Introduzione

scritto da DD
Scritto 25 anni fa • Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Autore del testo DD

Testo: Introduzione
di DD


E’ facile sentirsi un viaggiatore in questa vita, è facile sentire il peso di qualcosa sulle spalle e avere l’impressione di doverlo portare ad una meta, arrivare in qualche modo al compimento di qualcosa di supremo e impalpabile. Di viaggiatori ce ne sono al Mondo, ma la maggior parte non sa di esserlo perché è come se tutto fosse sempre stato così. Vivono la cosa dall’interno e non immaginano nemmeno a cosa potrebbero vedere se per un istante solo potessero uscirne, sbirciare il loro mondo da un lontano punto di vista. L’abitudine, l’abitudine è la loro zavorra, ciò che li tiene legati così tanto a se stessi. Anch’io ero sul mio cammino, col mio zaino pieno di aggeggi sparsi alla rinfusa, che mi muovevo sforzandomi di seguire la strada che forse non esisteva neanche. E questa era la mia vita, panta rei, tutto scorre, di momenti felici ne avevo passati, ma di certo le mie tristezze le avevo avute e ne sarebbero arrivate altre prima o poi. Tutto andava, un passo dietro l’altro, veloce, o almeno costante finché un giorno tutto non rallentò. Le mie scarpe affondavano nella neve, non avevo freddo e non ero solo. Tutto rallentò e i pensieri incominciarono a scorrere più chiari in me, ordinati, afferrabili e comprensibili come non mai. E mentre il vento mi pungeva il viso io potevo capirli, ordinarli ed elaborarli, mischiarli a me e alla poesia, far sì che ogni cosa che dicessi fosse pesata e ragionata. Vicino a me una persona cara con la quale avevo già passato gran parte della mia vita. Parlavo ed era una delle poche volte dove le mie parole lasciavano intravedere quella che era la mia essenza più profonda. Parlavamo e il mio sapere usciva dalla mia testa ed era portato dal vento. Ma ciò che dissi e ciò che chiesi a chi lasciava le impronte con me nella neve finì col cambiare me e quella che potevo chiamare la mia vita. Poi tutto tornò ad essere come prima, fu come svegliarsi alla mattina, il suono della sveglia che piano piano ti riporta alle cose fisiche, materiali. Dei sogni solo fiammelle nella tua mente, destinate ad estinguersi. Tutto riprese a scivolare via ma non più come prima. Quelle parole erano rimaste in me; erano piccole parole ma rimbalzavano da una parte all’altra della mia mente e, qualsiasi cosa pensassi, loro erano lì. Già, quelle parole, erano come il ticchettio di un orologio. In un giorno si può viaggiare, si può vivere in infiniti modi, ma ovunque andrai ci sarà sempre un orologio col suo tic tac che ti seguirà ovunque. Sembrerà di non sentirlo più, ma sarà ancora lì non appena ti fermerai per ascoltare il silenzio. Ebbene,
quelle parole erano diventate pensieri, pensieri che stavano, lentamente, cambiandomi la vita.
Ogni giorno il Sole nasce, colora il cielo di un rosso intenso, poi giallo e azzurro; corre, corre e corre, brucia la Terra e la testa di chi ci cammina sopra poi, lentamente ci volta le spalle e se ne va, sparendo oltre l’orizzonte in una nube rossa, quasi si stesse schiantando sulla Terra. Poi il buio e il silenzio. Si possono vedere tutte le albe del mondo, dove si vuole e con chi si vuole, ma mai una sarà uguale all’altra. A fare la differenza sarà un colore un po’ più intenso, o una nube che gioca col cielo. Saranno le emozioni che correranno in ognuno di noi, sarà lo spirito col quale si guarda il nascere di un nuovo giorno. Tutto ciò avevo dovuto imparare a dimenticarlo. Poi, pian piano dovetti sforzarmi di aprire gli occhi, di lacrimare a quella luce sempre più intensa, a respirare l’aria fresca del mattino che porta con se l’essere della notte. Ma non fu tutto come prima, ora con me c’era forse l’amore.
Presi subito coscienza che la strada che avevo davanti a me era tutta da scoprire. Non era pericolosa ma aveva una moltitudine di svincoli che solo il caso ha. Così incominciai a camminare; mi vedevo a volte da fuori, vedevo l’incertezza dominarmi, la paura era in me, correva sulla mia pelle. Muovevo i miei passi goffi e timidi uno dietro l’altro. Ciò che venne dopo non mi fece pentire di aver preso quella strada, non mi fece pentire neanche di quello che ero, ma era come se me lo facesse pesare. Forse perché mi attaccavo sempre più all’idea del viaggiatore cosciente, nonostante l’idea del contrario non poteva, né doveva, essere scartata perché forse sarebbe stato meglio vivere tutto non sapendo di essere un viaggiatore, magari senza pensare a quello che stava succedendo ogni notte, nell’intima tranquillità. Senza avere la sensazione di dover pensare a quello che era stato e che doveva essere. La mia natura però mi ha portato ad agire così, e quello che verrà sarà quello che avrò potuto scrivere di questo momento, il momento più bello e più faticoso che abbia potuto vivere fino ad ora. Scoprirete così come le parole si siano potute mischiare ai fatti in maniera amabile, come io possa continuare a dire grazie a chi sta sgretolando la mia vita, e di quali parole sia capace di dire il cuore.
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