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Quell’estate, Rodolfo nuotava parecchio.
Aveva cominciato ai primi di maggio, immergendo titubante un piede nell’acqua. Non era stagione di bagni, non ancora, ma il mare sembrava così caldo, così invitante…
«Il mondo sta cambiando» aveva commentato il vecchio Tano. Era una delle cinque persone che trascorreva tutto l’anno sull’isola. Da giovane era stato pescatore, marinaio, e molto altro ancora. Ora la sua occupazione era starsene seduto sul molo a osservare i forestieri.
«Il mondo sta cambiando» aveva ripetuto, fissando l’orizzonte con gli occhi resi opachi dalla cataratta.
Rodolfo si era tuffato in mare.
Rodolfo avrebbe dovuto trascorrere sull’isola un anno, elaborando, in solitudine, alcuni programmi commissionatigli da una ditta specializzata in analisi dei flussi di dati sui social network.
A cosa servissero esattamente quei programmi, Rodolfo lo ignorava e, forse, lo ignoravano pure i suoi committenti, che lavoravano in subappalto per un subappaltatore.
Quando aveva stipulato il contratto, Rodolfo credeva di averli fregati. Aveva chiesto e ottenuto un anno, spesato, sull’isola, quando sei mesi, per quel tipo di lavoro, sarebbero stati più che sufficienti.
Ora non ne era più tanto sicuro.
L’estate era arrivata in anticipo e il mare, battendo monotono contro gli scogli sotto la finestra, gli pareva un continuo, incessante richiamo.
Rodolfo si affacciava fissando la linea frastagliata della costa, i giochi di luce che il sole rovente creava sull’acqua salata, il riverbero della sabbia chiara nella luce violenta del pomeriggio.
Alla fine smetteva di lavorare e andava al mare.
Prima che maggio finisse era in grado di nuotare senza sosta per quasi quattro ore al giorno.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra. Gambe a pelo dell’acqua, linea del bacino orizzontale sulla superficie.
Si era talmente abituato che gli occhi non gli bruciavano più e l’acqua che entrava nelle orecchie non gli dava fastidio.
I primi turisti arrivarono sull’isola a giugno. Si trattava di ricchi anziani, per lo più. Gente che fuggiva dalla vampa di un’estate precoce rifugiandosi nelle smilze, profonde ombre delle case bianche, abbarbicate sulla roccia riarsa.
Tano li osservava dal molo e i suoi occhi opachi lacrimavano spesso.
Rodolfo era in grado di nuotare per ore, ormai.
Il torace era diventato più ampio e i muscoli avevano assunto la caratteristica forma allungata dei nuotatori.
Quando era sulla terraferma gli sembrava di barcollare, come afflitto da una forma di labirintite, e non vedeva l’ora di tornare in acqua.
«Io torno a casa, in Senegal» gli aveva detto Jacques, ritto sulla sabbia indorata dal sole al tramonto. Cingeva moglie e figli, abbracciandoli, come se volesse proteggerli.
«Sarà un’estate lunga e calda, verrà molta gente. Forse ti conviene aspettare» aveva ribattuto Rodolfo. Era appena uscito dall’acqua ma stava già sudando. Jacques aveva scosso la testa. «No» aveva detto «Troppo caldo. Qui tutto sta finendo. Lui lo sa» aveva accennato a Tano, immobile sul molo come una sfinge carica di segreti dolorosi. «E anche tu. Solo che non te ne sei accorto».
Rodolfo non aveva saputo che ribattere.
Aveva visto Jacques e la sua famiglia dirigersi verso il traghetto, le sagome tremolanti nell’aria arroventata.
Non era stato lì a guardarli salire e si era di nuovo tuffato in acqua.
Jacques aveva ragione.
I ricchi vacanzieri che erano arrivati in anticipo rispetto alla solita stagione, erano anche partiti prima del tempo, fuggendo da una calura che stava rendendo inabitabile l’intero Mediterraneo.
Rodolfo aveva visto i loro yacht, le loro barche salpare come navi di emigranti certi di non far più ritorno.
