Grendel

scritto da Rubrus
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Rubrus

Testo: Grendel
di Rubrus

“Chi non dice la verità all'avvocato è un fesso che la dirà al giudice”.
Maria lesse la targhetta sopra la scrivania, poi alzò lo sguardo verso l'uomo che aveva di fronte. Il sole  la abbagliò e fu costretta a fissare l'attestato alla sua sinistra. Diceva semplicemente “Giovanni Ghelfi – avvocato” ed era l'unico oggetto appeso ai muri della stanza.
«Manzoni» disse Ghelfi «Per essere precisi, è una battuta dell'Azzeccagarbugli, ma non lo faccia notare ad altri avvocati: potrebbero querelarla. Secondo la Cassazione, è un insulto».   
Ghelfi indossava occhiali scuri per proteggersi dalla luce. Fuori, l'estate appiattiva al suolo rumori e colori. Nonostante il caldo bestiale, il legale portava un vestito nero, diligentemente abbottonato, con tanto di cravatta.
«Deve scusarmi per l'ora. E per averle chiesto di tenere spenta l'aria condizionata. Sa, la cervicale. Ma questa faccenda dell'interrogatorio mi sembrava urgente. E delicata».
L'avvocato fece un gesto di noncuranza, come per dire “andiamo avanti”. Maria lo conosceva da anni, e questo era il massimo della comunicazione che fosse riuscita a ottenere. Si chiese se quegli occhiali neri servissero a ripararsi solo dalla luce. Sporgendosi, batté l'indice sulla targhetta «Suppongo di doverle dire la verità».
L'avvocato non rispose.
«Ho incontrato Simon per la prima volta sei anni fa, quando lui aveva circa sette anni. Quando si è ragazzi, sei anni sono un sacco di tempo, non è d'accordo?».
Di nuovo, Ghelfi non disse nulla. Maria lo osservò e si chiese se avesse figli. Non le pareva. Non portava la fede e non c'erano foto sulla scrivania. Si domandò se si ricordasse quando lui era ragazzo e non seppe darsi una risposta. 
«Quando suo padre me lo presentò e gli disse che ero la nuova governante, lui mi pestò un piede, proprio sull'alluce. Era estate e avevo i sandali».
Ghelfi prese un taccuino e ci scarabocchiò sopra qualcosa. A Maria sembrò una parola sola.
«Avevo bisogno di lavorare e ingoiai il rospo. Mi dissi che era solo il primo giorno e che, col tempo, avremmo costruito un rapporto. Non ne ero del tutto sicura, ma feci del mio meglio per convincermi. Il giorno dopo, quando tornai, lui mi diede un pugno in pancia. Avevo subito un'operazione, sei mesi prima. Alle ovaie. Quando cambiava il tempo, la ferita mi faceva ancora male e lui mi colpì proprio lì. Mi dissi che lui non poteva saperlo. Ora non ne sono del tutto sicura».
«Lo fece?» chiese Ghelfi «Riuscì a “costruire un rapporto”?».
«C'erano delle foto, alle pareti. Ritraevano Simon e una donna. Sembrava dell'Europa orientale. Sorrideva. Anche Simon sorrideva, nelle foto».
Altro scarabocchio.
«Venni a sapere che era la governante che aveva badato a Simon prima di me. Non riuscii a scoprire se se ne fosse andata di sua volontà o se l'avessero licenziata. Non doveva essere una storia molto allegra. Ma lei ne avrà sentite di peggio».
Un accenno di sorriso. «Io ho visto cose che voi non avvocati non potete nemmeno immaginare».
«Mi domando come facciate a sopportarlo».
Un movimento delle spalle. Lieve, come il battito d'ali di una farfalla. «Ci pagano».
Maria esitò.
D'un tratto, Ghelfi si sporse in avanti, le mani appoggiate sulla scrivania, la punta delle dita unite come in una preghiera.
