Làdove siamo tanti

scritto da Bricioledipane
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 4 anni fa • Revisionato 4 anni fa
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Una trama semplice che permette ai personaggi, attraverso un'esercizio di introspezione, di far emergere la loro vera natura.
- Nota dell'autore Bricioledipane

Testo: Làdove siamo tanti
di Bricioledipane

Là dove siamo tanti

Irene la vittima
Adele la sorella
Marco Rinaldi il marito
Benita la donna di servizio dei Rinaldi
Alessandra la segretaria del Dott. Rinaldi
Ferdinando il guardiano
Il commissario Avanzi e l’ispettore Taccani


Irene
Sono morta il 22 ottobre 2020, un giovedì.
Non pensavo che la mia vita potesse finire improvvisamente in una tiepida giornata d’autunno.
Ricordo che avevo scelto la spiaggetta sotto la nostra villa al mare per stare da sola con i miei pensieri. Il calore del sole sulla pelle era una sensazione piacevole e il rumore dei ciottoli che rotolavano sul bagnasciuga al ritmo delle onde, rilassante.
Ricordi. Ora non sono più niente di quello che ero, non ho forma, ne’ colore, ne’ odore.
Pensavo di trovare tante altre persone come me, morte intendo, ma sono sola e mi annoierei molto se non sentissi le voci dei vivi e i loro pensieri.
Credo di essere rimasta qui, a metà strada tra la terra e il cielo, perché voglio che il mio assassino paghi per quello che ha fatto.



Adele
Non so cosa pensavo di trovare venendo qui. Ho gridato i miei perché al mare che mi ha risposto con la voce rabbiosa delle onde che si infrangono sulla riva.
Mia sorella Irene era bella, ricca, forse non amata come avrebbe voluto, ma infondo il rapporto con suo marito funzionava o almeno così credo.
Fin da bambine eravamo molto unite, lei mi voleva un gran bene ed io ho imparato a volergliene ancora di più quando ho avuto qualcosa da farmi perdonare: la storia con Marco.
Al pensiero sento ancora un bruciore al petto. Non avrei voluto che accadesse, o forse si, ma Irene aveva portato nelle nostre vite quel fidanzato bello e spavaldo che la copriva di attenzioni ed io mi sentivo tanto il brutto anatroccolo come solo a 17 anni ci si piò sentire.
Non mi è sembrato tanto grave quando qualcuna di quelle attenzioni sono state rivolte anche a me e così le ho incoraggiate con piccole civetterie.
Con Marco è stata una fiammata da cui ci siamo allontanati entrambi: lui perché sapeva che Irene era la donna giusta, io perché avevo capito di non dovermi accontentare degli avanzi di tempo delle altre.
Sposando Irene Marco ha avuto ciò che voleva: una bella e docile moglie da esibire al suo fianco. Io sono rimasta con la sensazione di non aver saldato il mio debito e mi angoscia il presente e questo mare che conosce la verità e mi sbatte in faccia solo i miei rimorsi.



Marco
Provo ad allentare il nodo della cravatta per evitare quel senso di soffocamento che mi prende da qualche giorno a questa parte. Mi alzo dalla scrivania, la stanza è silenziosa, inondata dalla luce che entra attraverso le grandi finestre esposte ad est.
Uno studio elegante, adatto agli uomini d’affari che lo frequentano, incontri riservati dove il denaro scorre a fiumi, ma non si vede, protetto da società dai nomi anonimi, situate in paesi che si faticano a trovare sulla carta geografica.
Sulla targa in ottone fuori della porta è inciso “Studio Dott. Marco Rinaldi. Consulente”
Marco guarda il brulichio di auto e persone 11 piani più sotto.
Quanto mi ha reso tutta questa riservatezza? Una montagna di denaro.
Irene non sa nulla degli affari che si trattano qua dentro, si fidava dei miei scarni racconti. Eravamo una bella coppia, invidiata e chiacchierata nelle occasioni di rappresentanza e tanto mi bastava. Quando si chiudevano le porte e restavamo soli non avevamo molto da dirci, ma neppure nulla da rimproverarci. Io difendevo con decisione i miei spazi e Irene aveva capito che quello era un terreno dove era meglio non avventurarsi.
Irene. Irene è morta.
La polizia mi ha interrogato: orari, persone, luoghi, telefonate e poi di nuovo da capo e da capo ancora. Tutto fila, tutto si incastra in un mosaico perfetto e d’altronde così deve essere.




