Acqua e cielo

scritto da Malax
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Malax
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Estratto da un libro fantasy che sto scrivendo.
- Nota dell'autore Malax

Testo: Acqua e cielo
di Malax

“C’era una volta un giovane pescatore di nome Aliq. Era molto povero perché tutto quel che possedeva, a parte una palafitta cadente dove viveva con la vecchia madre, era una barchetta, in cui a malapena riusciva a sedersi. Nonostante questo era sempre di umore gaio e scherzoso ed era ben voluto dagli abitanti di Lagoduello. Le sue battute di pesca erano raramente ricche, ma, quando ciò accadeva, non esitava a dividere il pescato con gli abitanti più poveri del villaggio. Si guadagnò così il nome di Aliq il generoso e lo onorava ogni volta che poteva. Il governatore del suo villaggio si chiamava Deiwots; era uomo molto ricco ed era stato molto influente presso il re del tempo; era però caduto in disgrazia ed era stato inviato in qualità di luogotenente del re in quelle povere terre. Aveva due figli gemelli: Kemelon, un maschio, e Woda, una femmina.
Era usanza che nel settimo mese dell’anno si tenesse una gran festa: era chiamata la festa dell’acqua; si svolgeva in due giorni consecutivi, durante il plenilunio; le barche dei pescatori uscivano tutte insieme durante la notte. Il primo giorno solcavano le acque placide di Lagoduello; il secondo, scendevano lungo il fiume Rivo che da Lagoduello raggiungeva il mare; seguivano la scia lattiginosa della luna sull’acqua; dopo tre miglia si fermavano e gettavano nel lago o nel mare un pesce vivo, come augurio di ricca pesca per l’anno. Durante una di queste feste, Aliq, che partecipava come tutti i pescatori a quel rituale, vide, tra la folla di donne e bambini che si assiepavano sulle sponde per seguire la cerimonia, una ragazza bellissima: aveva i capelli color del sole e gli occhi color del cielo di Primavera. Era Woda che, raggiunta la maggiore età, per la prima volta compariva in pubblico. Rimase subito folgorato da cotale bellezza e se ne innamorò perdutamente.
Il suo umore si fece più umbratile nei giorni seguenti e la madre ne era profondamente preoccupata; il ragazzo si rendeva perfettamente conto che l’amore tra un povero pescatore e la figlia del ricco governatore era impossibile. La madre insistette a lungo per conoscere le ragioni del turbamento del figlio e alla fine Aliq cedette e le raccontò del suo tormento.
“Figlio mio” disse la madre “come puoi provare amore per una ragazza che non conosci? L’amore è cosa profonda e viscerale; sei solo invaghito della sua bellezza”.
Ma Aliq era convinto di ciò che provava e almanaccava i modi per rivedere Woda. La ragazza non usciva mai dal piccolo maniero che sorgeva sulla sponda orientale di Lagoduello. Lui di certo non poteva andare al castello e chiedere di vedere la figlia del luogotenente! Così tentò di ascoltare le parole della madre, anche se il cuore gli diceva altro.
Accadde un giorno che, mentre pescava sul lago, una insolita corrente catturò la sua barca. Nel tentativo di risalirla perse l’unico remo che aveva e non gli restò che lasciarsi trascinare. Fu così, per caso, che giunse nel versante orientale dl lago, proprio vicino al palazzo di Deiwots. Era l’ora del tramonto ed il sole aveva volto il cammino verso l’ovest, dopo una giornata mite e benevola. Quale tuffo al cuore, quando Aliq vide seduta sulla sponda l’amata figura di Woda; era in compagnia del suo cucciolo di tigre e non si accorse della barca che si era avvicinata alla sponda, perché teneva gli occhi chiusi beandosi della luce violacea che si fermava sulle palpebre. Aliq prese coraggio, perché sapeva che un’occasione del genere non sarebbe più capitata. Si pizzicò le gambe, si diede un paio di buffetti sulla guancia e poi, sforzandosi di riuscire il più cortese ed educato possibile, gridò alla ragazza:
“Buonasera dama più splendente di ogni dama che esiste. Io sono domo d’amore e non riesco più a dormire; i vostri dorati capelli e la vostra odorosa pelle danno danno alla mia anima…”.
La ragazza che aveva aperto gli occhi, spaventata dall’improvvisa voce, guardò il giovane e non poté fare a meno di scoppiare a ridere. Aliq si sentì umiliato, ma vedendo questo Woda si affrettò a chiarire:
“Non rido di te, mio giovane amico. Rido per quello che hai detto: il tuo discorso è alquanto buffo”.
