LA TERAPIA.
Aveva volutamente percorso a piedi le interminabili rampe di scale che separavano lo studio del medico da cui si stava recando dal lontano formicolio della realtà che si agitava nelle strade intorno al grande palazzo di cristallo. Voleva frapporre ancora tempo all'incontro, che, tra l'altro' aveva dovuto procurarsi attraverso le raccomandazioni di comuni conoscenti. Ad ogni piano si fermava con la scusa, di fronte a se stesso, di riprendere fiato, ma in realtà per una certa inspiegabile resistenza. Superficialmente gli sembrava che le ragioni di tale resistenza si dovessero ricondurre al fatto che avrebbe dovuto ancora una volta mettere a nudo la sua anima e raccontare i ridicoli rituali senza i quali veniva aggredito da angoscia e smarrimento. Al terzo piano si era chiesto se era il caso di andare incontro a nuove, onerose spese che la terapia avrebbe indubbiamente comportato; al quinto gli erano venuti forti dubbi sulla serietà e professionalità di quel medico che alcuni suoi amici gli avevano descritto come bizzarro e imprevedibile; al settimo si era arrestato dinanzi all'avale insegna in ottone, applicata su una severa porta in noce, su cui compariva la scritta. Dott. Gianfranco Blumesthil. Neurologo e psichiatra. Letta la targa, gli venne l'impulso di dirigersi alla porta dell'ascensore e premere il pulsante di chiamata. Suonò invece alla porta, che si aprì automaticamente. Entrò in un'anticamera dall'aspetto tradizionale: un divanetto sulla parete di destra, alcune poltroncine accostate ai muri, alcune stampe antiche rappresentanti strumenti e scene di tortura appese alle pareti.
"Spero possieda il senso dell'ironia!" disse fra sé l'uomo, mentre appoggiava per terra la valigetta e toglieva il leggero impermeabile che lo scroscio di pioggia gli aveva consigliato di indossare, nonostante l'estate incipiente. Attese qualche istante che una inserviente o qualcuno venisse ad accoglierlo. Visto che non si faceva vivo nessuno, si guardò in giro e poi lo appese a dei pomoli in legno collocati in una non immediatamente visibile rientranza della parete. Attese ancora qualche secondo poi si sedette sul divanetto, ponendosi di fianco, sulla destra, la valigetta. Guardò di nuovo le stampe, si alzò, afferrò la valigetta e andò a sedersi sulla poltrona più lontana dalla porta d'ingresso, avendo sempre cura di porsi la sua valigetta di fianco, vicino al piede destro. Rimase immobile qualche minuto; passato qualche secondo cominciò a tamburellare con le dita della mano destra sul bordo in legno della poltroncina e ad agitare velocemente prima la gamba destra e poi la sinistra, facendo leva sulla parte anteriore del piede. Stava per alzarsi nuovamente, quando il dottore entrò in anticamera da una porta a vetri posta in fondo alla stanza e lo invitò ad accomodarsi nel suo gabinetto. Esordì il dottore mentre si sedevano:
- Il professor Federico Fanes?
- Sono uno scrittore e tengo spesso corsi e seminari, ma non sono laureato, per cui lasci perdere i titoli accademici.
- Ma lei è il signor Federico Fanes?
- Parrebbe di sì.
Il dottore lo guardò attraverso i suoi occhiali di vetro bianco, fissandolo a lungo con aria quasi svagata, apparentemente non indagatrice.
- Difficile darsi un'identità precisa, non è vero?
La domanda, apparentemente retorica e un poco inconsueta, nascondeva invece l'intenzione del medico di portare subito allo scoperto il livello culturale e il tipo di reazione psicologica dell'altro.
- Purtroppo spesso ci dobbiamo associare ad una identità, - fu la risposta d'attesa, altrettanto indagatrice, di Federico.
- Lei vuol subito sapere con chi ha a che fare! - ribattè professionale il medico.
- Non ho fatto che seguire la sua impostazione.
Il dottor Gianfranco Blumesthil si rizzò leggermente sulla sedia inspirando più profondamente l'aria, ma badando bene che fosse un moto impercettibile: si era reso conto che doveva prepararsi a una battaglia abbastanza impegnativa.
Federico Fanes sorrise lievemente:
- I neurotici e i paranoici sono i clienti peggiori. E' sicuro di volermi accettare tra i suoi...impazienti?
- Lei ha già formulato una diagnosi, vedo.
- Oh, non è la diagnosi l'aspetto più difficile, ma una terapia che risolva.
- Se lei ha fatto sette piani di scale per entrare nel mio studio, significa che lei vuol risolvere il suo problema, non è vero?
Federico rimase sorpreso: come poteva saper il dottore che lui era salito a piedi fino al settimo piano?
Il medico lo guardò fissamente con un lievissimo sorriso sul viso.
- Anche i più moderni ascensori dopo qualche anno di usura fanno un po' di rumore quando si mettono in moto, - disse per sbloccare la situazione e porgere una frase amichevole al nuovo cliente.