«So che cosa sta per chiedermi “come fate a difendere un colpevole”. È la solita domanda e quindi le darò la solita risposta. “Il mio compito è fargli avere un giusto processo e una giusta pena”. In ogni caso, la faccenda non la riguarda, perché lei non è colpevole. Non di quello che ha fatto Simon». L'avvocato si appoggiò all'indietro, come un pupazzo caricato a molla che torna nella posizione iniziale. Il sole si era spostato e la sua testa non era più all'ombra. «O sbaglio?».
«La risposta alla sua domanda è sì. Riuscii a costruire un rapporto. Simon mi disse che la donna dell'est si chiamava Elena e che era stata la sua tata per un anno. Una volta mi domandò se pensavo che sarebbe tornata. Non sapevo cosa rispondere. Non sapevo nulla».
«E la madre di Simon?».
«Non me ne parlarono mai. All'inizio credevo che fosse morta, poi, dopo un paio di mesi che lavoravo, seppi che stava all'estero. Quella volta non ebbi bisogno di fare domande. Sentivo che era una brutta storia».
Nessuno scarabocchio.
«Una settimana dopo, le foto di Elena sparirono dai muri. Simon fece il diavolo a quattro, così presi il coraggio a quattro mani, rospi o non rospi, andai da suo padre e gli chiesi perché.
Era un po' che Simon non mi picchiava – avevamo costruito un rapporto, ricorda? – ma quel giorno mi diede una sberla abbastanza forte da farmi sanguinare il naso. Forse per questo Federico Tucci si sbottonò un po'. Mi disse che non voleva che suo figlio si affezionasse troppo a tate, governanti e così via. Faceva lo psicologo e ricordo che mi chiesi da quale libro avesse tirato fuori quella scemenza. Poi pensai che difficilmente il mio contratto sarebbe durato più di un anno».
«Ecco, questa è una considerazione che terrei per me, durante l'interrogatorio».
«Eravamo a Natale e, da quando mi avevano assunto, non avevo mai visto Simon sorridere se non in foto».
Un sopracciglio dell'avvocato si alzò appena «Avevate costruito un rapporto».
«Era un bel bambino, sa? Ci sono bambini brutti che diventano begli uomini e bambini belli che crescendo, si imbruttiscono. Poi ci sono bambini belli che rimangono tali anche crescendo. Simon era... splendido».
Ghelfi appoggiò la penna sul tavolo e, di nuovo, congiunse le dita in quella strana preghiera.
«E?».
Maria attese, prima di rispondere. Non sembrava che facesse più tanto caldo. Forse perché si stava avvicinando il tramonto.
«Fu un bel periodo» disse. «Non ne ho vissuti molti».
«Ma non durò».
«Andò come previsto. A un anno dalla mia assunzione, Federico Tucci mi disse che mi avrebbe lasciato a casa. Precisò che non era perché fosse insoddisfatto del mio lavoro, ma perché non voleva che suo figlio Simon si affezionasse troppo a me. Non c'era bisogno che me lo rivelasse. Me lo ricordavo».
Ghelfi prese penna e taccuino. Scrisse un po' più a lungo.
«Pensai a tutte le donne che erano entrate nella vita di quel bambino, a tutti i legami che aveva creato e che si erano interrotti. A tutte coloro che l'avevano lasciato e a come avrebbe vissuto quegli abbandoni. Pensai a... l'amore non è infinito, sa? Credo che ognuno di noi ne abbia una certa scorta a disposizione, per quanto possa essere triste pensarlo. Lei cosa ne dice?».
L'avvocato guardò fuori dalla finestra. Il sole era vicino al tramonto e la luce cadeva da tutt'altra parte, tuttavia non tolse gli occhiali. «No» disse «Non è infinito».
«Incontrai nuovamente Simon quattro anni dopo. Facevo ancora quel mestiere. Governante, colf, cuoca, tata... i rospi da ingoiare, ricorda?».
Ghelfi annuì.
«Accadde alle scuole dove, ogni giorno, portavo Caterina, la mia nuova assistita. Simon era in mezzo a un gruppo di ragazzine ed era più alto di loro di tutta la testa. Mi vide e scoccò un bacio da lontano, le labbra come quelle di un putto e la mano agitata in un frullo».