Benita
Nuestra Señora de Guadalupe, Virgen de Guadalupe, da quando la signora Irene è morta piango tutto il giorno di tutti i giorni. La casa è grande e vuota, il signor Marco non mi dice niente e se chiedo qualcosa mi risponde di fare come sempre. Spolvero, faccio i mestieri e preparo la cena che il dottore neppure tira fuori dal frigo.
Pobre señora Irene. Una signora bella ed elegante, sempre gentile, per ogni cosa mi chiedeva “per cortesia Benita” e poi “grazie, se non avessi te”, pobre mi niña.
Quando mi hanno interrogato io queste cose le ho dette alla polizia, ho detto anche che secondo me la señora Irene non era felice, aveva qualche pensiero, qualche tormento. Mi hanno chiesto se ne conoscevo il motivo, ma ho risposto di no, se litigava col suo sposo, ma ho detto di no e poi no, però no estaba contenta.
Il signor Marco mi ha domandato cosa voleva da me la polizia e quando gli ho riferito tutte queste cose lui si è rabbuiato, ma io so che bisogna dire la verità e così ho fatto.
Mi hanno anche chiesto del giorno che la signora è morta.
Mi ricordo bene, era il 22 ottobre, San Giovanni Paolo II, que descanze en paz, la signora dopo colazione è rimasta in piedi a lungo vicino alla finestra. Io aspettavo gli ordini per la giornata, ma lei è uscita senza dirmi nulla. Dalla cucina ho sentito la sua auto allontanarsi nel vialetto e mi sono accorta che sul mobile dell’ingresso mancavano le chiavi della villa al mare.



Alessandra
“Pronto studio dottor Rinaldi, vedo se è libero, attenda prego”
“Pronto studio dottor Rinaldi, no il dottore non c’è, può lasciare un messaggio se crede”
Mi avevano proposto un lavoro da segretaria, ma a me sembra di fare la centralinista. Rispondo al telefono, passo le chiamate a seconda dei nomi sulla lista che il dottore mi ha dato e poco altro. Qualche contratto da redigere, alcuni preventivi da controllare e poi, quando ci sono riunioni, servo il caffè, ma posso entrare solo quando la spia verde è accesa.
Va bene che è il mio primo impiego e lo stipendio mi fa comodo, ma qui non imparo niente. Credo che mi cercherò un altro posto, ma non subito perché qualche giorno fa è morta la moglie del dottore, l’hanno ammazzata, e andarmene proprio ora mi sembra una vigliaccata.
Io non la conoscevo, ma c’è una sua foto sulla libreria, è bella e sorridente in maglietta e pantaloncini sulla coperta di una barca a vela.
E poi voglio vedere come va finire perché quando ne parliamo con le mie amiche facciamo un sacco di congetture, proprio come nei serial TV.



Ferdinando
Ho le chiavi di villa Rinaldi come di molte altre case della costa.
D’estate ho un sacco di cose da fare, soprattutto i giardini mi danno un gran lavoro, ma d’inverno è tutto chiuso ed io passo lungo la strada solo per un’occhiata veloce.
Ho letto sul giornale che la signora Irene è morta, l’hanno addirittura ammazzata nella villa. Quando l’ho detto a mia moglie si è tanto preoccupata, povera Rina, ha paura che possa perdere il posto.
La polizia è venuta a chiedermi se ho le chiavi, ho risposto di si e le ho subito consegnate. Mi hanno chiesto anche quando è stata l’ultima volta che sono andato alla villa. Io non andavo là dall’estate scorsa, ma più volte ci sono passato davanti e può succedere che veda le auto dei proprietari parcheggiate fuori. No, non ricordo quando ho visto l’ultima volta le auto dei Rinaldi.
Quando la Rina ha sentito che ho risposto così si è un po’ tranquillizzata, la polizia se ne è andata, ma io sono sulle spine. Non mi è piaciuto mentire a quel poliziotto, se dovesse richiedermelo magari gli dico che mi sono ricordato, ma ora è meglio che sto zitto senò la Rina mi fa cambiare idea.