Aliq arrossì e blaterò:
“Mi scusi gentile fanciulla. Io sono solo un umile pescatore ed il pesce è il mio mestiere, non le parole”.
Woda, che era d’animo gentile e sensibile, si dispiacque di aver mortificato il pescatore. Per rimediare allora disse:
“Perché non ti avvicini ancor più con la barca, così possiamo discorrere un poco. Io non vedo molta gente”.
Ad Aliq non parve vero di udire quelle parole e la sua anima lasciò le acque per saltare nel cielo. Si affannò a mulinare le braccia, improvvisati remi, per avvicinarsi alla riva. Woda però si era già un po’ pentita di quell’invito perché quel ragazzo era uno sconosciuto e poteva avere cattive intenzioni, anche se il suo aspetto sembrava mite. Allora aggiunse:
“Avvicinati, ma non scendere! Se scenderai la mia tigre…” troncò la frase cercando di avere uno sguardo torvo e diede un buffetto alla tigre perché ruggisse; la tigre le fece le fusa e il suo sguardo fu più buffo che torvo.
Ma Aliq non pensava a sbarcare: già era incredibile essere riuscito ad avvicinarsi e a parlare alla ragazza.
Così prese ad andare ogni sera vicino alla sponda del lago e a parlare un’ora con Woda che gradatamente imparò ad apprezzare la compagnia di quel giovane, un po’ buffo, ma buono e cortese. Si conobbero e l’amore che empiva il cuore di Aliq debordò anche nel cuore di Woda. Venne il giorno in cui Aliq giunse come al solito al luogo dell’appuntamento e Woda gli disse:
“Sono ormai trenta giorni che ci conosciamo. Mio buon amico a me piacerebbe” e qui la pelle chiara divenne infuocata “che potessi scendere dalla barca e venire a sedere vicino a me”.
Aliq sentì un tuffo al cuore e un istante dopo Woda sentì un tuffo nell’acqua: il giovane pescatore si era gettato in acqua e in poche bracciate era a riva. Uscì tutto sgocciolante, con un’alga che gli calava dai capelli sugli occhi e la ragazza rise. Ma, come mise piede sul bagnasciuga, si udì un trambusto improvviso e due guardie armate uscirono da alcuni cespugli lì vicino.
“Per ordine del luogotenente Deiwots sei in arresto”.
Così Aliq fu incatenato e portato nel palazzo, mentre Woda protestava inutilmente con le guardie, ignara di ciò che era successo qualche giorno prima. Una delle serve del palazzo aveva casualmente osservato la scena che si svolgeva al tramonto, sulle sponde del lago. Era subito corsa a riferirlo a Deiwots che aveva ordinato a due guardie di appostarsi vicino alla riva del lago e di catturare il ragazzo quando fosse sceso.
Così Aliq fu imprigionato e nella sua celletta si torceva le mani e aveva voglia di piangere. L’agonia dell’attesa fu però di breve durata perché Deiwots in persona venne a parlare con lui:
“Giovane sfrontato, volevi far del male alla mia bambina? Sarai severamente punito per la tua insolenza. Hai da dire qualcosa a tua discolpa?”.
Allora Aliq aprì le cateratte del cuore e gli disse tutto del suo amore per Woda.
Deiwots era un uomo buono e giusto e capì che il giovane non era un pericolo; ma, del resto, era impossibile approvare l’amore di Woda per un povero pescatore. Allora disse:
“Aliq, così hai detto di chiamarti, darò ordine che tu sia liberato. Se fossi padrone del cielo e del mare potrei approvare il vostro amore; ma siccome non lo sono e le tradizioni e le usanze vanno rispettate, mia figlia andrà in sposa a un suo pari. Non farti più vedere da lei, altrimenti la prossima volta non sarò così clemente. Ora va in pace alla tua casa”.

“Ma queste tradizioni! Perché devono esistere cose così sciocche da impedire cose così belle!” interloquì Trejano.
Crise sorrise e rispose:
“Stiamo combattendo proprio questo. Comunque la storia non è finita”. E così dicendo riprese:

“Aliq tornò nella sua palafitta, ma era ancora più malato di quanto era stato prima: la ragazza che amava era stata così vicina a lui ed ora era invece così lontana. Magari Deiwots fosse stato padrone di cielo e mare! Ma era impossibile e non restava che mettersi il cuore in pace. Tentò così di riprendere la solita vita, ma era sempre triste e pigro. Una notte, mentre oziava nella sua barca nel mezzo del mare invece di pescare, sentì uno sciabordio che si avvicinava. Aguzzò gli occhi e vide, nell’oscurità occhieggiata dai riflessi della luna sull’acqua, una strana figura che si avvicinava nuotando. Era una ragazza e subito Aliq si sporse tentando di aiutarla a salire sulla minuscola barca. Lei però si fermò a qualche metro e gli disse:
“Tu non mi conosci Aliq. Io conosco te invece. Ti ho osservato per anni, ho seguito silenziosamente la tua scia nell’acqua, sono stata felice quando tu eri felice e sono triste ora che tu sei triste. So cosa ti affligge: l’hai raccontato mille volte al mare, credendo che nessuno potesse sentirti. Invece io ti ho ascoltato”.