Un segno sul taccuino. Una cifra, probabilmente. La penna graffiò la carta.
«Era bello sa? Bello davvero. Più di quanto pensassi che potesse diventare. Ci volle un po' prima che decidessi a chi assomigliasse. Conclusi che ricordava vagamente Elvis Presley da giovane, con quei capelli così neri da avere riflessi blu. Solo che Presley se li tingeva, lo sapeva?».
«No».
«Dopo avermi salutato, riprese ad armeggiare col telefonino. Era l'ultimo modello e, in apparenza, era quello ad attirare l'attenzione delle ragazzine, ma io sapevo che non era così. Anche io ho avuto dodici anni». Un sospiro. «A dodici anni un ragazzo è ancora un bambino, ma una ragazza è già una donna in miniatura. È... complicato da spiegare, ma penso che dovrà accontentarsi. Come uomo, non riuscirebbe a capire e allora tanto vale non provarci».
«Suppongo di no. Prosegua».
«A quell'età, un dodicenne può scatenare tempeste ormonali in modo del tutto inconsapevole. Ma Simon no. Lui era bello e letale, sapeva di esserlo e ne approfittava. È una faccenda che dà da pensare. Tiger, tiger, burning bright / in the forests of the night/ What immortal hand or eye/ could frame thy fearful symmetry?»
«William Blake?».
«Caterina, la ragazzina cui badavo, me lo confermò. “È il ragazzo più bello della scuola. Sono tutte pazze di lui”. Capii che non si escludeva da quel “tutte”».
L'avvocato prese un fascicolo che teneva sulla scrivania e girò un paio di pagine. «Caterina De' Cesaris».
Maria annuì «Come sta adesso?».
«Il problema con la bulimia è risolto».
«“Il peso giusto. Per piacermi, una ragazza deve essere del peso giusto”. Simon lo diceva spesso. Caterina mi teneva costantemente informata sulle sue vicende sentimentali. Poteva sembrare una telenovela per preadolescenti. Più la sentivo, però, più sembrava una storia dell'orrore».
Altro sorriso amaro. Dell'avvocato, stavolta.
«Quel cellulare aveva la sua importanza. E non solo quello. Simon usava un bel po' di nick. Il suo preferito era “Grendel”».
«Il mostro del “Beowulf”? Be', per quanti nickname tu possa usare, non puoi fuggire da te stesso».
Maria scosse la testa «Simon non cercava di fuggire da nulla. Lui era “Grendel” sempre».
Ghelfi emise un brontolio che denotava interesse. Scrisse una parola e la sottolineò più volte «Insomma è sempre stato un cyberbullo».
«Lui non è mai stato un “bullo”. Non più di Caterina».
«Eppure Caterina De Cesaris è accusata proprio di questo».
«È lui che ce l'ha fatta diventare. Ha lasciato che gli ronzasse un po' intorno e poi ha puntato su Antonella. L'unico modo che Caterina aveva per rimanere intorno a Simon era unirsi alla sua sottile opera di... persecuzione? Tortura? In ogni caso il termine “bullismo” è troppo rozzo. Antonella, comunque, ne era la vittima».
«Mi par di capire che Simon Tucci abbia indotto Caterina De' Cesaris a vedere in Antonella Mengoli una rivale. Se Caterina avesse tolto di mezzo Antonella avrebbe potuto riavvicinarsi a Simon. Almeno così risulta dagli atti».
Altro diniego. «Caterina sapeva che non avrebbe mai potuto mettersi con Simon. Tuttavia non poté evitare di fare quello che fece. “Ho volato così vicino a lui che mi sono bruciata le ali” mi disse una volta. “Ora posso solo strisciare”. Sa come sono i ragazzi. Enfatici, ingenui e sdolcinati».
Osservò il legale e si domandò se fosse mai stato sdolcinato. Dopotutto anche lui aveva avuto dodici anni. Non si era levato gli occhiali scuri, anche se nella stanza c'erano un bel po' di ombre.
