Il diavolo nei dettagli

scritto da Suomiblue
Scritto Ieri • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 12 ore fa
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Testo: Il diavolo nei dettagli
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Avevo sedici anni quando trovarono i sei corpi sotto il pavimento del nostro soggiorno. Non sono una persona che ama condividere dettagli personali – soprattutto perchè tendo a parlare troppo  – ma ripenso spesso a quella notte. Di solito quando mi infilo a letto, nei dormiveglia. A dire il vero non sono mai stata una gran dormigliona, e di conseguenza passo molto tempo a fissare il soffitto, chiedendomi se il giorno seguente sarà quello in cui racconterò tutti i dettagli scabrosi a qualche giornalista in cerca di fama. Ma poi penso: i media si sono già divertiti abbastanza con la mia famiglia. E i loro reportage, nel bene e nel male, avevano già fatto entrare il mio nome nei libri di storia quando avevo diciassette anni. 

Se dovessi essere davvero onesta, dovrei ammetterlo: non riesco a dimenticare quel suono. È una delle cose più ossessionanti di quella notte, una di quelle che non riesco proprio a togliermi dalla testa. E che mi ha accompagnata per tutta la vita. 

Tump, tump, tump. 

Quel pugno alla nostra porta d'ingresso, quel bussare incessante. 

Mi vennero i brividi dalla testa ai piedi. Scoppiai in un sudore freddo, quando mi resi conto che il turbinio di luci blu e rosse fuori dalla mia finestra, unito ai colpi alla porta, significava una sola cosa: la polizia. Mia madre corse in corridoio. E attraverso la fessura della mia porta, la vidi in cima alle scale, con la mano al petto. Indossava la sua camicia da notte rosa di seta, quella che sfiorava il pavimento mentre camminava; quando la indossava, sembrava sempre fluttuare. Ma in quel momento, la camicia da notte veniva trascinata con furia. 

Tump, tump, tump. 

Il panico non riuscì a placare la mia curiosità: saltai giù dal letto e mi diressi silenziosamente verso la porta. Sbirciai fuori, in attesa di vedere cosa sarebbe successo. La voce di mia madre fu la prima a rompere il pesante silenzio. "Che c'è? Cosa volete?" Seguirono una serie di frasi che si fondevano l'una nell'altra: si parlava di mio padre, di dove fosse, mia madre si chiedeva se avesse avuto un incidente, poi una voce ferma chiedeva chi ci fosse in casa. L'angoscia di mia madre aumentò di un'ottava. Non l'avevo mai vista così arrabbiata prima di allora. 

Mi sporsi oltre la ringhiera e vidi due agenti, in piedi ai lati di mia madre, nell'ingresso. "Non ne avete il diritto!", urlò mia madre. Uno degli agenti le borbottò qualcosa, poi lei chiamò me e mio fratello minore, Tim. Non volevo scendere quelle scale: quando c'è di mezzo la polizia, finisce sempre male. E io non ero pronta per un brutto finale. “Va tutto bene”, disse alzando la mano verso di noi e facendoci cenno di scendere. Con mio fratello sottobraccio, feci il primo passo. 

E finimmo dritti all'inferno. 

Tesero un'imboscata a mio padre quando tornò a casa: lo placcarono non appena varcò la soglia. Il poveretto non si accorse nemmeno delle due auto della polizia parcheggiate fuori perchè aveva passato le ultime ore a ubriacarsi. Mentre Tim guardava la TV in salotto, io percorsi il corridoio e mi nascosi dietro alla porta della cucina: per qualche ragione, la polizia pensò che il posto migliore per interrogare mio padre fosse dove mangiavamo. 

“Dimmi dove sono i cadaveri, Samuel”, disse uno degli agenti. 

“Non lo so”, rispose mio padre. Ma il tremore nella sua voce lo tradì. Un borbottio di parole incoerenti, poi più chiaramente: "Avete almeno un mandato per essere qui?" Mia madre. "È una perquisizione con fondati motivi", disse l'altro agente. "Non serve un mandato se rappresentate una minaccia imminente per la nostra comunità." 