“Ma chi sei?” chiese il ragazzo interdetto e un po’ intimorito.
“Il mio nome è Gala e sono uno degli Antichi”.
Antichi era il nome con cui erano chiamati gli esseri che popolavano Limb sul limitare dell’età dell’opale.
“Sono una sirena” e così dicendo una coda di pesce affiorò dalle acque davanti agli occhi increduli di Aliq.
“Per me questa è l’ultima notte sulla terra di Limb, poi raggiungerò le mie compagne nel mondo che vive al di sopra del mare. Non posso più rimandare la mia partenza perché l’era degli Antichi del mare è finita. Sappi però che ti ho amato silenziosamente in tutti questi anni. Il nostro amore era impossibile”.
il ragazzo era completamente frastornato. Una sirena e, soprattutto, una sirena che diceva di amarlo. Era ammutolito. Gala proseguì:
“Il nostro amore era impossibile perché il mio mondo era destinato a finire; ma non il tuo amore per lei” e su quel lei Gala fece un immenso sforzo.
“Che significa?”.
“Significa che il vostro amore non è impossibile perché c’è una condizione: come hai sempre ripetuto negli ultimi giorni, ‘Se fossi padrone del cielo e del mare potrei approvare il vostro amore’”.
“Ma è impossibile possedere cielo e mare” rispose il ragazzo sconsolato.
“Invece si può: questa notte è l’ultima per noi Antichi del mare. E all’orizzonte cielo e mare si incontreranno così che io possa saltare nel cielo e raggiungere le mie compagne. Cielo e mare si sfioreranno in un solo punto e dal loro incontro nascerà una gemma; tu verrai con me e dovrai essere lesto a catturala perché poi affonderà nel mare e non potrà mai più essere recuperata”.
Aliq era scettico, ma, sprezzante di qualsiasi pericolo perché la vita non gli era più cara, decise di dare ascolto a Gala. Tornò allora a riva, dove ormeggiò la barca prendendo il solo coltello da pesca. Dopodiché si gettò in acqua e raggiunse, dopo aver nuotato alcuni minuti, il luogo convenuto con Gala. La sirena lo fece salire sul suo dorso e cominciò a nuotare. Si sentiva avvampare, nel contatto col corpo dell’amato, mentre Aliq era silenzioso, immerso in strane fantasticherie, come se non fosse già abbastanza fantastico viaggiare sul dorso di una sirena. Gala nuotò per ore, nel silenzio incrinato solo dall’acqua che scivolava loro di dosso. Aliq aveva già le gambe dolenti che serrava strettamente per non cadere. Improvvisamente Gala si fermò e disse:
“Il punto è questo”.
il pescatore si guardò intorno, ma si vedeva solo il blu notturno del mare illuminato dalla luna.
“Sei sicura? Come fai a saperlo? Quando succederà?”
“Quando la luna raggiungerà lo zenit vedrai”.
Aliq allora tacque di nuovo, nell’attesa dell’evento. Gala lo guardava, inebriandosi del profumo della sua pelle, del suo sguardo muto e pensoso. La luna corse veloce nel cielo, salendo sempre di più, poi fu allo zenit.
Allora con un sordo rombo, proveniente da sconosciute profondità, il mare cominciò a ribollire. Aliq si riscosse impaurito, ma Gala sembrava tranquilla. Il rombo si trasformò in acqua che saliva verso il cielo ed il cielo sembrò d’improvviso crollare, le stelle farsi giganti, accecanti. Aliq si aggrappò con più forza a Gala e d’improvviso cielo e mare si baciarono in un minuto punto. Allora, come in un sogno, Aliq vide che dal bacio nasceva gradatamente una piccola gemma; capì che non era sogno, ma realtà e che Gala aveva narrato una storia incredibile, ma vera. Capì anche che doveva fare presto, doveva prendere la gemma che si stava formando:
“Ti sarò eternamente grato Gala. Addio” disse nella fretta di gettarsi sulla gemma; ma, lanciatosi dal dorso della sirena, rimase sospeso tra cielo e mare. Gala lo teneva saldamente per una mano. Aliq vide con terrore che cielo e mare stavano per separarsi e che la gemma era quasi completamente formata.