Li aveva osservati galleggiando nel mare caldo come un catino esposto al sole del mezzogiorno, poi si era immerso verso acque più profonde e più fresche.
A settembre, Tano aveva insistito per mostrargli come coltivare l’orticello che stava a fianco della sua casupola. «Io non potrò occuparmene per sempre» aveva detto «Ti servirà».
Rodolfo lo ascoltava distrattamente, più per pietà che per convinzione. Il vecchio si sentiva solo. Non erano rimasti che loro due sull’isola e le case di vacanza erano vuote e silenziose come sepolcri abbandonati.
Tano gli aveva anche mostrato dove, sotto le rocce più alte, si trovava la fossa che raccoglieva le rare piogge, conservandole per tutta la stagione. «Quest’anno non ci sono stati turisti e l’acqua portata dalle navi è rimasta quasi inutilizzata, ma presto o tardi finirà ed è bene che ti prepari» aveva spiegato.&
Secondo il calendario era autunno, ma la temperatura non era ancora scesa sotto i trenta gradi.
Il vecchio gli aveva anche mostrato le tane dei pochi conigli spelacchiati che vivevano sull’isola.
Rodolfo lo aveva seguito senza interesse, barcollando sotto la canicola mentre camminava nell’interno infuocato, pensando solo a quando si sarebbe tuffato di nuovo in acqua.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
Ormai nuotava in sincronia perfetta con le onde, qualunque fosse la condizione del vento o delle onde, come se il suo cuore battesse allo stesso ritmo del mare, o viceversa.
L’autunno arrivò e passò quasi senza che Rodolfo se ne accorgesse.
A dicembre vide l’immensa, cupa massa del primo uragano mediterraneo lambire l’orizzonte, dirigendosi verso il continente.
Prima che la connessione alla rete saltasse e prima che il vento spazzasse via la parabola sul tetto di casa, Rodolfo seppe che i morti, nei paesi rivieraschi, erano migliaia.
Quando fu passato, il sole tornò a splendere sul mare immutato e accogliente.
Rodolfo si gettò in acqua.
In primavera inoltrata, mentre si lasciava trasportare dalla corrente come dall’abbraccio di un’amante, Rodolfo scorse una nave lontana e, improvvisamente, si rese conto che da molto tempo, ormai, non si vedevano traghetti, petroliere, navi da crociera e neppure barche a vela o motoscafi e imbarcazioni da diporto.
Il molo era abbandonato da mesi e anche Tano pareva aver smesso di frequentarlo.
Se ne rese conto con opaco distacco, come di un fatto curioso, ma non troppo importante.
Continuò a lasciarsi cullare dalle onde, domandandosi se quello era l’aspetto che il mare aveva avuto un tempo, quando le uniche imbarcazioni erano poco più che zattere legate alla bell’e meglio, poi si stancò di fare il morto e riprese a nuotare.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
Per la fine dell’inverno era diventato abbastanza bravo da afferrare i pesci con un solo colpo di una vecchia fiocina che aveva trovato in un angolo di casa.
Gli esemplari più vecchi, più malati, non gli sfuggivano mai.
Riusciva a rimanere immerso per minuti e, un paio di volte, si domandò quale fosse il record mondiale di apnea.
Da settimane non giungevano notizie dal continente, il cellulare non aveva campo e i giornali non arrivavano. Non aveva modo di controllare.
La curiosità si affievolì e lui la lasciò morire.
Più d’una volta, riemergendo dalle fresche profondità oscure, aveva avuto l’impressione che il sole si fosse spostato di molto rispetto a quando si era immerso.
Era un sole feroce, spietato, malgrado il calendario gli dicesse che si era a febbraio… ma forse aveva solo perso la nozione del tempo.
Magari si era ancora in estate… o si era di nuovo in estate.
L’avrebbe chiesto a Tano.
Rimanere sulla terraferma gli costava fatica.
Barcollava, faceva fatica a respirare, vedeva doppio.