- Il fatto è che io soffro anche di claustrifobia, - mentì lo scrittore in risposta, senza indulgere al sorriso.
Il dottore respirò nuovamente in modo più profondo.
- Cosa l'ha indotta a ricercare la mia consulenza? - fu la frase successiva che il dottore espresse per abbreviare i tempi del conflitto.
Il cielo si era nuovamente rannuvolato intorno al palazzo di vetro , al cui interno i due uomini continuavano la loro schermaglia per la reciproca conoscenza: l'intera costruzione sembrava ora un blocco grigio di pietra, dopo aver assunto diverse tonalità di colore man mano che i tempo variava: dall'azzurro al verde cupo. L'aria si era fatta immota e un poco irrespirabile, come sempre succede d'estate nei momenti che precedono lo scatenarsi di un temporale. Qualche rondine volava irregolarmente nell'aria all'altezza del settimo piano, poi improvvisamente si abbassava fino a rasentare le cime di quei pochi alberi che erano sopravvissuti allo sviluppo della città.
Il tempo trascorse lento all'esterno dell'edificio e molto più velocemente all'interno della stanza, dove il neurologo effettuava le sue visite e le sue sedute. Ora il dialogo si era un po' rallentato: il paziente aveva terminato di raccontare la storia dei suoi precedenti, innumerevoli e infruttuosi incontri con psicologi e psichiatri, neurologi e consulenti vari dell'anima.
- Ma, secondo lei, non si sono mai avvicinati ad una diagnosi credibile dei suoi disturbi? - chiese con voce neutra il neurologo.
- Oh, per questo, spesso. I freudiani me ne hanno dato una interpretazione, gli junghiani un'altra, gli adleriani un'altra ancora; ho persino interpellato uno psicologo che si rifaceva alla dialettica dell'inconscio della Montefoschi...
- Di chi?
- Ma non ne ho tratto molto giovamento: spesso trascorrevo il tempo a cercare una interrelazione fra una linea interpretativa e l'altra. Ma al momento di tentare una terapia il tutto naufragava.
- E' sicuro che non fosse lei a frapporre delle resistenze? Magari lei inconsciamente...
Federico lo interruppe vivacemente.
- Ma lei pensa che mi sarei sottoposto a queste continue, e spesso scomode, sedute e avrei buttato al vento una vera fortuna, se non avessi desiderato liberarmi da queste continue angosce e ossessioni?
Il dottore lo guardò con una leggera, involontaria curiosità e, accortosi che il terreno era minato, cercò di cambiare discorso, riportando un po' di calma tra le onde agitate del loro dialogo.
- Lei abita da molto in questa città?
Lo scrittore rimase leggermente sorpreso dell'improvvisa variazione di argomento, proprio nell'istante in cui sembrava stessero per entrare nel vivo del problema, ma stette al gioco.
- No, in realtà non sono ancora tre mesi. Con la mia professione amo spesso cambiare città di residenza.
- Le piace questo palazzo? - fu l'altra, inattesa, domanda.
Federico riflettè per qualche brevissimo momento sulle motivazioni che potevan spingere lo psichiatra a fare queste domande, poi, non trovandone alcuna, decise di non deviare dall'argomento per vedere dove il medico volesse condurre il dialogo.
- Lo trovo suggestivo, specialmente dall'esterno. Geometrico, ma al tempo stesso musicalmente attento ad ogni sfumatura di tonalità.
Il medico lo guardò interrogativamente.
- Alludo alle continue mutazioni che i riflessi del cristallo subiscono secondo le variazioni metereologiche.
- Lei è una persona emotiva, persino istintiva direi, ma tende a razionalizzare tutto, forse per qualche paura inconscia, - fu il commento dello psichiatra.
"Ah, era per questo che aveva cambiato argomento" pensò Federico, cercando di non far trasparire nulla all'esterno, e, calmatosi, si rilassò.
Rilassato sembrava ora anche il medico, che, appoggiata la schiena e la testa alla poltrona in pelle, sospirò leggermente:
- Io invece non riesco ad abituarmi a queste costruzioni moderne. Avevo uno studio in una villetta in periferia tempo fa e mi trovavo molto meglio. Qui non si può nemmeno respirare direttamente l'aria: queste pareti di cristallo non hanno finestre, se non di emergenza, e l'aria è sempre condizionata.
- Tenendo conto dell'inquinamento che c'è là fuori, non mi sembra una cosa così insopportabile, - disse lo scrittore, sorridendo faticosamente per corrispondere al tono di familiarità instaurato dal neurologo.
- Va bene, per oggi basta così. Ci vediamo venerdì della prossima settimana, - disse il dottor Gianfranco Blumesthil mettendosi a scrivere degli appunti sul suo taccuino.
Federico era rimasto sconcertato e anche un po' offeso per essere stato congedato proprio nel momento in cui aveva deciso di rendere i rapporti con l'altro più distesi. Il medico lo guardò.
