I gatti di Ulthar

scritto da davi55
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di Howard Phillips Lovecraft
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Testo: I gatti di Ulthar
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Si racconta che in Ulthar, la città distesa oltre le rive del fiume Skai, nessuno può uccidere un gatto e questo posso invero crederlo mentre guardo quello che fa le fusa vicino al fuoco. Il gatto è indecifrabile e vicino a strane cose che gli esseri umani non possono vedere. Lui è l’anima dell’antico Egitto, portatore di storie delle dimenticate città di Meroe e Ophir. Consanguineo del Re della foresta, erede dei segreti dell’antica e tenebrosa Africa. La Sfinge è sua cugina e Lui ne conosce il linguaggio; ma è più antico della Sfinge e ricorda ciò che ella ha dimenticato.

A Ulthar, prima che le autorità locali proibissero l’uccisione dei gatti, vivevano un fittavolo e sua moglie che si deliziavano nel catturare e uccidere i gatti dei loro vicini. Perché si comportassero in tale maniera non è dato saperlo; salvo che a molti non piace ascoltare la voce dei gatti durante la notte, e se ne hanno a male del loro scorrazzare tra campi e giardini al tramonto. Quale che fosse la ragione per la quale trovavano piacere nel catturare e uccidere ogni gatto che si avventurava nei pressi della loro capanna; a giudicare da ciò che potevi ascoltare una volta fatto buio, molti abitanti della cittadina immaginarono che le modalità dell’uccisione fossero esageratamente peculiari. Nello stesso tempo preferirono non affrontare l’argomento con il vecchio e sua moglie; un po' per via della truce espressione sulle facce raggrinzite dei due, e soprattutto perché la loro capanna era così piccola, sprofondata nell’ombra dei rami delle querce in fondo ad un terreno incolto. A dire il vero molti proprietari di gatti odiavano quelle due strane persone, ancor più le temevano; e invece di trattarli per quello che erano, dei brutali assassini, semplicemente presero cura che nessuno degli adorati animali andasse in direzione della solitaria capanna sotto l’ombra scura degli alberi. Se poi per una qualche inevitabile svista non si trovava più un gatto e la notte si erano sentiti certi rumori al malcapitato non rimaneva che lamentarsi, o consolare se stesso che una simile sorte non fosse toccata ad uno dei suoi figli. Questo dimostra come fosse semplice la gente di Ulthar, che non aveva nessuna idea del luogo dal quale tutti i gatti provengono.

Un giorno, una carovana di strani viandanti provenienti dal Sud, attraversò le strette vie acciottolate di Ulthar. Erano viaggiatori neri, diversi da quella gente che passava in città due volte l’anno. Nella piazza del mercato leggevano la fortuna per una moneta d’argento con la quale compravano dai mercanti allegre perline colorate. Nessuno seppe dire da dove provenissero; ma furono visti pregare e darsi a strani rituali, sulle fiancate dei loro carri erano dipinte strane figure con corpi da uomini ma teste di gatti, aquile, montoni e leoni. Colui che li guidava indossava uno strano copricapo con due corni che avevano un disco nel mezzo. C’era in questa originale carovana un ragazzetto senza padre né madre che aveva con sé un gattino nero. La pestilenza non era stata buona con lui e gli aveva lasciato soltanto quella piccola cosa pelosa a mitigare il suo dolore, e quando si è molto giovani, si può avere un grande sollievo dai vivaci, buffi comportamenti di un gattino nero. Così, il ragazzo che chiamavano Menes molto più spesso sorrideva anziché piangere, mentre sedeva giocando con il suo gattino sui gradini di un carro dagli strani dipinti. La mattina del terzo giorno che i girovaghi trascorrevano nella città, Menes non trovava più il suo gattino; come entrò singhiozzando nella piazza del mercato alcuni abitanti gli raccontarono del vecchio e sua moglie, e di ciò che avevano udito quella notte. Appena venuto a conoscenza di queste cose, Menes smise di piangere, restando in un profondo raccoglimento, dopodiché iniziò a pregare. Sollevò le sue braccia in direzione del sole e pregò in una lingua che nessuno degli abitanti poté intendere; anche se bisogna dire che non ci provarono più di tanto attratti com’erano dal cielo e dalle strane forme che stavano assumendo le nuvole. Può sembrare strano, ma non appena il ragazzetto innalzò la sua supplica sopra le loro teste apparvero confuse, indistinte figure dall’aspetto esotico, ibride creature con sulla fronte dischi fiancheggiati da corna. La natura è piena di di tali illusioni che colpiscono chi è più dotato d’immaginazione.