“Andiamo, tu mi conosci. Conosci la mia famiglia”, disse mio padre. 

“Per l'amor di Dio”, urlò mia madre. “Non dire un'altra parola, Sam, qui c’è bisogno del nostro avvocato.” 

“Samuel, sappiamo tutti che tipo di lavoro fai. E viste le circostanze, non posso far finta di niente solo perchè siamo amici.” 

Mio padre era un esperto docente di scienze forensi all’università. Di medicina legale, per essere precisi. Trascorreva le sue giornate insegnando le basi della chimica, l'analisi dei cadaveri e le tecniche corrette per la conservazione delle prove. Era un uomo brillante e un insegnante straordinario. Lo so bene, sono sua figlia. E mi ha insegnato tutto. 

Ma se c'era qualcuno che sapeva come sbarazzarsi di un cadavere, quello era lui. 

Negli ultimi dodici mesi, sette studenti universitari erano scomparsi. Quattro di loro erano iscritti al suo seminario di specializzazione in scienze forensi. Gli stessi volti che vedevo nei telegiornali serali erano stati a casa nostra, trascorrendo del tempo sulla nostra veranda. Si scolavano una birra discutendo di scene del crimine locali, mangiavano al nostro tavolo e chiacchieravano con mio padre durante l’aperitivo. Se non fosse ancora chiaro: mio padre amava i suoi studenti al punto da trattarli come figli, anche se non lo erano. 

"Pensavi davvero che la gente non se ne sarebbe accorta, Samuel?" chiese un agente.

Diccelo, imploravano. Dove sono? Dobbiamo riportarli a casa. Non c'è più bisogno che tu tenga questo segreto, Samuel. 

Devo ammettere che, anche se sono passati vent’anni da quella notte, la loro insistenza in quel momento mi fa ancora ribollire il sangue. Erano così sicuri della loro accusa, eppure avevano così poche prove da mostrare. Perchè, diciamocelo, un rapporto stretto con uno studente è un filo conduttore piuttosto debole quando si tratta di collegare qualcuno a un omicidio. 

Purtroppo, mio padre aveva raggiunto il limite della sua pazienza nel mantenere i segreti. 

"Sono sotto il pavimento del soggiorno", disse. 

In quell'istante, caddi in avanti, finendo sul pavimento della cucina. E avrei pagato a caro prezzo la mia curiosità, perchè anche mentre fissavo le piastrelle sperando di essere invisibile, sentivo il peso del suo sguardo su di me. E quando mi alzai, i nostri occhi si incrociarono. 
Non riuscivo a respirare. Era finita. Era quel momento che sapevo sarebbe arrivato. I suoi occhi mi dissero l'unica cosa che dovevo sapere. 

Mio padre non ha mai più pronunciato una parola. Né in commissariato, né durante il processo. I miei ultimi momenti con lui li ho trascorsi in osservazione, mentre la polizia metteva a soqquadro la casa della mia infanzia. Mentre estraevano sei corpi dalle profondità delle nostre fondamenta.

Il senso di colpa nei suoi occhi si è trasformato in sgomento. E questo mi ha fatto pensare: possibile che non avesse previsto che sarebbe andata a finire così? Non era questo il finale che si era immaginato… mia madre che lo abbandona, la nostra casa distrutta, sua figlia presente mentre tutto accade? Avevo tantissime domande. Una importantissima, ma non avrei avuto modo di fargliela quella sera. Non ci volle molto perchè la giuria lo condannasse: solo tre settimane. Le impronte digitali, le fibre degli abiti e le patenti di guida nascoste nel nostro seminterrato furono sufficienti a mandarlo in prigione a vita. 

I giornali scrissero che era stato fin troppo facile, e che mio padre fosse l'assassino più maldestro che la nostra città avesse mai visto. Era come se volesse farsi catturare. Un giornalista disse che era "l'unico scienziato istruito con un talento per l'omicidio e gli errori infantili. Non sarebbe stato capace nemmeno di pulire il latte rovesciato."