- Ah sì, mi scusi. Ecco, questo è il biglietto con il pro-memoria. Buona giornata.
Federico si alzò e lentamente uscì dal gabinetto, accennando solo un saluto col capo, senza parlare,; raccolse la valigetta, l'impermeabile ed uscì. Giunto sul pianerottolo, sui avvicinò alla porta dell'ascensore per premere il pulsante di chiamata. Si arrestò proprio in tempo. In quell'istante intuì: il medico lo aveva giocato!
"Ah, ecco perché mi ha parlato della costruzione e delle stanze.ermeticamente chiuse!" disse fra sé, mentre una rabbia furiosa penetrava nel suo animo, agitandolo tutto. "Voleva sapere se era vero che soffrivo di claustrofobia!"
***
Il dottor Blumesthil scorse rapidamente la sua lista degli appuntamenti, mentre scuoteva lievemente il capo ripensando all'incontro con l'ultimo paziente.
"Ah, era veramente l'ultimo per oggi!" si disse con un sospiro di sollievo, mentre si alzava dalla sua poltrona e distendeva la mente al termine della sua giornata di lavoro. "Ed è sceso di nuovo a piedi, senza prendere l'ascensore."
Un risolino leggermente beffardo gli si dipinse sul viso, mentre pensava queste ultime parole, ma, appena se ne accorse, si costrinse a tornare serio: la deontologia dello psichiatra non gli permetteva di ridere delle distorsioni mentali altrui. Sistemò rapidamente le sue cose, uscì dallo studio e chiamò l'ascensore: vi salì, mentre un sorriso gli forzava nuovamente, anche se respinto, i lineamenti del viso.
Scese nei sotterranei, si avviò alla sua autovettura, premette il pulsante per lo sblocco delle chiusure delle portiere e si mise al volante; inserì la chiave e partì molto lentamente, dirigendosi verso l'uscita, per finalmente emergere alla luce naturale.
Il sole, che faceva ora capolino tra le nubi, era ancora alto. Fu felice di pensare che aveva ancora un po' di tempo da dedicare a se stesso prima dell'arrivo dell'oscurità. Per un impulso improvviso decise che avrebbe telefonato alla moglie proponendole una inaspettata uscita fuori città, magari verso il fiume non molto distante. Percorse alcune centinaia di metri in cerca di una cabina telefonica e di un distributore di carburante. Vide che proprio dopo il semaforo a cui si stava avvicinando c'erano ambedue le strutture di cui abbisognava: ne gioì. Provava sempre un senso di grande soddisfazione quando vedeva che le cose combaciavano o si incastravano casualmente alla perfezione con i programmi che aveva stabilito. Arrivò al semaforo e si distrasse nel guardare un'edicola proprio sull'angolo.
"Non ho ancora preso il giornale," si disse, mentre attendeva che la luce del semaforo divenisse di nuovo verde. "Tornerò qui a prenderlo mentre faccio benzina".
Il verde arrivò e il dottore cercò di accelerare leggermente per riprendere la marcia: il motore si era spento. Girò la chiave di accensione, mentre qualcuno alle spalle cominciava a dar segni di impazienza, lampeggiando e suonando: il motore non voleva avviarsi. Spazientito premette più volte l'acceleratore, mantenne inserita la chiave d'accensione, facendo vibrare l'autovettura. Improvvisamente del fumo e una vampata di fuoco fuoriuscirono dal cofano motore. Lì per lì il dottore faticò a rendersi conto di cosa fosse successo, ma fu un istante. Capì l'urgenza di una scelta: era scoppiato un incendio e doveva fare qualcosa. Decise di scendere. Stranamente la portiera era bloccata. Saltò sul sedile di destra e decise di scendere da quella parte. Ma anche la portiera di destra era bloccata. Cosa stava succedendo? Il dottore si guardò intorno: le altre vetture sfrecciavano via e nessuno pensava di arrestarsi vicino a lui per aiutarlo: temevano che un'esplosione avrebbe coinvolto anche loro.
Intanto le fiamme si facevano più consistenti e un po' di fumo iniziava a penetrare nell'abitacolo. Il medico appoggiò la mano sull'avvisatore acustico, mantenendolo premuto e provocando una sorta di lamentosa sirena a cui sembrava che nessuno desse ascolto. Cominciò a rovistare tra gli attrezzi che teneva in macchina per vedere se c'era qualcosa che gli permettesse di sfondare il finestrino: nulla, solo la sua cartella di cuoio. La prese e la picchiò con forza sul vetro: inutilmente.
- Tiri la leva del cofano, apra il cofano! - sentì improvvisamente urlare. Guardò tra il fumo e vide il giornalaio con un piccolo estintore che si agitava intorno alla sua vettura. Tirò la levetta e il cofano si sganciò.
- Come si fa ad aprire? - strillava il giornalaio mentre cercava di sbloccarlo. Alla fine ci riuscì; lo aperse e con l'estintore soffocò il fuoco che si era sviluppato nella parte alta del motore.
