun passo, nessun’ombra, solo il silenzio che sembrava essersi avvicinato di un passo. «Chi sei?» chiesi, e la voce rispose, più vicina, più chiara: «non chi, ma cosa».
Rimasi immobile, il fiato sospeso, mentre la luce nella stanza cambiava colore, diventando dorata, come se un sole invisibile fosse sceso fin lì. Le pareti sembrarono vibrare leggermente, come se riconoscessero la presenza di qualcosa che non vedevano da tempo. «Cosa vuoi da me?» domandai, e la voce sembrò sorridere, un suono lieve, quasi umano, ma non del tutto. «Voglio che ricordi.»
Mi chinai di nuovo verso la spirale e vidi, sotto le linee curve, piccole incisioni, lettere antiche, e tra esse il mio nome. Non era scritto in modo casuale: era inciso con una precisione che mi fece tremare le mani. «Eliana» lessi, e la voce rispose «non è stato scritto, è stato ritrovato». Un brivido mi attraversò la schiena, come se la pietra avesse riconosciuto il mio tocco, come se sapesse chi ero prima ancora che io lo ricordassi.
Il silenzio si spezzò per un istante: un suono profondo, simile a un battito, salì dal pavimento. La stanza vibrò, la sabbia si sollevò in piccoli vortici, e la spirale iniziò a pulsare di una luce tenue, regolare, come se respirasse. «Cosa significa?» chiesi, ma la voce non rispose. Solo un soffio d’aria mi sfiorò il viso, come una mano invisibile che voleva guidarmi o allontanarmi, non capii.
Mi inginocchiai davanti alla pietra, incapace di distogliere lo sguardo. La luce pulsante sembrava chiamarmi, attirarmi verso un ricordo che non riuscivo ancora a raggiungere. Compresi che quella stanza non era un semplice ambiente: era una memoria, un frammento di qualcosa che avevo perduto. La spirale non era un simbolo, ma una chiave, e la chiave stava iniziando ad aprire qualcosa dentro di me.
E mentre la luce continuava a pulsare, sentii di nuovo il mio nome, questa volta pronunciato con chiarezza, come un richiamo che veniva da un tempo in cui non ero ancora nata, ma che mi apparteneva da sempre.



La figlia di Derinkuyu testo di Sandra Azzaro
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