Sia chiaro, mio padre non era uno stupido. Non era infantile né impulsivo; anzi, era gentile, affettuoso ed esigente. Mostrava grande slancio per i miei interessi, incoraggiandomi a provare qualsiasi cosa, anche se un po' strana. Era un buon padre, non un mostro. L'unica cosa di cui era colpevole era di dedicare sempre più tempo ai suoi studenti, al punto da iniziare a saltare le cene di famiglia e gli eventi scolastici. E poi i compleanni. 

Ma i tabloid vogliono solo i lati più oscuri di una tragedia familiare. Volevano sapere di quelle notti in cui mio padre mi sorprendeva nel suo laboratorio, a curiosare e a giocare con le sue sostanze chimiche e i suoi strumenti. O del panico nei suoi occhi quando mi vedeva giocare nel suo spazio sacro, un luogo che non mi era mai stato permesso di esplorare da sola. Oppure erano più interessati a sapere quanto odiasse il fatto che passassi troppo tempo con i suoi studenti, che facessi troppe domande, che mi avvicinassi troppo a ragazzi che avevano il doppio della mia età. 

Ma non ho mai rilasciato interviste alla stampa. In realtà, non ho mai parlato con nessuno della mia infanzia, o di ciò che ne restava dopo che mia madre era caduta in depressione e mio fratello era andato a vivere con mio zio. Considerando la rapidità con cui la gente si era rivoltata contro mio padre e quanto la mia vita fosse andata in pezzi, pensai che il modo migliore per non dare nell'occhio fosse quello di tacere. E una volta compiuti i diciotto anni, mi trasferii su una costa lontana. Cambiai nome, e il colore dei capelli. Mi creai una nuova vita. 

Ma una nuova identità non cancella la verità. Non può uccidere la biologia né cancellare la ragazza che ero. In casi come questo non si può sfuggire alla storia. Anche dopo essermi sposata, aver avuto due figli e aver iniziato un nuovo lavoro come assistente medico, pensavo ancora alla mia altra vita. Quella che avevo prima di diventare questa donna di nome Jennifer. Dopo vent'anni, avevo ancora quella domanda che mi tormentava. 

Dopo un volo e un’ora di taxi, mi trovavo proprio fuori dal carcere dove era detenuto l'uomo che un tempo chiamavo padre. Tutti quegli anni senza aver scambiato una sola parola... non ero nemmeno sicura che avrebbe accettato di vedermi. Ma poi mi ricordai dell'uomo che era, di quanto mi amasse e di quanto adorasse essere padre. 

Mi feci forza e aprii la porta. Firmai il registro dei visitatori e aspettai. Aspettai che la guardia uscisse e mi dicesse che mi avrebbe ricevuto. Passarono ore senza che nessuno mi dicesse nulla, ma proprio mentre stavo per alzarmi e andarmene, la porta si aprì e fui fatta entrare. 

La stanza era piccola, calda per la scarsa circolazione dell'aria. Odorava di sudore e metallo, con un sentore di candeggina e detergente per vetri. Sono sicura che mio padre odiasse quel miscuglio di sostanze chimiche incompatibili. Io di certo non lo sopportavo, ma ingoiai l'orgoglio e mi sedetti sull'unica sedia di metallo disponibile. Pochi istanti dopo, dall'altra parte della parete di plexiglass, lui entrò con passo disinvolto. Lo sguardo era fisso sul pavimento, ma riuscivo a scorgere i segni dell'invecchiamento sul suo viso, senza dubbio dovuti allo stress e al tempo trascorso in mezzo a muri ammuffiti. 

Mi sporsi in avanti e presi il telefono. Aspettai che facesse lo stesso. E quando lo fece, finalmente mi guardò. 

Tanti anni. Tanti ricordi tra noi. E quella domanda. 

“Allora”, iniziai, “non vuoi sapere dove ho nascosto il settimo cadavere?”

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