«Con Antonella fu più astuto che con Caterina. Stava diventando più bravo. Era come veder sbocciare i fiori del male».
«Antonella Mengoli si dedicò anche lei al cyberbullismo, ma se la cavò. E, a quanto ho letto, le prime segnalazioni su Tucci, anche se solo a livello disciplinare, risalgono a quel periodo».
«Antonella cambiò scuola. I suoi le proibirono di usare computer, smartphone ecc. Incredibilmente, ci riuscirono. Simon, allora, prese di mira Barbara Macchi. Simon e le sue.... come posso chiamarle, “complici?” “fan”? “adepte?”. Pendevano dalle sue labbra. Quelle labbra da putto».
«Lei non lo vide più».
Maria esitò, poi chiese un po' d'acqua. Ghelfi ne spillò un bicchiere e glielo porse, poi si sedette. Maria bevve piano.
«L'estate scorsa» disse «Ero andata a fare jogging e, quando tornai, me lo trovai sulla porta di casa. Correvo parecchio, in quel periodo. La mia storia con Paolo era finita lei sa come. Correre era un tentativo buono come un altro per lasciarsi tutto alle spalle. Qualche volta funziona e qualche volta no».
Ghelfi annuì. Mosse la bocca come per dire qualcosa, ma tacque.
«Trovai Simon nell'androne. Pensai che fosse venuto per dirmi che aveva capito che ero stata io a suggerire ai genitori di Caterina di mettere la figlia in terapia, così come ero stata io a parlare coi genitori di Antonella. Credetti volesse rivelarmi che sapeva che io sapevo chi era lui. Grendel».
Di nuovo penna e taccuino. «Ma...?».
«Affermò che era venuto per parlarmi. Voleva il mio parere circa gli studi da intraprendere dopo la scuola dell'obbligo. Mi confidò che voleva fare l'avvocato. Lei voleva diventare avvocato, a tredici anni?».
Ghelfi si concesse un risolino. «No».
«Disse di avere scoperto che, fino ai quattordici anni, un minorenne non è né imputabile né punibile. Padroneggiava già un po' del vostro gergo. Affermò che, se voleva combinare qualcosa, doveva sbrigarsi. Poi mi fece vedere il telefonino. C'era una foto di lui e me. Eravamo nel giardino di casa. Lui rideva. “Sapevo che mio padre avrebbe tolto le foto dai muri” disse. Fu così che mi convinse a farlo entrare».
«Questo è un altro dei particolari che ometterei, in sede di interrogatorio».
«Gli dissi di accomodarsi e lui eseguì. Mi disse di fare come se fossi in casa mia. Quella era casa mia, ma non ci badai. Lo ascoltavo e mi andava bene così. Pensavo a suo padre e a quell'idiozia sul fatto che non si doveva affezionare a nessuno. Alle foto appese ai muri. A tutte le donne che lo avevano abbandonato e a tutti i cuori che avrebbe spezzato. All'amore consumato e a quello che finiva. A Caterina e Antonella. A Grendel. Ogni tanto, Simon mi raccomandava di fare come se lui non ci fosse. E lo feci. A un tratto mi ritrovai sotto la doccia. Poi mi accorsi che era entrato in bagno».
Ghelfi trattenne il fiato. L'aria era immobile e anche il sole sembrava fermo nel cielo, come se si fosse attardato in istante prima di tramontare. L'avvocato indossava sempre quegli occhiali scuri. Un clacson suonò, lontano.
«Misi un accappatoio e gli dissi di uscire. Lui ubbidì».
Ghelfi appoggiò penna e taccuino e congiunse le dita.
«Saggia decisione» approvò.
Maria rise. Un riso spento come il giorno che moriva a occidente. «Saggia decisione. Però mi sento in colpa lo stesso. Sa perché?».
«Credo che lei lo sappia meglio di me».
«Lo dica lo stesso. Sentire i nostri pensieri riportati dagli altri li fa sentire più veri».
Stavolta fu l'avvocato ad alzarsi e a prendere un bicchiere d'acqua. Non lo offrì a Maria.