- Rompa il finestrino! - urlò a suoa volta il medico a cui il fumo cominciava a creare problemi di respirazione. L'uomo picchiò con forza l'estintore sul cristallo laterale che si sbriciolò in mille pezzi. In quel momento anche le porte si sbloccarono e il medico potè uscire dall'abitacolo. Impiegò tuttavia qualche minuto il dottor Blumesthil a riprendere il pieno controllo di sé. Dopo qualche momento, rinfrancato, si volse al giornalaio per ringraziarlo.
- Ha avuto fortuna! - replicò il giornalaio. - Pensi se le fosse successo in una zona poco frequentata!
***
"Accidenti!" disse tra sé il dottor Blumesthil mentre sfogliava la sua agenda di appuntamenti, "ma oggi è venerdì, non giovedì. Avrei un congresso fino alle 17 e poi un unico cliente; ah sì, lo scrittore nevrotico. Speriamo di fare in tempo. Ah, dovrei anche ricordarmi di telefonare a mia moglie di andare a ritirare l'automobile riparata".
Dopo aver così almanaccato i suoi impegni, decise di uscire, anche se non gli sorrideva molto l'idea di dover nuovamente scendere nella metropolitana.
Il tempo passò lentamente quel giorno: le conferenze erano piuttosto noiose e non aveva trovato dei conoscenti con cui scambiare alcune idee nelle pause tra un intervento e l'altro. Alle 17 e 30 era di nuovo in ufficio,seduto alla sua scrivania mentre consultava gli appunti tracciati nell'ultima seduta, riguardanti lo scrittore Federico Fanes.
"Curioso quel tipo!" pensò. "Non mi sembra abbia gravi problemi; forse la sua nevrosi più preoccupante è quel suo continuo ricercare medici e psichiatri che lo aiutino".
In quel mentre sentì suonare il campanello della porta.
"Non ho sentito il rumore dell'ascensore," pensò subito il neurologo non riuscendo a trattenere un malizioso sorriso. Premette il pulsante di apertura e si affacciò sulla porta del gabinetto, invitandolo ad entrare. Federico esitò qualche secondo guardandosi a destra e a sinistra, provocando la curiosità del medico che cercò di intuire le ragioni di quell'indugio. Alla fine il dottore capì il motivo di quella esitazione: non sapeva decidersi ad abbandonare la sua valigetta.
- La porti pure nello studio, - gli disse con calma.
Federico ebbe un lampo indecifrabile negli occhi e poi con decisione si diresse alla sua poltrona di fronte allo psichiatra e si accomodò.
- Pronto alla battaglia? - lo apostrofò il dottor Blumesthil.
Lo scrittore parve stranamente contrariato.
- Io non sono qui per fare una guerra, - disse poi con tono leggermente risentito. - Desidero sopra ogni cosa trovare una terapia risolutiva".
- Può darsi, - ribattè con calma lo psichiatra, - ma ilsuo atteggiamento non è molto in sintonia con le sue intenzioni..."
- Mi scusi se le ho dato questa impressione. - lo interruppe bruscamente Federico. - Non era assolutamente nelle mie intenzioni.
- Lei sa meglio di me che il corpo parla un linguaggio più immediato e spesso più sincero. Lei non deve offendersi, il problema consiste nel capire le motivazioni nascoste di certi nostri atteggiamenti e di certe nostre ansie. Perchè è evidente che i nostri incontri le creano ansia e le provocano anche quell'atteggiamento misto tra l'aggressivo e il controllato causa di tanta dispersione di energie psichiche.
- Lei pensa di saper leggere esaurientemente dentro di me"
- Probabilmente le dispiace: lo intuisco da come lo dice - ribattè lo psichiatra con viso amichevole.
Lo scrittore era nuovamente e visibilmente contrariato e più si rendeva conto di questo stato d'animo, più si irritava: iniziò a martellare furiosamente il pavimento con il tacco della scarpa destra e il bracciolo della poltrona con il dito: non sapeva come uscire dalla situazione.
- Lei non sa proprio perdere, vero? - soggiunse lo psichiatra, con voce incolore.
La frase, proprio perchè andava al cuore del problema, ebbe il potere di far tornare il controllo delle proprie emozioni a Federico, che si rilassò di colpo e guardò con calma negli occhi il suo medico.
- Stanotte ha fatto un sogno strano. - mentì lo scrittore senza uno scopo apparente e cercando di protrarre un po' il tempo di esposizione per cercare di inventare una storia credibile,anche se collocata in una dimensione onirica.
- Ah sì? - disse lo psichiatra un po' deconcentrato. - E lo ricorda ancora con precisione?
- Sì, - mentì nuovamente lo scrittore. - Ero nel soggiorno del mio appartamento, solo. Stavo leggendo un libro che mi creava un po' di inquietudine, ma non so di che libro si trattasse. Ad un certo punto mi alzo dal divano e vado alla porta di ingresso per controllare se fosse chiusa bene. Quando rientro in soggiorno vedo seduta sul divano una donna avvenente e misteriosa. Mi si avvicina con atteggiamento insinuante, ma in quel momento picchiano alla porta. Vado ad aprire, ma non vedo nessuno. Tuttavia avverto una presenza inquietante. Mi volto per cercare l'aiuto di questa donna, ma mi accorgo che lei, già alle mia spalle, cerca di spingermi... poi mi sono svegliato.