Quella notte, i nomadi lasciarono Ulthar, e nessuno li vide più. Ma un certo turbamento si diffuse tra i cittadini quando si accorsero che non c’era un gatto in giro. Erano come svaniti, gatti grandi e piccoli, neri, grigi, striati, ocra e bianchi. Old Kranon il borgomastro, insinuò che quella gente nera aveva portato via i gatti come vendetta per l’uccisione del gattino di Menes; allora maledì la carovana e il ragazzetto. Ma Nith, il magro notaio, disse che il vecchio e sua moglie, erano le persone da sospettare perché il loro odio verso i gatti era risaputo e sempre più sfacciato. Tuttavia nessuno osò incolpare la sinistra coppia; nemmeno quando il piccolo Atal, il figlio dell’oste, giurò che al tramonto aveva visto tutti i gatti di Ulthar nel malefico posto sotto gli alberi, girare in cerchio con andatura lenta e solenne intorno alla capanna, in fila per due, come stessero compiendo un inaudito, bestiale rituale. I cittadini non sapevano quanto fidarsi delle parole di un bambino e nonostante temessero che la diabolica coppia avesse attirato i gatti, per poi ucciderli, preferirono non provocare il vecchio fittavolo almeno fino a quando non fosse uscito dal suo scuro, tetro anfratto. Così Ulthar, piena di sdegno si addormentò, e la mattina dopo, con grande sorpresa di tutti, ogni gatto era ritornato al consueto focolare. Grandi e piccoli, neri, grigi, striati, ocra e bianchi, non ne mancava uno. Apparivano pigri e sazi, con fusa sonore esprimevano la loro felicità. I cittadini si interrogavano, l’uno con l’altro, sull’affare che meravigliò non poco. Old Kranon insistette che li avessero presi i girovaghi neri, dato che non sarebbero tornati vivi dalla capanna del vecchio e di sua moglie. Su una cosa, però, furono tutti d’accordo: il loro astenersi dal mangiare, dal bere il latte dal piattino, era estremamente insolito. Per due giorni interi i pigri, sazi gatti di Ulthar non toccarono cibo, solo sonnecchiavano vicino al fuoco o sdraiati al sole.

Trascorse una settimana prima che qualcuno si accorgesse che al tramonto la finestra della capanna sotto gli alberi rimaneva buia. Il magro Nith aggiunse che nessuno aveva più visto i due dalla notte nella quale erano scomparsi tutti i gatti. Trascorsa un’altra settimana, il borgomastro decise di vincere le sua paure e dato che era un suo dovere, recarsi all’abitazione stranamente silenziosa, come precauzione portò con sé Shang il fabbro e Thul lo scalpellino come testimoni. Una volta che ebbero sfondato la malridotta porta trovarono soltanto questo: in terra sul pavimento due scheletri umani perfettamente ripuliti e una grande quantità di esotici scarabei che corsero a rifugiarsi negli angoli bui della stanza. Ci fu, di conseguenza, un gran parlare tra i cittadini di Ulthar. Zoth, il medico legale disputò a lungo con Nith, il magro notaio, e Kranon, Shang e Thul furono sommersi di domande. Anche il piccolo Atal, il figlio dell’oste, con la promessa di un dolcetto fu sentito di nuovo. Parlarono del vecchio e di sua moglie, della carovana dei vagabondi neri, del piccolo Menes e del suo gattino, di come il cielo si fosse mutato durante la sua preghiera, di ciò che i gatti avevano fatto la notte che la carovana era ripartita, e di ciò che in seguito venne scoperto nella buia capanna sotto l’ombra degli alberi in quel tetro prato.

Alla fine venne approvata quella legge della quale parlano i mercanti in Hatheg e discutono i viaggiatori in Nir; più semplicemente, che in Ulthar nessuno può uccidere un gatto.

(traduzione di davi55)
I gatti di Ulthar testo di davi55
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