I piedi si infangarono nei prati, i vestiti intrisi le si appesantirono sulle spalle.
Ma non era importante.
Quando le carovane rimasero distanti dietro le sue spalle, e tutt'intorno il silenzio giocava arcano col suono battente della pioggia, era arrivata davanti al cimitero.
Era strano, era sconveniente dire che quel posto le piaceva? si chiese indugiando ai piedi del cancello. Le sbarre di ferro svettavano contro il cielo, come austere sentinelle di quel luogo santo.
Lucielle varcò l'ingresso e s'incamminò sul sentiero di ghiaia, mentre il temporale tuonava in lontananza.
C'era una pace naturale in quel luogo accantonato in fondo alla Valle, un silenzio confortante che parlava dolcemente all'anima, e l'aria aveva un'immobilità così tranquilla e sacra che nessuno avrebbe osato spezzare.
Le mura grige che circondavano il piccolo camposanto erano basse, e dietro di esse le cime dei cipressi vegliavano silenziosamente le tombe addormentate.
Lucielle si guardò intorno e non c'era nessuno.
Nemmeno una civetta.
Solo le lapidi screziate dai riflessi dell'acqua attendevano sotto la pioggia.
La zingara alzò lo sguardo verso l'antica cappella, che si stagliava sul verde cupo dei boschi retrostanti.
Passeggiando tra i sentieri incolti e depressi, cullata dalle lacrime artificiali che la pioggia gettava sul suo bianco viso, le uniche lacrime che avrebbe mai potuto piangere, Lucielle s'imbatté per caso sulla pietra che qualcuno aveva già preparato per la vecchia Eunice. Il suo nome era inciso profondamente e la donna si fermò a guardarlo con rammarico.
Passarono lunghi minuti e i suoi occhi non si mossero.
L'immobilità era assoluta, il silenzio stagnava morto su ogni cosa.
E poi, d'improvviso, Lucielle la vide.
Era appoggiata ai piedi della pietra, sul terreno umido e fangoso, come se fosse caduta da chissà dove e scivolata lì per qualche improbabile scherzo della Sorte.
L'ultima carta dei Tarocchi che avrebbe potuto svelarle qualcosa.
Era la carta delle Stelle.
La zingara fece istintivamente un passo indietro, sconvolta.
Era un segno troppo inquietante, troppo incomprensibile forse. O forse troppo chiaro. La carta faceva parte del mazzo di Eunice, come la Morte che era fatalmente scivolata fuori dal suo carro incendiato.
Riluttante, Lucielle si chinò, la sfiorò con le dita e la raccolse.
In quel momento si rese conto che quello era l'unico tarocco rimasto del mazzo. Tutti gli altri erano andati perduti, bruciati come ogni cosa appartenuta alla defunta.
Lucielle avvicinò l'arcano al viso.
Il disegno era ieratico e misterioso come tutte le carte dei Tarocchi, come la Notte e come la Luna.
La lama rappresentava tradizionalmente la bella fanciulla nuda, inginocchiata sulle sponde di un torrente, intenta a travasare l'acqua purificatrice da un'ampolla. Il suo viso era diafano ed enigmatico, con gli occhi abbassati. Sopra di lei brillava un astro molto grande, ed era Lucifero, il portatore di luce, da cui partiva un lungo raggio sidereo. Intorno a questo erano rappresentate altre sette stelle, forse la costellazione dell'Orsa Maggiore, o forse le Pleiadi, per un totale di otto.
L'otto era il numero dell'Infinito, e il numero dell'Ordine Cosmico.
Lucielle alzò lentamente lo sguardo, ancora assorta.
Non era più sola nel cimitero.
Dietro la sagoma di una lapide c'era una figura scura, immobile sotto la pioggia.
Ma non sembrava averla vista.
Algol guardava per terra con espressione tranquilla, la pelle bagnata del suo viso riluceva come una superficie di vetro, e l'uomo non era che un demone etereo.
La zingara non sobbalzò, rimase ferma a guardarlo con la mano ancora a mezz'aria e la carta stretta tra le dita.
Quella scena sembrava innaturale.
Le sue vesti cupe creavano una macchia nera sul grigiore delle mura, ma intorno a lui la luce aleggiava smeraldina, e la pioggia diffondeva nell'aria i riflessi verdi di ogni foglia.
Quando improvvisamente alzò gli occhi su di lei, pareva che fosse consapevole della presenza di Lucielle già da molto tempo.
Lo sguardo di Algol era criptico ma i suoi occhi azzurri avevano la limpidezza del ghiaccio.
La donna si avvicinò inevitabilmente e l'occhiata del Guardiano la seguì con dolcezza demoniaca.
Dietro di lui la croce nera della cappella si stagliava nel chiarore di smeraldo. Quando gli fu abbastanza vicina Lucielle sentì che l'uomo aveva addosso l'odore della pioggia, e la sua bocca emanava un sapore celeste e diabolico.
Demone Etereo testo di Nordica