- Lei ha dato una connotazione positiva o negativa a questo sogno?
- Veramente non mi sono posto il problema.
- Non si era o non si è posto il problema?
Federico si turbò moltissimo: gli sembrava che l'altro potesse leggergli dentro e scoprire la sua menzogna. Cercò di apparire confuso per nascondere il suo reale imbarazzo.
- Se sapessi spiegarmi tutto, non verrei qui da lei, non le pare? - disse alla fine con tono astioso e aggressivo.
- Lo sa che venerdì scorso, dopo la seduta con lei, per poco non rischiavo di bruciare nella mia automobile? - disse per tutta risposta il medico, sorprendendo lo scrittore per l'improvviso cambiamento di argomento.
"Avrà provato un vero e proprio senso di panico claustrofobico! - osservò quasi immediatamente Federico, meravigliando a sua volta lo psichiatra.
"Lei conosce bene terminologia e sintomi, - osservò il medico un po' meditabondo, notando di sfuggita che la notizia non lo aveva minimamente scosso.
- Mi sarebbe piaciuto studiare psicologia, in effetti.
- E quale sarebbe la motivazione più profonda: capire di più o ferire meglio?
Federico non disse nulla; si piegò a raccogliere la sua valigetta, si raddrizzò e, senza salutare, uscì dalla stanza.
- Ci vediamo venerdì! - gli gridò dalla poltrona il dottor Blumesthil con un'involontaria intonazione sardonica nella voce.
***
L'unica cosa che gli pesava era dover nuovamente salire sui vagoni della metropolitana, che, a quell'ora, era ancora piuttosto affollata. Si chiese per qualche secondo se avesse fatto bene o male ad aggredire così il suo suscettibile paziente, poi scrollò le spalle ed uscì dal suo studio.
"Quasi quasi stasera me li faccio anch'io a piedi i sette piani!" pensò il dottore. "E' tutto il giorno che sono seduto".
Scese sempre più velocemente le scale, infilò la porta di uscita e si avviò velocemente alla fermata più prossima della metropolitana. Sceso nei corridoi sotterranei, si rese conto che era ancor più affollata di quel che si aspettava. Quando il convoglio arrivò, decise di aspettare il successivo, vista l'eccessiva ressa. Scelse di sedersi su una panchina in pietra mentre aspettava. Non sapeva perchè, ma non si era tranquillo; si sentiva osservato, ma, guardandosi in giro e vedendo quel multicolore avvicendarsi di gente che non badava a nessuno, non potè fare a meno di sorridere di quella sua sensazione.
"Chi può badare a me?" si ripetè diverse volte per autoconvincersi. "Chi può sapere chi sono e cosa faccio? E se anche fosse, perché dovrei temere qualcosa?"
Aprì la borsa, ne estrasse il giornale che aveva comprato il mattino e cercò di immergersi nella lettura. Guardava le parole e scorreva le righe, ma il senso non voleva entrargli in mente: era come lasciar scorrere dell'acqua su un materiale impermeabile. Infastidito, richiuse il giornale e decise di dirigersi oltre, verso il limite estremo della banchina, nella speranza che la calca fosse inferiore. Si incamminò.
Ancora quella impressione di essere osservato! Si voltò di scatto, ma non vide nessuno di sua conoscenza: tutti continuavano, imperterriti e indifferenti l'uno all'altro, il loro percorso.
Si portò quasi al termine della banchina, dove iniziava il buio antro in cui si perdevano i binari. Finalmente, dopo qualche minuto, sentì le vibrazioni che annunciavano l'arrivo di un treno.Lo vide arrivare, fermarsi; attese che la vettura si svuotasse e poi si avviò per salirvi.
Tutto avvenne in pochi istanti.
La folla improvvisamente incominciò ad ondeggiare, poi ad aprirsi lasciando un varco, da cui uscì di corsa un giovane dal viso scuro e dal corpo atletico. Si stupì il dottore, soprattutto per il fatto che la gente gli facesse largo così velocemnte. Poi capì. Il giovane teneva in mano un lungo coltello, che impugnava con la determinazione di colpire. Intuì lo psichiatra solo all'ultimo momento che il giovane aveva la precisa intenzione di colpire qualcuno e che quel qualcuno era lui. Alzò all'ultimo istante la cartella per proteggersi il viso.
Il coltello penetrò nel suo braccio sinistro e gli lacerò per un breve tratto la carne. La gente, atterrita, era rimasta paralizzata a quella scena; poi alcune donne urlarono. Il giovane, evidentemente un po' frastornato da avvenimenti che non aveva previsto, si guardò intorno e poi, minacciando col coltello, si fece largo e sparì. Il dottore era stato trascinato vicino ad una panchina e fatto sedere: Si avvicinò una ragazza, magra e piccola ma vigorosa, che gli disse: - Faccia vedere! Sono una infermiera.