«Pensò che la sua foto era l'unica che Simon avesse tenuto. Che anche lei lo stava respingendo, anche se era la cosa giusta da fare. E che questo avrebbe avuto delle conseguenze».
«Tutto vero. Era la cosa giusta da fare. Vero anche il resto. Però c'è dell'altro».
«Questo credo che tocchi a lei dirlo». Ghelfi accartocciò il bicchiere e lo buttò via.
«Aspettai un po' prima di dirgli di uscire. Non molto. Forse cinque secondi, forse dieci. Ma aspettai».
«Pensieri...» di nuovo quell'impercettibile alzata di spalle. «Nulla di giuridicamente rilevante. E io non sono un prete».
Maria scrutò gli occhiali scuri e non vi lesse niente. Forse era vero. Forse quell'uomo aveva visto cose che lei non riusciva neanche a immaginare.
«Trascorsi i giorni successivi a riflettere su come mi aveva manipolato. Io avevo più di trent'anni e lui tredici. Era bravo. Mostruosamente bravo. Grendel. Ci stavo ancora pensando quando seppi che Barbara Macchi, la sua terza vittima, si era uccisa».
L'avvocato sfogliò il taccuino, sporse le labbra, sbuffò, tamburellò con la penna sulla scrivania, infine parlò. «Può raccontare della sua vita con Simon bambino. Del rapporto col padre. Il resto non è necessario. Deve essere sentita solo come persona informata sui fatti. Se il Tribunale dei Minori vorrà prendere ulteriori provvedimenti nei confronti di Simon Tucci, lo farà».
«Ma non è tutta la verità».
«Mettersi nei guai con le sue stesse mani, raccontando gli episodi che mi ha riferito, non lo aiuterà. E non aiuterà lei. La scelta è sua, però».
«Non mi pare una gran scelta».
«È sempre così. Scegliamo il male minore. La vita è farci il callo».
La stanza era al buio e l'avvocato accese la lampada sulla scrivania, ma non si tolse gli occhiali. Il caldo stava perdendo a poco a poco la presa sul mondo. Il tempo passò. Il colloquio sembrava finito quando Maria riprese a raccontare.
«Quando seppi di Barbara e di come era morta, telefonai a lui, a Grendel. Gli dissi tutto quello che non gli avevo detto quando era venuto a casa mia. Gli parlai di suo padre e di tutte le donne che aveva allontanato. Dei rapporti che gli aveva negato. Di Elena, la governante che veniva dall'est, e di tutte quelle che si erano succedute negli anni e che lo avevano lasciato. Gli parlai come una madre, credo». Alzò lo sguardo verso il legale. «Sì. Gli parlai come una madre».
L'uomo non prese né penna né taccuino.
«Lei sa di quell'operazione alle ovaie. Sa qual è la conseguenza».
L'avvocato parve sforzarsi di ricordare «Non può avere figli».
«Non miei. Solo quegli degli altri». 
Ghelfi taceva.
«Dopo Barbara, Grendel prese di mira la figlia di un farmacista. È proprio vero, la rete permette di sapere tutto. Dissi a Simon che le capsule delle pastiglie che prendeva suo padre si potevano aprire. E che di stricnina ne bastava molto poca. Glielo spiegai prima che compisse quattordici anni».
L’avvocato unì le mani, le intrecciò, facendo scrocchiare le dita. Passò un paio di minuti prima che le congiungesse nel solito modo.
Maria prese la targhetta e la girò in modo che la scritta fosse rivolta verso Ghelfi, poi si alzò.
«Ho fatto sì che Simon uccidesse suo padre e che lo facesse prima di poter essere messo sotto processo. Gli ho fatto uccidere chi aveva dato il via a tutto quanto. Può darsi che la faccenda finisca qui. Oppure può darsi che Simon ci prenda gusto. Un gusto per la morte. È come ha detto lei. Scegliamo il male minore o almeno speriamo che sia così. Qualche volta funziona e qualche volta no».
Fissò l'avvocato Ghelfi in volto.
Dalle lenti scure non venne nessuna risposta.
Grendel testo di Rubrus
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