31 SETTEMBRE

scritto da Léon
Scritto 24 anni fa • Pubblicato 24 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Autore del testo Léon

Testo: 31 SETTEMBRE
di Léon


29 SETTEMBRE


Caro diario,
non so te, ma io processerei l’inventore della sveglia per crimini contro l’umanità. Ciò nonostante, come tutte le mattine, lei ha fatto perfettamente il suo dovere ed io, come tutte le mattine, sono stato disposto a fare il mio. Nel dormiveglia ho riflettuto un po’ su questa cosa, deducendone che non è esattamente così, ma mi sono alzato ugualmente. Scostando leggermente le tende della finestra in camera mia ho potuto constatare che anche per oggi a Milano il cielo sarebbe stato del suo consueto colore grigio. A volte mi sembra di vivere in una scatola: grigio per terra, grigio in alto, grigio ai lati e di conseguenza grigi quelli che ci stanno dentro… ma la cosa non mi disturba più di tanto, dato che sembra che le giornate di sole rendano inspiegabilmente nervoso il mio capoufficio. A dire la verità il mio capo è sempre inspiegabilmente nervoso, tanto che al lavoro siamo ormai tutti praticamente certi della sua totale inattività sessuale con la moglie. La capisco. Sono sceso al bar e ho fatto colazione: caffè e cornetto, come sempre. Ho preso la metro e nel mio vagone ho visto spuntare tra le valigette da lavoro la testina di un bimbo zingaro che chiedeva l’elemosina. Gli ho allungato 50 centesimi e gli ho chiesto come si chiamava, così, per dimostrare un po’ di interesse nei suoi confronti, ma lui non ha capito, mi ha mostrato il suo piccolo e sporco dito medio ed è sceso. La cosa ha creato una certa ilarità generale che ho assecondato con un sorrisino idiota come per dire: “Che birba…”. Una volta arrivato al lavoro il capo mi ha fatto notare che avevo cinque minuti abbondanti di ritardo:
“La puntualità è uno stato mentale: se hai voglia di lavorare non puoi sbagliarti!”.
Ho chinato la testa e mi sono seduto alla mia scrivania. A pranzo ho mangiato il solito panino e una volta tornato in ufficio le cose da fare si erano incredibilmente moltiplicate come se fossi stato l’unico a smettere di lavorare. Alle cinque ero un cadavere. Ma per fortuna c’è il mio capo:
“La fatica è uno stato mentale: se hai voglia di lavorare sparisce!”.
Sarà, ma il mal di testa che mi stava perforando il cranio doveva essere parecchio incazzato coi miei stati mentali. Arrivato finalmente a casa ho messo nel microonde la cena ed ho chiamato mia mamma. Non ha risposto nessuno. Alla TV ho guardato un film in cui morivano non meno di quaranta persone, ma alla fine il protagonista si faceva una strafiga e tutti se la ridevano contenti. Probabilmente è per questo che era indicato come film per famiglie. Mentre ti scrivo il sonno ha già fatto capolino nei miei occhi e nelle mie membra rendendomi difficile qualsiasi sforzo sia fisico che psichico. E’ quindi giunto il momento di ringraziarti per avermi ascoltato e dandoti l’arrivederci a domani ti auguro buona notte.




