Facevi il camionista.
Io avevo 15 anni.
Viaggiavi dappertutto e non sapevi parlare nessuna lingua, nemmeno la tua.
Ti sbalordivi per quanto ero giovane, per quanto la malizia non sfiorasse mai i miei pensieri.
Usavi Cacharel, e profumavi il mio cuore.
Vestivi di Trussardi i tuoi fianchi sfuggenti, il tuo fisico esile di due braccia possenti.
Piovevo dai tuoi occhi e dalle tue parole troppo forti per la bimba che ero.
“Dai prova a toccarlo”, ritiravo la mano, con paura e disprezzo, rumore che rompeva bruscamente l’eco dei nostri dolci baci nel silenzio degli abbracci.
“Almeno guardalo”, -No No No e NO!- gridavo nel mio cervello di bambina, violentata nella sua innocenza.
Ma lo dicevi una volta sola, con calma e a bassa voce, non lo ripetevi più. Chiudevi gli occhi e mi accarezzavi, il viso, la schiena, i capelli; non osavi oltre.
Frequentavo la seconda liceo.
Tu avevi 24 anni, mi sembravi un uomo, un uomo che ha vissuto tutto.
E ti amavo, ti amavo follemente, come solo un giovane cuore inesperto può amare.
Avevo genitori molto severi, che gestivano la mia vita di bambina. Non sapevo di menzogna e ribellione e sotterfugi. In breve, per amore, avevo imparato a scappare tutti i giorni dalla loro custodia, fingevo un luogo dove non andavo mai, amici che non avevo, giochi che non facevo per passare i pomeriggi con te, lungo il fiume, ad occhi chiusi, assaporando l’amore, senza consumarlo.
Poi è finita l’estate, tu riprendevi a viaggiare, io tornavo a casa.
Non mi hai chiamato, non mi hai chiamato mai.
Ho aspettato tutti i giorni una telefonata che non è mai arrivata, con gli occhi puntati sull’apparecchio, in silenzio, a controllare che facesse almeno TU-TU, e ho consumato la mia adolescenza a ripensare a quei baci e pregare un tuo pensiero.
A casa non c’eri mai, la madre anziana non ne poteva più di me, parlava solo in dialetto e io la capivo poco, e stavo male.
Ma ti amavo. Ogni giorno. Il mio diario lo gridava a tutti, su pagine colorate come solo quelle degli adolescenti appassionati sanno essere, il mio viver quotidiano era un altare dedicato a te.
Un giorno quel telefono è squillato davvero: saresti venuto nella mia città, per un carico da consegnare nella mattina. Il cuore batteva all’impazzata e io piangevo, piangevo per il suono della tua voce linfavitale, piangevo per la speranza non tradita, per l’attesa estenuante che mi pativa da mesi.
E per la prima volta ho saltato un giorno di scuola, di nuovo agendo di nascosto dai miei, con la prima firma falsa, destinata a restare anche l’ultima, a suggellare l’unicità di quel sentimento.
E quella mattina ho percorso chilometri in autobus e a piedi, in zone ignote e desolate, e ti ho attesa con la paura che tu non venissi, in preda a panico e gioia, a terrore ed euforia. Poi finalmente un lungo lunghissimo mastodonte bianco, Mercedes, alto altissimo, tu appena un’ombra dietro ad un grande volante, io un puntino impaurito sotto quell’enorme muso; mi sorridevi, mi chiamavi bimba, e dal finestrino fu nutrimento alla mia anima.
A fatica ho salito gli alti gradini per l’abitacolo, tu indossavi degli zoccoli e una maglia arancione, mi sorridevi ancora, io dovevo sembrare un cerbiatto sperduto e felice, ti facevo una tenerezza infinita, mi guardavi divertito. Eri il mio bellissimo principe.
Siamo stati insieme, finchè c’è stato tempo, su quel camion che conteneva una vita mobile, un letto per abbracciarci, uno spazio per condividere l’amore. E io bevevo ogni secondo, incredula sempre della gioia che mi invadeva. Vivemmo l’amore, ancora senza consumarlo.
Ci furono altre tue visite, poche e disseminate nel tempo, tempo che trascorreva rubandomi sospiri lacrime speranza sorrisi; ci fu un’altra estate che ci vide insieme solo un paio di volte, e io ero sempre in attesa, sempre sognante, sempre con in mano una penna che sulla carta più bella che avevo tracciava l’amore illimitato di adolescente, con cui sono cresciuta, spedivo il mio cuore, in una busta che forse non veniva nemmeno aperta, con una lettera che forse non poteva essere nemmeno capita, ma che alleviava il mio vivere e mi lasciava la speranza di sognare.
Un anno e poi un altro, e non ci si vide, per nulla.
Avevo 18 anni e un fidanzato, quando risposi a quella telefonata che non aspettavo più.
La sera stessa il tuo camion era ad aspettarmi sotto casa, come una qualsiasi automobile di gentiluomo in attesa della sua dama; ho salito quegli alti gradini con la tranquillità di chi scava con curiosità nel suo passato, sentivo l’odore di bambina e tenerezza nel cuore, il pesante sportello aperto per me e dietro lo stesso grande volante nero, ti ho visto: un ragazzino, esile, con pochi capelli, con gli occhi azzurri mai scordati, su un viso che ricordavo più morbido, solcato ora da lievi rughe; un sorriso sorpreso: “… Sei una donna. E che bella sei diventata!…”, mi hai detto quasi sospirando.
Ero una donna, sì, facevo l’università e mi mantenevo lavorando; avevo un ragazzo e un’automobile mia, avevo una gonna corta e delle scarpe nere col tacco, i capelli sciolti e morbidi sulle spalle; avevo una borsa nera, e lo sguardo sicuro. Ero una donna consapevole.
E tu il sogno di una ragazzina.
Mi sono laureata. Ho 30 anni, un fidanzato decennale e una casa tutta mia.
Tu sei sposato e padre, di un figlio concepito per incastrarti.
Non so più nulla di te da anni. Non so dove sei, non so cosa fai oggi. E ancora non so cosa ti spingeva allora a passare i pomeriggi castamente con una bimba, una bimba capricciosa e innamorata, non so cosa ti spingeva a chiamarmi quando passavi per la mia città, a ricordarti di me, seppur di rado; non so come hai vissuto allora, non so se ricordi di allora, non so se ti capita mai oggi che un pensiero fugga a quella bambina, a questa donna.
Ho mille domande dentro cui non so dare risposta, cui tu non darai mai risposta.
Ma c’è qualcosa che so, so con decisione, perché è in me: so quel che è stato, nella mia vita di adolescente, e nella mia vita per sempre. Conservo, inciso, il tuo nome e quell’amore, il più forte e grande; e mi ritrovo, a 30 anni, ancora come allora con una penna in mano, a scrivere in un’altra lettera che non leggerai mai, del mio primo Amore, l’unico grande amore vissuto e MAI consumato.
Facevi il camionista testo di Laila