Il ciclo di Raata - Incipit

scritto da Kanzio
Scritto 3 anni fa • Pubblicato 3 anni fa • Revisionato 3 anni fa
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Autore del testo Kanzio

Testo: Il ciclo di Raata - Incipit
di Kanzio

Tempo zero,


La calda roccia e la sabbia del deserto. Rossa distesa che si propaga a perdita d'occhio, mi ha riempito la vista. Ho perso il conto delle ore trascorse da quando abbiamo lasciato il punto d'attracco. Questo mare di quarzo e ferro riflette la luce del sol maggiore. Asuritas lo chiamano gli indigeni. Che assurdità chiamarli così, indigeni... Erano come noi, o quasi, mille anni fa. Vivevano come le tribù dell'antica Terra; quella di ancestrali credenze, immortalata dagli stessi graffiti ricoprenti le loro abitazioni. Assurdo mi dico. Come è possibile che a distanza di dieci mila anni (che dico, venti!), la cultura sia ripartita dallo stesso punto. È un ciclo chiuso, ripetuto, perpetuo. E allo stesso modo altri che arrivano, simili a loro per distruggerli, per prendere la loro terra, stuprare le donne. Uccidere i figli. Come sempre nella nostra storia.
Nel vermiglio tramonto inizio a vedere quelle rovine. Che cosa mi aspetto di trovare?
Segnali del passato. Opere di tecnologia racchiusa in scrigni di sabbia.
Un verde bacino d' acqua si estende sulla destra. Un laghetto circondato da quelle strane piante. Avevamo delle bioserre con microcolture di alberi simili a quelli. Le chiamavamo Arecali. Immagino delle perfette forme femminili bagnarsi in quella superficiale e fresca acqua, all'ombra delle fronde si saranno allietate nelle ore più calde... Cosa avranno pensato quando arrivarono con le grandi macchine, con le armi puntate ai loro occhi? Eppure sopravvissero.
Sono qui per scoprirlo. Per raccogliere frammenti di storia e per completare il quadro degli eventi. Forse potremmo imparare qualcosa stavolta. Come non distruggere tutto. Come fare di un nuovo mondo un paradiso per tutti. Utopia? Penso di sì.
Prima uomini. Poi uomini che creavano altri uomini. Questo dicevano gli antichi saggi Ktat dei loro avi. "Mifj-al"(creare). Avevano ragione.
Tuttavia non mi piace questa parola. "Creare". Non si crea nulla da nulla. Una vita non si crea. Una vita si compone. Come la morte non è la fine. La fine di cosa? Di quello che riteniamo essere il ciclo di reazioni biochimiche e funzioni fisiologiche! La morte è una trasformazione, il passaggio di un corpo da uno stato entropico a un altro. Per questo la vita veniva coltivata. Piantagioni di uomini e donne nelle pance delle grandi Arche, generazione dopo generazione i naviganti interstellari perpetuavano quest'opera di genesi, di sintesi. Ecco, ho trovato il giusto termine. Sintesi. E in sintesi, essi venivano fatti nascere per essere inviati su mondi inesplorati. Usati per lavori e missioni da cui non sarebbero tornati. Mi chiedo se io stesso allora non possa essere un sintetico. Un "pioniere", così li hanno chiamati per secoli. Cosa mi rende umano? Cosa mi rende vivo in questo infinito giorno? No. Sto divagando. La memoria di questi note-pad è misera. Non posso sprecarla per le mie elucubrazioni. Devo registrare altri dati. Un popolo libero di sintetici, guidati da due divinità semiumane che hanno calcato questa stessa terra, dove tra poco, poserò il mio scarpone.
Alzo lo sguardo. La flotta dei Nove Santi è ancora in orbita. Lanceranno una sola navetta per riportarci su, tra quattro settimane. Quando la lunga notte di Kels sarà compiuta torneremo in orbita e lasceremo per sempre Raata.
Il ciclo di Raata - Incipit testo di Kanzio
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