Gli tolse la giacca e gli lacerò la camicia:
- E' una bella ferita, bisognerà telefonare al Pronto Soccorso. Però lei è fortunato; quel coltello le avrebbe trapassato il cuore, se non si fosse protetto con il braccio.
***
Quelli che seguirono furono per il dottor Gianfranco Blumrsthil giorni piuttosto densi di inconvenienti e di preoccupazione: per il suo braccio sinistro che, fasciato strettamente, non gli permetteva di svolgere una vita normale; per il suo equilibrio psichico che era stato scosso dai due incidenti occorsigli negli ultimi tempi e che potevano essere mortali; per un senso di precarietà che si era insinuato in lui dopo gli ultimi avvenimenti. Si rendeva conto, anche se non voleva farne oggetto di prolungate meditazioni, che le vicende della vita sono veramente imprevedibili e che hanno un senso nascosto probabilmente molto diverso da quello che uno si immagina. Ma avevano poi un senso gli incidenti che gli erano capitati? Erano in qualche modo collegati tra loro?
A questa seconda domanda, davvero assurda, il medico si rispondeva con un'alzata di spalle, respingendola tra le considerazioni prive di ogni fondamento. Aveva trascorso già tre giorni in casa, annoiandosi profondamente, dal momento che le sue attività erano fortemente limitate dalla menomazione al braccio sinistro. Aveva letto, aveva ascoltato musica, aveva visto vecchi film sempre messi da parte per i momenti di inattività pratica, ma, dato il carattere forzato di questi passatempi, aveva lo stesso finito per provare una certa uggia nei loro confronti. Il quarto giorno aveva gironzolato per la città, come da tempo non faceva, e, dopo essere andato al Commissariato per la deposizione, aveva visitato le sue librerie preferite, acquistando diversi volumi. Uno in particolare aveva attirato la sua attenzione per il titolo insolito: "Farmaci e veleni presso i popoli primitivi". L'aveva acquistato con quel sottile piacere che si prova quando ci si impossessa di un libro che ti apre un mondo diverso e si era ripromesso, dopo averlo sfogliato, di portarlo nel suo studio per comsultarlo durante i momenti di pausa.
Il quinto giorno aveva deciso: sarebbe andato nel suo gabinetto a rimettere un po' d'ordine, almeno mentale, tra le sue pratiche e avrebbe visto i clienti con maggiori urgenze di consigli e terapie: in fondo, si era detto, non era invalido intellettivamente. Così era arrivato il venerdì.
C'era qualcosa che lo infastidiva in quel giorno, ma non aveva ancora posto un'attenzione cosciente al problema. Quando ci pensò, si rese conto di qual era l'evento che lo disturbava psicologicamente: l'incontro con lo scrittore nevrotico. Fu tentato di telefonargli per rinviare l'appuntamento, ma poi si disse che era un atteggiamento irrazionale: anzi, quel giorno l'avrebbe affrontato, avrebbe tentato di far affiorare i motivi profondi che si agitavano sotto le sue nevrosi e gli avrebbe anche detto che in fondo non aveva bisogno delle cure di uno psichiatra: i suoi mali non erano poi così gravi da richiedere una terapia lunga e costosa! Quell'incontro sarebbe comunque stato l'ultimo: non voleva avere tra i suoi clienti gente così polemicamente aggressiva. Gli avrebbe detto di rivolgersi a qualcun altro o, meglio ancora, di dedicarsi a qualche attività diversa dallo scrivere. Dopo aver pensato queste cose, si sentì come liberato da un peso.
Nel pomeriggio si fece accompagnare allo studio dalla moglie. Le disse che le avrebbe telefonato per indicarle l'ora in cui avrebbe dovuto ritornare a prenderlo.
Alle 17 e 30 il campanello squillò.
"L'ultima battaglia!" si disse mentre si disponeva ad accoglierlo. "Però, in fondo, anche non poter fare a meno delle nevrosi è comunque una bella patologia," pensò poi mentre premeva il pulsante di apertura, quasi per cercare una scusante al suo paziente e predisporsi ad un atteggiamento più conciliante.
"Buongiorno," disse Federico Fanes, sedendosi e ponendo accuratamente la sua valigetta su una sedia accanto alla sua poltrona in modo che fosse chiaramente visibile. Guardò il dottore e il suo braccio fasciato, ma non disse assolutamente nulla.
"Ci siamo!" pensò lo psichiatra. "Oggi è ancora più scostante del solito. Speriamo non sia anche isterico".
Decise di procedere in modo alquanto spiccio.
- Lei si renderà conto che se uno psichiatra assume un atteggiamento aggressivo, lo fa per far emergere i moventi profondi e nascosti, non certo per un suo piacere personale, - disse il medico, rallentando il ritmo della frase mentre pronunciava le ultime parole.
