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La confessione, a San Pellegrino in Alpe, non avviene mai in
un ufficio.
Avviene al tavolo giusto, con il bicchiere sbagliato.
Sergio Il Confine non volle l’avvocato.
Chiese da bere.
Il commissario Passalacqua esitò, poi acconsentì. Non per
umanità, ma perché non sapeva cosa dice il regolamento in
caso di colpevole seduto esattamente a cavallo tra due
regioni.
Sedettero al Dopolavoro Ferroviario.
Il locale era vuoto come solo i luoghi pieni di memoria
sanno essere.
Sergio prese il suo bicchiere. Bevve piano.
«Non era mia intenzione,» disse. «Io sto sempre in mezzo.»
«È questo il problema,» disse Gino Balocchi, appoggiato al
banco. «A un certo punto bisogna scegliere una carta.»
Sergio annuì.
«Ha vinto barando,» disse. «E poi ha riso. Di me. Del posto.
Del confine.»
Il commissario prese appunti, sbagliati ma sinceri.
«E allora?» chiese.
«Allora,» disse Sergio, «l’ho seguito fuori. Gli ho detto di
restituire i soldi. Lui ha riso ancora.»
Pausa.
«Non ho contato i colpi,» aggiunse. «Non si contano, in
certi casi.»
Silenzio.
Anche il confine smise di fare rumore.
Passalacqua chiuse il taccuino con sollievo.
Aveva una confessione. Non perfetta, ma sufficiente.
«Io però,» disse Gino, «non scriverò tutto.»
Il commissario lo guardò.
«È suo dovere.»
«No,» rispose Gino. «È il mio mestiere.»
Bevvero.
Fu un brindisi strano.
Non di vittoria.
Non di sconfitta.
Di chi sa che a San Pellegrino in Alpe la giustizia arriva
sempre…
ma con un leggero ritardo.