Centoventesimo giorno

scritto da A. Allegretti
Scritto 10 giorni fa • Pubblicato 5 ore fa • Revisionato 5 ore fa
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A.
Autore del testo A. Allegretti

Testo: Centoventesimo giorno
di A. Allegretti

Egregio dottor Zurick,

rispondo alla sua ultima lettera, che ho letto con attenzione e con uno stupore sul quale sono tornato più volte, nel tentativo di renderlo produttivo.

Lei sostiene che il mio isolamento sia mantenuto dagli stessi meccanismi dai quali credo di proteggermi. Conosco il concetto di evitamento e comprendo che il sollievo possa rafforzare una condotta. Mi riesce più difficile accettare che, nel mio caso, il sollievo debba essere considerato soprattutto un indizio a carico.

Per il momento desidero proseguire i nostri colloqui per corrispondenza. Quanto alla possibilità di una visita, non la escludo. Occorrerà concordare alcune precauzioni.

Prima, tuttavia, devo riferirle un episodio.

Tre giorni fa ho sentito delle persone fermarsi davanti alla mansarda. Ho distinto almeno due voci e il rumore di qualcosa appoggiato sul pianerottolo. Suppongo le avesse mandate Betsy. Non ho elementi per affermarlo con certezza; conosco però la sua abitudine di preoccuparsi prendendo iniziative delle quali vengo informato quando sono già in corso.

Non ho aperto.

Sono rimasto accanto alla scrivania, aspettando che se ne andassero. Uno di loro ha toccato la maniglia. Il movimento è stato breve, ma l’ho visto chiaramente.

Il prurito è cominciato poco dopo.

Prima ai polsi, poi sul collo. Ho dovuto sbottonare la camicia. Non saprei dirle quanto siano rimasti: avevo tolto l’orologio perché il cinturino mi irritava e non volevo attraversare la stanza per controllare l’ora.

Immagino che lei riconoscerà in questa sequenza un’ansia anticipatoria, seguita da una risposta somatica. Mi domanderà che cosa abbia pensato prima di cominciare a grattarmi. Ho cercato di ricostruirlo. Ricordo la maniglia abbassata e il desiderio che tornasse al suo posto.

Quanto alla possibilità che qualcosa sia penetrato attraverso la porta, lei potrà contestare il termine “spore umane”. Lo adopero in mancanza di una definizione migliore. Non dispongo degli strumenti per identificare ciò che passa; constato ciò che accade al mio corpo quando qualcuno si avvicina.

So anche che, secondo lei, proprio questa convinzione rischia di sottrarsi a ogni verifica. È un’obiezione seria. Le chiedo di riconoscere altrettanta serietà al fatto che sono stato male.

Devo inoltre correggere quanto le ho attribuito scrivendo al mio vecchio maestro. Avevo presentato il suo richiamo ad Adler come un invito ad adattarmi alla società. Rileggendola, riconosco che lei parlava di cooperazione e di sentimento sociale. La distinzione mi è chiara.

Resta da stabilire che cosa io riesca ancora a fare di quel sentimento. Per il momento leggo, studio e le scrivo. Comprendo che lei possa giudicarlo insufficiente. Io riesco finalmente a terminare una pagina senza dovermi preparare alla conversazione successiva.

Ho ripreso un trattato lasciato a metà da anni. Le annotazioni a margine sono tanto fitte che a volte fatico a ritrovare il testo. Alcune mi sembrano acute; altre le cancellerei volentieri. Come vede, conservo una certa disponibilità a rivedere le mie posizioni, almeno quando sono scritte con la mia calligrafia.

Non avverto mancanze tali da giustificare, al momento, un cambiamento della mia sistemazione.

Per un eventuale incontro le sottopongo queste condizioni:

La visita dovrà essere concordata per iscritto. Non verranno ammesse persone al seguito, neppure animate dalle migliori intenzioni. Prima di accedere al piano dovrà effettuare una doccia e indossare una tuta integrale pulita, con cappuccio, guanti e copriscarpe. Dovremo individuare un locale adatto alla preparazione. Il bagno della mansarda è, per evidenti ragioni, escluso. La borsa rimarrà all’esterno. Se ritiene indispensabile introdurre uno strumento, la prego di indicarne la funzione. Per ascoltarmi dovrebbe esserle sufficiente ciò di cui dispone già. La distanza iniziale sarà di tre metri. Potremo ridurla qualora il decorso dell’incontro lo consenta. Ho misurato la stanza: spostando una poltrona è possibile. Le chiedo di non stringermi la mano. Preferirei evitare che il nostro primo disaccordo avvenisse prima ancora di sederci.

Sono consapevole che queste disposizioni richiedano un’organizzazione. Potrà suggerire modifiche, purché motivate. La sola tuta, per esempio, potrebbe non bastare; su questo attendo un suo parere.

Le sarei grato se mi rispondesse entro una settimana dal ricevimento della presente. Vorrei che il nostro scambio continuasse a essere utile a entrambi, senza ridursi alla necessità di stabilire chi abbia ragione.

Quanto a Betsy, se dovesse sentirla, le dica che sto leggendo e che i pasti arrivano regolarmente.

Non occorre aggiungere altro.

Centoventesimo giorno testo di A. Allegretti
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