- In sostanza mi sta dicendo che io invece voglio ricavare piacere dal mio modo di pormi nei confronti degli altri. - replicò lo scrittore.
- Tuttavia il vero problema consiste nel chiedersi il perchè di un simile comportamento e quali siano le vere motivazioni che scatenano un simile attegggiamento.
- Lei pensa di averle individuate? - disse Federico con una intonazione ironica nella voce.
Allo psichiatra non sfuggì tuttavia una leggera sfumatura di apprensione nella voce del paziente.
- Secondo me sono strettamente connesse con la sua attività di scrittore.
Federico impallidì vistosamente e i suoi muscoli facciali si contrassero involontariamente.
"Accidenti, ho colto nel segno!" pensò lo psichiatra, accorgendosi di questa reazione. "Ora mi toccherà combattere sul serio."
Decise di rimanere in un silenzio provocatorio, per vedere le reazioni del paziente.
- Ma allora, secondo lei, perché io sono continuamente alla ricerca di una terapia che mi liberi da queste mie nevrosi? - osservò asciuttamente e nervosamente lo scrittore.
- Secondo me lei non sta affatto cercando una terapia. Il fatto che, come lei mi ha detto, già altri medici le abbiano diagnosticato le ragioni dei suoi disturbi, ma che lei sia ancora da un altro psichiatra, da me, per guarire, testimonia il fatto che forse lei non vuole guarire.
- E perché non vorrei guarire? - disse Federico, agitandosi penosamente sulla sedia e portando spesso la mano sulla valigetta che teneva nei pressi, accarezzandola.
- Perché lei senza malattia si sentirebbe mediocre!
Lo psichiatra si era meravigliato lui stesso della frase che aveva detto: non l'aveva né pensata, né premeditata; era stata come una intuizione improvvisa che gli era uscita in modo incontrollabile. Federico Fanes era diventato ancor più pallido.
- Lei sta dicendo delle enormi sciocchezze! - sillabò poi contraendo i muscoli intorno agli occhi.
- Il fatto che lei abbia una reazione così emotivamente forte dimostra che non sono andato molto lontano dal vero, - ribattè il neurologo. - Ma non vedo cosa ci sia di così drammatico in questa rivelazione.
"Genialità e follia sono sempre contigue," stava per dire lo scrittore, che però compose solo mentalmente la frase: "ma se la follia è alimentata artificialmente..."
Non riuscì a completare l'intera proposizione nemmeno dentro di sé: una collera e una furia difficilmente dominabili si dibattevano dentro di lui, togliendo limpidezza e coerenza alle sue azioni. Cercò un diversivo per guadagnare tempo e riacquistare padronanza di sé. Vide i libri sul tavolo del medico e allungò la mano per prenderne uno, mentre crecava di darsi un contegno e rendere la voce il più impersonale possibile.
- Lei si interessa di letteratura? - riuscì alla fine a dire al medico allibito, pentendosi nel contempo della domanda, perché gli sembrava di star chiedendo allo psichiatra un apprezzamento della sua attività.
- Sì, quando me ne rimane il tempo, - rispose il neurologo, anche se sorpreso, in modo conciliante, nella speranza che il colloquio stesse volgendo al termine. E proseguì per allontanare definitivamente il discorso da argomenti carichi di conflittualità: - Però il libro che lei ha in mano tratta di tutt'altro: sono le farmacopee e i veleni di origine esclusivamente vegetale in uso presso i popoli primitivi.
Lo scrittore si allarmò moltissimo; ora sembrava che facesse molta fatica a respirare. Il suo atteggiamento era inesplicabile. Il medico se ne accorse.
- Non si sente bene? - chiese.
- Ma lei è un esperto in questo settore? - disse l'altro provocando di nuovo il profondo stupore dello psichiatra.
- Quale settore?
- Quello di cui parla questo libro.
- Veramente l'ho acquistato perché ne so molto poco.
Lo scrittore parve un poco risollevato e rinfrancato: il suo comportamento era veramente strano, decisamente patologico. Il dottore si pentì un poco della sua decisione: ora si rendeva conto che colui che gli stava di fronte aveva effettivamente bisogno di una terapia.
- Senta! - gli disse alla fine, anche se gli costava non poco, - se lei vuole tornare da me per proseguire...
Federico aveva allungato la mano verso la valigetta e l'aveva posta sulla scrivania dell'esterrefatto medico e stava aprendola.
Il dottore si inquietò:
- Di cosa ha bisogno?
Lo scrittore estrasse un piccolo tubo, chiuso da un tappo; lo aprì, ne fece fuoriuscire un piccolo granulo, che si infilò in bocca masticandolo.
Il medico era meravigliato:
- Cos'è? un medicinale?
- In un certo senso, - rispose lo scrittore, mentre armeggiava nuovamente nella valigetta.
La meraviglia dello psichiatra si trasformò per l'ennesima volta in stupore quando vide cosa il paziente aveva cavato dalla valigetta: una piccola freccia piuttosto primitiva con attaccate alcune penne coloratissime.