30 SETTEMBRE


Caro diario,
anche oggi la sveglia non si è sbagliata e puntuale ha interrotto la mia ancora gradevole conversazione con Morfeo. Poco male. Il cielo era grigio e lasciando scivolare la tenda fra le mie dita ho pensato che il mondo continuava a girare sempre dalla stessa parte. Ho fatto colazione nel bar sotto casa, un caffè ed un cornetto come tutti i giorni, ed ho percorso la strada verso la fermata della metro. Quante volte ho camminato lungo quelle vie? Non saprei, ma di certo abbastanza per farle imparare ai miei piedi che ormai sono del tutto autonomi dalla testa. Meglio, una cosa in meno a cui pensare. Sono entrato in metropolitana e neanche a farlo apposta si è avvicinato un signore con la barba lunga e gli occhi chiari che armato di violino ha iniziato a spararmi le sue sinfonie nelle orecchie. Sembrava non smettere mai, ma magia, non appena ho tirato fuori il portafoglio la musica si è fermata e una mano robusta quanto agile si è presa i miei 50 centesimi. Subito dopo aver varcato la soglia dell’ufficio ho incontrato il mio capo il quale mi ha fermato e osservando l’orologio mi ha fatto notare che ero due minuti in anticipo. Perplesso ho chinato la testa e sono andato ad occupare il mio misero posto nello scintillante universo lavorativo milanese. E poi il tempo ha iniziato a rallentare e a rallentare e a rallentare ancora e probabilmente si è perfino seduto a bere un caffè perché anche i secondi sembravano rincorrersi come bambini capricciosi per nulla intenzionati a crescere diventando minuti e magari ore. Ma io ho continuato a lavorare, paziente e quasi ostinato. In fondo questo è quello che mi chiedono di fare ed io lo faccio. Punto. Tornando in metropolitana sono stato costretto ad intrattenere una noia prorompente con uno strano gioco che ho inventato sul momento. Ho provato a trovare delle somiglianze, anche le più forzate, tra le persone accanto a me e personaggi famosi dello spettacolo. Alla fine mi sono trovato a condividere il vagone con Paolo Limiti, Cofferati e la Marini. Per fortuna ero arrivato. A casa ho trovato la cena che mi aspettava ed il mio servizievole microonde pronto a prepararmela. Ho chiamato mamma, ma era occupato e mi sono dimenticato di provare più tardi. Alla TV ho guardato un programma dove un sacco di donne bellissime, col pretesto di ballare e cantare, facevano vedere senza troppi veli le loro forme perfette. Iniziavo a pensare che fosse una vaccata quando, quasi volessero smentirmi, tutte insieme, con l’aiuto delle loro tette, hanno fatto un appello per la pace nel mondo e così ho capito che in realtà si trattava di un programma estremamente formativo. Soddisfatto ho iniziato a scriverti ed ora, ringraziandoti per la tua sempre generosa attenzione, ti auguro la buona notte e me ne vado a letto.