“Verrai con me Aliq, nelle terre del cielo e vivremo eternamente insieme”. Gala rideva ora, sembrava la risata di una folle e allora Aliq capì la follia del suo amore. Voleva trascinarlo con lei, ma lui era di Woda. Tentò di divincolarsi, ma la stretta della sirena aveva una forza sovrumana. In un istante decise: sfoderò il coltello da pesca e con un colpo netto si mozzò la mano destra che la sirena ancora teneva. Gala urlò. Il mare si staccò dal cielo e un istante prima Aliq ripiombò nell’acqua; la mano sinistra tesa ghermì la gemma, prima che piombasse per sempre nelle profondità marine. Gala rapida scomparve per sempre, urlando nel cielo il suo dolore. Aliq era ora solo, il mare ribollente attorno a sè. Tre volte andò sottacqua e tre volte riuscì a tornare a galla. L’acqua salsa gli inondava la gola, non riusciva a nuotare privo della mano destra e con la sinistra chiusa. Allora mise rapidamente la gemma in bocca, tentò di tenersi a galla, ma onde e vortici lo trascinavano verso il basso. Lottò con tutte le sue forze, ma la debolezza già si inerpicava dalla mano monca a tutto il corpo. Andò ancora giù, poi risalì. Non aveva ormai più forze. Allora abbandonò la lotta, ripensò ancora una volta a Woda, ai capelli color dell’oro, agli occhi color del cielo di Primavera. Chiuse gli occhi e attese la morte, mentre scivolava ormai inerte allontanandosi dalla superficie del mare.
Ma vide che non soffocava; si rese conto che la gemma che teneva in bocca gli regalava ossigeno; il padre Cielo lo sostentava con l’aria racchiusa nella gemma. Il mare andò gradatamente calmandosi e Aliq riuscì a riemergere. Indebolito dalla ferita cercava di nuotare verso dove credeva fosse la terraferma. Riuscì a resistere un giorno intero, poi una grande barca da pesca che passava di lì lo issò a bordo. Perse i sensi e si risvegliò due giorni dopo nel letto della sua casa, con la madre che lo vegliava ininterrottamente. Uno dei pescatori che l’avevano salvato era del suo villaggio e così l’avevano riportato a Lagoduello.
“Aliq!” esclamò la madre quando aprì gli occhi.
Il ragazzo frastornato la guardò, poi guardò la mano destra che gli bruciava e vide che era strettamente fasciata. Ma al posto della mano c’era un moncherino. Senza dire una parola si alzò sulle gambe malferme, allontanando la madre che gli diceva di rimettersi a letto, e si avviò verso la porta. La madre cercava di trattenerlo tenendolo per il braccio destro. Allora Aliq parlò:
“Madre, lasciami. Ho già tagliato la mia mano destra e non esiterò a fare lo stesso con il braccio”.
La madre lo lasciò piangendo e Aliq imboccò l’uscita. Si diresse senza perder tempo verso il maniero del luogotenente; entrare sarebbe stato un problema, ma un problema che avrebbe affrontato dopo. Lo scoglio principale era ora raggiungerlo il maniero. I passi si facevano via via più malfermi e le forze lo stavano abbandonando di nuovo. Ma in quel momento si sentì un suono di corno e Deiwots, insieme a due uomini di scorta, giunse a cavallo proprio davanti al giovane, che riconobbe.
“Ve li dono” disse Aliq porgendogli la gemma.
Il luogotenente non capiva, Aliq era sempre più debole.
“Se fossi padrone del cielo e del mare potrei approvare il vostro amore’. Ora lo siete” disse Aliq e svenne.
Deiwots stringeva ora nella mano la gemma, di un blu cangiante. L’avvicinò di più agli occhi e vide al suo interno piccole nubi solcare il mare che era anche cielo e minute onde increspare il cielo che era anche mare. Allora diede ordine alle guardie di issare sul cavallo il giovane e di portarlo nel suo maniero.
Fu curato dai migliori cerusici del luogo e, quando si fu ristabilito, Deiwots si fece raccontare per filo e per segno la sua storia. Alla fine tenne fede alla sua parola:
“Se fossi padrone del cielo e del mare potrei approvare il vostro amore. Tengo fede alla mia parola: ora lo sono e dunque avrai mia figlia come sposa”.
Il matrimonio fu celebrato e fu lungo e felice, perché l’acquamarina, nata dallo sposalizio del cielo e del mare, vegliò benevola sulla loro unione, come fa ancora oggi per gli abitanti di Acquamarina. Aliq il monco divenne anche saggio, oltre che buono, e fu a lungo consigliere del nuovo luogotenente Kemelon”.
Acqua e cielo testo di Malax
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