- Da dove arriva? Posso vederla? - disse il medico.
- Dall'Amazzonia, - rispose Federico mentre la impugnava e si apprestava a consegnarla al medico.
Inavvertitamente, mentre compiva un gesto scomposto per aver urtato contro la lampada della scrivania, colpì con la punta il polso del dottore graffiandolo leggermente.
- Mi scusi infinitamente, - disse lo scrittore alzandosi, - aspetti che prendo del cotone e un cerotto.
- Ma non fa nulla, è solo un graffio, - disse lo psichiatra. - Ma perché lei gira con questi aggeggi nella caetella? - chiese poi il dottor Blumesthil incuriosito.
- Mi interesso di etnologia e faccio collezione di oggetti dei popoli primitivi. Per questo mi ero meravigliato vedendo il libro che lei aveva comprato.
Lo psichiatra si rilassò vedendo l'atteggiamento conciliante dell'altro. In quell'istante avvertì improvvisamente una certa stanchezza: probabilmente aveva fatto male - pensò mentre si strofinava i bulbi oculari che gli dolevano - a riprendere il lavoro prima di ristabilirsi completamente.
- Talvolta invidio la vita semplice e priva di complicazioni mentali che conducono queste popolazioni, lei non trova? - aggiunse poi per mantenere la conversazione su un tono amichevole e avviarla verso la conclusione.
- Lei si stupirebbe se conoscesse a fondo la cultura di queste popolazioni e lo strano rapporto che hanno con la morte, - disse lo scrittore, non accennando ancora a voler concludere l'incontro.
Il medico si meravigliò per l'inatteso inserimento del tema della morte.
- Le crea problemi o ansie particolari il pensiero della morte? - disse lo psichiatra, quasi meccanicamente, ma con la consapevolezza di aprire un nuovo e lungo capitolo che non gli avrebbe permesso di porre rapidamente fine al colloquio. Si rese comunque conto che gli costava molta fatica protrarre quella conversazione: avvertiva una pesantezza crescente agli occhi e gli sembrava che persino i muscoli della faccia ne risentissero. Non volle però che l'altro avvertisse il suo malessere. Lo scrittore in effetti lo stava guardando con un atteggiamento diverso da quello che aveva mantenuto fino a quel momento: come se volesse scrutarlo e analizzarlo a sua volta. Tardò un poco Federico Fanes a rispondere, ma alla fine disse:
- Non le nascondo che ho avuto un rapporto complesso con l'idea della morte. Oggi lo definirei quasi un rapporto edipico.
- Ma cosa sta dicendo? - disse il medico a fatica, mentre si stropicciava il collo indolenzito fino quasi a farlo divenire insensibile.
- La morte è come un parente lontano e sgradito. Arriva sempre inattesa, - disse con calma e una leggera voluttà lo scrittore.
- Mi viene il dubbio di avere sottovalutato i suoi disturbi psichici! - disse irritato lo psichiatra che sentiva l'indolenzimento estendersi agli arti e avvertiva una strana sudorazione involontaria.
- Lo credo anch'io! - osservò Federico con una sfumatura trionfante nella voce.
- Senta, io sono molto stanco e non gradirei che i nostri incontri avessero un seguito, - proruppe alla fine il medico che si sentiva veramente male e stava cominciando ad allarmarsi.
- Non si preoccupi , questo sarà sicuramente l'ultimo! - disse lo scrittore. - Adesso posso assumere io la parte del medico e descriverle i prossimi sintomi che lei avvertirà. La stanchezza, che lei ora avverte alla parte alta del corpo, si estenderà velocemente agli addominali, ai muscoli intercostali e, quando arriverà al diaframma, lei esperimenterà una conclusiva paralisi respiratoria.
Lo psichiatra lo guardò terrorizzato; voleva parlare, ma la voce non usciva più dalla gola e un'orribile intuizione si era fatta strada tra i suoi pensieri: aveva letto proprio quel giorno che esisteva un potentissimo veleno che produceva quei sintomi: il curaro!
- Se lei avesse tempo, - disse con tono canzonatorio lo scrittore Federico Fanes, - mi chiederebbe sicuramente: perché? Ma lo psichiatra è lei; se la dia lei questa risposta.
Ciò detto, l'uomo raccolse con calma le sue cose, strappò il suo nome dall'agenda del medico, cancellò le sue impronte, si guardò intorno per vedere se avesse dimenticato qualcosa, poi uscì dallo studio. Quando si trovò di fronte alla porta dell'ascensore si fermò un attimo, poi decise. Premette il pulsante e attese l'arrivo dell'ascensore.
- Ah, così le mie nevrosi e le mie angosce non sarebbero un vero problema! Quando troverò uno psichiatra in grado di suggerirmi una terapia? - disse lo scrittore a mezza voce, mentre stringeva con forza la mano intorno al manico della sua valigetta.
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Luglio 1995.
La terapia testo di giancarlov