31 SETTEMBRE


Caro diario,
questa mattina la sveglia non ha suonato. Se n’è stata lì a guardare, in silenzio, incuriosita forse, ma assolutamente muta. La sua attenzione, e quella di tutti gli oggetti della mia camera, è stata catalizzata da una bellissima donna… sì, la bellissima donna che mi ha dolcemente svegliato accarezzandomi il viso con le sue calde mani. Era coricata accanto a me e quando a fatica ho aperto gli occhi lei mi stava guardando, come se facesse quello da ore, come se guardarmi fosse la cosa che in quel momento più desiderava. Nei suoi occhi il verde rincorreva l’azzurro e l’azzurro si nascondeva nel verde in un vortice di sfumature impressioniste e poi insieme ti entravano dentro cercandoti il cuore e l’anima e il cervello e scoprivano tutto di te in pochi secondi senza una parola, senza una domanda, solo con la loro luce.
“Ciao”. Le ho detto. “Penso di essere in ritardo per il lavoro…”.
“Ciao… oh sì che sei in ritardo… ma avevi bisogno di dormire ed io ti ho spento la sveglia. Adesso alzati, ti ho preparato la colazione… dai… pigrone…”.
Lei si è alzata prima di me e mentre la seguivo in cucina ho capito quanto era bella. Dio doveva aver usato un pennello sottile sottile per dipingerle il volto e lo aveva fatto con molta cura, con colori chiari e raffinati. I suoi lineamenti si perdevano nei biondi ricci che le coprivano il volto e quando con una mano dolcemente se li è spostati non ho potuto che rimanere stupefatto da tanta bellezza ed armonia. Mi ha preparato un caffè mentre io prendevo due vecchie tazzine dalla dispensa e poi abbiamo parlato di me, di lei, del suo lavoro di insegnante all’asilo nido, di mare, di cioccolata, di sport, di vino, di matite colorate, della bellissima giornata di sole che fuori stava nascendo e di altre cose così banalmente importanti. Mi sono vestito, lei mi ha baciato su una guancia e sono andato a lavorare. In metro ho rifatto lo stesso gioco di ieri sera, ma questa volta ero seduto accanto a Francesca Neri e poco più in là c’era la Ferilli. Non volevo scendere, ma ero già abbastanza in ritardo e allora sono andato. In ufficio credevo veramente di averla scampata bella perché ero riuscito ad arrivare fino al mio posto senza che nessuno facesse caso al mio ritardo. Ma poi, proprio mentre mi sedevo, una mano mi ha preso la spalla e mi ha tirato. Sapevo chi era e sapevo cosa mi avrebbe detto, eppure intanto che voltavo lo sguardo un sorriso si è impossessato delle mie labbra e alcune parole, sgusciando tra le maglie del pensiero, hanno attraversato la gola e sono uscite dalla mia bocca:
“Mi spiace… sono in un ritardo incredibile… nei miei stati mentali ci deve proprio essere qualcosa che non funziona… mi può perdonare?”.
“Al diavolo gli stati mentali… e al diavolo anche il suo ritardo… si sieda e lavori”.
E così dicendo non solo ha ricambiato il mio sorriso, ma mi ha anche dato una pacca sulle spalle. Io quell’uomo non l’avevo mai visto sorridere. In quel momento ho avuto la netta percezione di avere di fronte a me semplicemente una persona, con i suoi problemi, la sua storia, il suo carattere e non il mio capo. E allora ho avuto un’idea. Quanto tempo era che non sorridevo in ufficio? O meglio, quanto tempo era che non sorridevo? Mi sono tenuto stretto quell’espressione che ormai campeggiava sicura sul mio volto e l’ho portata in giro per lo stabile, salutando tutti, uno per uno, e tutti mi rispondevano con estrema cortesia ed un sorriso altrettanto sincero e quando mi allontanavo sentivo che i colleghi continuavano a parlare tra di loro e si scambiavano battute, qualcuno addirittura rideva! Ero felice. Ho preso posto alla mia scrivania, ho messo ben sotto la sedia, ho acceso il computer ed ho iniziato. Andavo come un treno! E sai perché? Perché sentivo che quello che facevo lo stavo facendo per me. Non mi ero mai messo in gioco nel mio lavoro, avevo sempre fatto tutto perché dovevo, ma ora avevo scoperto un nuovo spirito. Ho continuato fino al pranzo ed anche un po’ oltre. Poi giusto il tempo per un panino nutriente al fast food e sono morto. Sì, proprio così, sono morto. Ho sentito un gran freddo, ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti tutto intorno a me era sfuocato eccetto una ventina di uomini molto eleganti vestiti di bianco. La cosa strana era che io mi sentivo assolutamente cosciente di essere morto, ma non avevo paura né ero triste o infastidito e tanto meno ero contento, ero morto… morto e basta. Poi il signore più anziano si è avvicinato scartabellando alcuni fogli ed io ho esclamato:
“Ma allora il paradiso esiste!”
“Bravo coglione! Certo che il paradiso esiste… è una vita che ve lo diciamo… comunque non si preoccupi… è quello che ci dicono quasi tutti quando arrivano qui… anche se tecnicamente questo non è proprio il paradiso, questo luogo è in realtà una specie di camera di decompressione fra la vita e la morte… mi scusi ancora un secondo, ma non riesco trovare la sua pratica… eppure era qui… ah! Eccola! Bene, io sono Gabriele Cherubino Secondo, un angelo istruttore, e questi sono i miei allievi… molto piacere”.
“Il piacere è mio”.
“Lei come avrà capito è morto, ma si è trattato di una morte di addestramento… in qualche modo questi poveri angeli devono imparare… altrimenti poi mi si confondono, non mi uccidono quello giusto o lo fanno nel modo sbagliato… insomma lei c’è stato davvero di grande aiuto e tra pochissimo verrà riportato in vita, ricorderà tutto, ma come sempre accade nessuno le crederà… quindi tranquillizzi parenti ed amici, si faccia i fatti suoi e dica di essere svenuto. Silenzio ragazzi! Per favore… andate intanto a pagina 512 del manuale, capitolo resurrezioni, che tra poco vi mostro come si fa…”.
A quel punto mi ha preso per un braccio, mi ha portato in un angolo e mi ha detto sottovoce:
“A dire il vero non l’abbiamo scelta per caso… ma questo i ragazzi è meglio che non lo sentano… ora le farò una domanda un po’ strana… lei provi a rispondermi…”.
“Va bene…”.
“Ha mai provato ad immaginare il tempo? Intendo dire lo scorrere del tempo… eh, ha mai provato?”.
“Io veramente… no… cioè…”.
“Beh… non stia qui a sforzare troppo i suoi tre neuroni catatonici… sarò io ha rispondere al posto suo… Per lei il tempo è come un enorme muro, un muro che avanza sempre… a volte piano, a volte più forte, ma va sempre avanti… e sa lei cosa ha fatto? Si è appoggiato a questo muro! Sì, si è seduto, ha scelto una posizione abbastanza comoda ed ora si sta facendo trascinare… ma questa non è vita! Andiamo, si rialzi, corra, abbia speranza nel suo futuro! Guardi in faccia ciò che le succede, con coraggio e volontà! E se ci riesce, qualche volta, parli con Dio… non importa quale, tanto Lui vi ascolta tutti… grazie per la collaborazione, ora la riporterò in vita”.
Così, tra mille pensieri, siamo tornati dagli altri angeli e lì mi ha messo una mano sulla fronte, io ho ricominciato a sentire un gran freddo, ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti ero tornato nel fast food ed avevo la faccia nel piatto del mio panino. Ho alzato la testa ed un gruppo di persone mi guardava convinto che fossi morto. Ma io, come suggeritomi, ho abilmente smentito tutto e me ne sono andato rapidamente. Anche in ufficio non ho raccontato niente a nessuno, me ne sono stato al mio posto contento e silenzioso. Poi, quando è giunta l’ora, ho preso la mia valigetta ed il mio buon umore e sono tornato a casa fischiettando. Ma le sorprese non sono finite. Sai chi ho trovato sulla porta del mio appartamento? Mia mamma.
“Ti ho chiamata mille volte in questi giorni, perché non mi hai risposto? E’ tantissimo che non ci sentiamo… ok, non abbiamo mai avuto un gran rapporto da quando me ne sono andato… ma almeno rispondere al telefono…”.
“Lo so… scusa…”.
“Lo sai… bene… ma se credi di sistemare tutto così ti sbagli… neanche immagini quante volte mi sono sentito solo ultimamente, eh?! Quante volte avrei avuto bisogno di te?! No… perché eri a fare chissà cosa… ma io sono tuo figlio ed ho il diritto che tu ti prenda cura di me!”.
Non so come mi sono uscite queste parole. Sono uscite e basta. Forse perché erano lì nel cuore da troppo tempo.
“Mi spiace… ma capisci anche tu come funzionano certe cose… si litiga, poi non ci si spiega e si litiga ancora, il silenzio diventa rancore, il rancore rabbia e senza che tu te ne accorga sei solo. Credi davvero che io non ti abbia mai cercato? Non ho capito alcune tue decisioni, ma sono tua madre e ti voglio bene… sempre e comunque…”.