Il commissario Antonella Avanzi
L’ispettore Fabrizio Tacconi
Antonella Avanzi, commissario della mobile, è nel suo ufficio, la porta chiusa e lo sguardo fisso sui faldoni grigi in fila nella libreria di fronte.
“Anto lo vuoi un caffè?” Fabrizio mette dentro la testa e lei sobbalza sulla sedia.
“Non dirmi che ti ho spaventata?!”
“Spaventata no, diciamo che mi hai sorpreso. Dai Fabri portami questo caffè e siediti a fare due chiacchiere”
I caffè arrivano. Fabrizio appoggia le tazzine sulla scrivania e mostra due bustine di zucchero.
“Bianco o di canna?”
Antonella alza gli occhi al cielo, l’espresso lo prende amaro da sempre e l’ispettore Fabrizio Tacconi lo sa, ma si diverte a fare questa battuta ogni caffè che Dio manda in terra.
“Fabrizio sono sul caso Rinaldi”
“Ancora!”
“Si ancora, perché qualcuno l’ha risolto a mia insaputa? Sappiamo chi è l’assassino? No. E allora?”
“Stasera gioca l’Italia ed io voglio andare a casa: pizza e birra ghiacciata”
Antonella prosegue insensibile.
“Ascolta: Irene esce di casa verso le 10 del 22 ottobre, abbiamo la testimonianza della domestica che è l’ultima a vederla viva. Non sappiamo dove va, ma sicuramente ad una cert’ora arriva alla villa al mare, parcheggia l’auto in garage e si dirige alla spiaggetta tra gli scogli. Nel pomeriggio prima delle 16, visto che l’anatomo patologo ci dice che quella è presumibilmente l’ora della morte, decide di salire in casa dove viene strangolata”
“E fin qui è cosa nota, dai bevi il caffè che si fredda. Chi hai sentito?”
“Tutti. La sorella era da tutt’altra parte, alibi di ferro, nessun movente. La domestica ha riferito che la signora è uscita senza dirle nulla. Il marito pare fosse in ufficio, per altro confermato dalla segretaria che gli ha parlato con l’interfono, ma ci sono almeno due vie di accesso allo studio. Anche qui nessun movente, o meglio non c’è un movente che conosciamo. Non dimentichiamo che la domestica ha dichiarato che da qualche tempo la signora era triste e pensierosa”
“Se dovessimo sospettare di tutti i mariti le cui mogli sono tristi e pensierose…..”
“Fabrizio torniamo alla villa e riparliamo con il custode. Mi è sembrato un po’ vago, eppure dovrebbe sapere tutto di tutti.”
“E magari ci racconta qualche bella storia di corna. Va bene Anto, a domani”


Epilogo
Finalmente.
La poliziotta gentile e il suo collega simpatico hanno chiesto a Ferdinando di venire alla villa ed io so come comportarmi. In questi giorni di ozio e vagabondaggio ho preso consapevolezza di cosa spaventa le persone, sì insomma i vivi.
Ferdinando sembra tranquillo. Antonella e Fabrizio provano a metterlo a suo agio con domande di routine, ma io sto aspettando l’affondo che arriva quando gli chiedono di ricordare quale giorno ha visto le auto parcheggiate all’ingresso della casa.
Ferdinando guarda di qua e di là quasi che cercasse la risposta scritta sui muri e poi con voce incerta dice che ci ha ripensato, non è proprio sicuro….
Un soffio gelato gli arriva all’improvviso sul collo. Si tace un istante e quando riprende a parlare con grande sforzo soffio ancora più forte sulla nuca e giù lungo la schiena.
“…anzi mi ricordo, era il 22 ottobre e davanti alla porta ho visto la Mercedes del Dott. Rinaldi e una Tesla scura con targa svizzera, sono sceso a guardarla, una gran macchina.”
Se i morti potessero ridere direi che sto sorridendo soddisfatta. Mi resta la parte più difficile.
Rimasti soli Antonella e Fabrizio si rivolgono uno sguardo d’intesa.
“Chiamo la centrale per fare un controllo sulla Tesla” dice Fabrizio.
“Ed io convoco il Dott. Rinaldi, qui subito”.
E brava Antonella, ora sì che ce la giochiamo.
I pensieri di Marco mentre guida sono più tortuosi della strada che percorre: calma, infondo hanno richiesto la mia presenza solo per qualche precisazione.
Ma io mi insinuo nella sua testa, agito le idee, creo dubbi in un continuo fai e disfa. Gli tremano le mani a Marco, stringe forte il volante, gli occhi fissi sulla strada.
Dentro la villa ci siamo tutti: Antonella, Fabrizio, Marco e naturalmente io.
“Dott. Rinaldi il pomeriggio del 22 ottobre non era nel suo studio, ma qui - scandisce Antonella – si è incontrato con Carmine Lombardo, latitante di Cosa Nostra, che lei ben conosce perché ne è il prestanome e socio in affari”
Il viso di Marco è bianco e duro come il marmo.
“Non si è accorto che anche sua moglie era alla villa perché aveva parcheggiato la sua Smart in garage, ma quando Irene è salita dalla spiaggia, da dietro quella porta ha sentito le vostre voci, ha ascoltato ciò che non avrebbe mai dovuto sapere: è diventata una testimone scomoda per lei e inaccettabile per Don Carmelo.”
Ora. Mi impegno allo spasimo, abbasso senza fretta la maniglia e apro lentamente la porta che dà sulle scale. Marco, a bocca aperta, il respiro corto, fissa il vano buio che gli si apre davanti come un baratro, percepisce la mia presenza nell’oscurità, il mio respiro sempre più sottile sotto la pressione delle sue mani sulla gola, quando la porta si richiude con un tonfo secco. Le uscite di scena ad effetto mi sono sempre piaciute!
“Non poteva perdere tutto quello per cui ha lavorato una vita, vero Dott. Rinaldi? – incalza Antonella – i soldi facili, le amicizie che contano, gli affari, per tutto questo sua moglie era sacrificabile”
Non so bene dove ma adesso posso andarmene là dove siamo tanti, piano piano perché mi sento stanchissima.

Làdove siamo tanti testo di Bricioledipane
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