Mi sentivo uno stupido. Il mio orgoglio alzava bandiera bianca di fronte a tanta palese idiozia. Come avevo potuto anche solo pensare certe cose.
“Scusa… mi spiace… io…”.
“Non importa… c’è un’altra cosa che ti voglio dire ed è il motivo per cui sono qui e per il quale non avevo neanche più il coraggio di rispondere alle nostre rare telefonate… sono malata, molto…”.
L’ho abbracciata come non facevo da anni, l’ho baciata e abbiamo pianto. Quella frase non l’ha mai finita. Non l’ho permesso. Le sue parole mi giravano nella testa, ma ancora non capivo esattamente cosa significassero. Sentivo rabbia per gli anni persi, impotenza nei confronti della morte e dolore, quello che ti stringe il cuore come se fosse una spugna intrisa di lacrime e ti fa piangere e disperare e piangere ancora. L’ho accompagnata a casa promettendole che il giorno seguente sarei sicuramente passato a trovarla e poi sono finalmente riuscito a riposarmi sul mio divano. La bellissima donna di stamattina era ancora lì. Era stata al lavoro e mi ha raccontato un sacco di cose sui suoi bimbi. Allora anch’io le ho parlato della mia giornata e le ho detto pure dell’angelo, ma lei si è messa a ridere e nell’orecchio mi ha sussurrato:
“Sei proprio matto…”.
Dovevo immaginarmelo. Abbiamo preparato un’ottima cenetta insieme con la spesa che aveva fatto lei e poi ci siamo seduti sul divano. Io ho preso in mano il telecomando e ho fatto per accendere la TV, ma la TV non c’era. Al suo posto, sul mobile, stava un libro, non tanto grande, blu e probabilmente vecchio di qualche anno. Mi sono alzato, l’ho preso e l’abbiamo sfogliato insieme. Era un libro di poesie.
“Dai… leggimene una…”.
Io non sapevo quale leggerle, così l’ho aperto a caso e ho letto:
“…vorrei essere come pioggia:
lacrime senza amore e senza dolore,
ma so di essere solo quello che vedi:
una lacrima nella pioggia…”.
“E’ bellissima… l’hai scritta tu?”.
“No… cioè, non so… io non mi ricordo… ma… ma sembra parlare di me… vedi, ho sempre vissuto sforzandomi di essere una goccia di pioggia, in tutto e per tutto uguale ad una lacrima, ma priva della sua più intima essenza… mi sentivo circondato da tanta pioggia tutta uguale a me… e ho lasciato che si prendessero le mie emozioni e i miei sentimenti e la mia anima… credevo di fare le cosa giusta… ma non è così… Dio mio non è così… io sono una lacrima vengo da amore e dolore… io sono amore e dolore e non voglio più tacere, non voglio più nascondermi, voglio urlare… sì voglio gridare che sono vivo, che voglio la mia vita e la voglio vivere affrontando tutto e tutti… tutto e tutti… tu mi capisci, vero?! Posso ancora salvarmi…?!”.
“Oh… certo che ti capisco… e si è sempre in tempo per salvarsi… sempre…”
Piangevo. E provavo sensazioni che ormai credevo perse in un cassetto nascosto del mio cuore. Ed è stato allora che ho capito: io l’amavo. L’ho baciata e baciata e baciata e abbiamo fatto l’amore, ma con gl’occhi, perché quando ci si ama basta uno sguardo… Ora però devo smettere di scrivere, le ho promesso che avremmo dormito abbracciati ed meglio che vada. Oggi qualcun altro mi ha ascoltato. Buona notte.


1 OTTOBRE


Caro diario,
alle sette della mattina la sveglia ha cantato il buon giorno. Mi sono girato un po’ nel letto ed ho notato che anche la parte in cui non dormo era disfatta. Strano. Sono corso fuori dalle coperte perché ero in ritardo per il lavoro. L’ultima cosa che volevo era sentire il mio capo urlarmi nella orecchie qualcuno dei suoi slogan. Ho scostato leggermente la tenda della finestra ed ho guardato il cielo: grigio. Meglio. Ma mentre pensavo questo, qualcosa mi è partito dal cuore. Qualcosa di caldo. Che mi ha riempito. Prima le braccia, fino alle dita delle mani, poi giù nello stomaco e attraverso le gambe nei piedi ed infine su, per il collo, nella testa. Qualcosa che mi ha scosso, uno schiaffo di energia per tutto il corpo, la sensazione che in fondo ciò che sarebbe successo dipendeva anche da me. E mi sono messo a ridere. Felice. Mi sono voltato verso la sveglia, l’ho accarezzata con la passione e la delicatezza con cui si accarezza il viso di una donna meravigliosa e le ho sussurrato:
“Chissà… magari poi esce il sole…”.




















31 SETTEMBRE testo di Léon
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