Quando le tempeste si abbattevano sull’isola, doveva frenare l’impulso di gettarsi in acqua.
Erano tempeste straordinariamente violente, che avevano ridotto più di una casa a un cumulo caotico di mattoni, ma lui sapeva che laggiù, poco sotto la superficie stravolta, l’acqua sarebbe stata calma e accogliente.
Le piante dell’orto stavano morendo, o erano ridotte a uno stato semiselvaggio, infruttifero.
Di cacciare i conigli non se ne parlava.
Una volta si era sorpreso a divorare certe alghe che crescevano sui fondali bassi e, malgrado avesse cercato di vomitarle, non c’era riuscito.
Gli erano sembrate buone.
Tano morì in primavera.
Rodolfo ne adagiò il corpo in una zona protetta, cercando di ricomporre alla bell’e meglio le membra avvizzite del vecchio.
La terra era polverosa, sterile.
Alla prossima tempesta il corpo sarebbe rimasto esposto al vento, alla pioggia, al sole.
Lo guardò a lungo, come per chiedergli perdono, poi si gettò in mare.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
L’ultimo fortunale di primavera abbatté la casa dove Rodolfo abitava.
Frugando tra le macerie trovò il computer che si era portato dal continente, tanto tempo prima.
Lo guardò con curiosità, come se si trattasse di un manufatto alieno. O forse erano alieni quei tempi, ormai, o lui lo era a se stesso.
Dedicò un pensiero distratto ai suoi dimenticati datori di lavoro e un altro, ancora più fugace, ai turisti che non si erano fatti vedere, poi vagabondò tra le case che erano rimaste in piedi trascinandosi dietro alcuni oggetti personali, come per obbedire a un rito quasi dimenticato.
A un certo punto si fermò, domandandosi pigramente come fosse il mondo oltre l’isola. E se ci fosse un mondo. Quanto tempo era passato? Un anno? Due anni?
Prima di rendersene conto era di nuovo tra le onde.
Trovò la ragazza aggrappata al relitto una sera, al tramonto, l’acqua che era come metallo liquido.
Si afferrava al legno con tanta forza che Rodolfo faticò a staccarla. Aveva le dita anchilosate..
Parlava una lingua straniera, anche se non avrebbe saputo dire quale, frammista a un po’ d’inglese.
Rodolfo la prese con sé e si diresse verso l’isola.
Gli spiaceva lasciare l’acqua così presto.
Era successo tutto maledettamente in fretta, gli aveva detto la ragazza.
In due, tre anni, la temperatura media del pianeta era salita di colpo.
Le terre si erano inaridite o trasformate in instabili acquitrini, i campi erano diventati sterili. L’Artico era libero dai ghiacci e i mari si erano innalzati (a questo punto Rodolfo si era reso conto che, chissà quando, l’unica spiaggia dell’isola, per il resto rocciosa, era stata inghiottita dalle onde). La circolazione dei venti era cambiata, così come quella delle correnti. Gli animali si estinguevano e gli esseri umani con loro.
E non era ancora il peggio.
Rodolfo non era del tutto sicuro di capire – la ragazza parlava in un misto di inglese e di quella strana lingua che lui non si era sforzato di individuare – ma c’era un’espressione che ricorreva spesso.”Punto di non ritorno”.
Il concetto era che, una volta che il mutamento di clima si era messo in moto, era impossibile arrestarlo. Era come fermare una valanga a mani nude. Superata una certa soglia il cambiamento climatico si alimentava da sé, anche senza l’intervento umano.
A questo punto, i discorsi della ragazza diventavano troppo confusi. C’erano parole che Rodolfo, facendo appello a certe nozioni passate, poteva tradurre come “acidificazione degli oceani”, “retroazione anticipata”, “idrati di metano”.
Questi ultimi avevano a che fare con una specie di geyser che Rodolfo aveva notato nelle acque più profonde. Era come se qualcuno avesse stappato una bottiglia di acqua minerale sul fondo del mare. Bollicine di gas salivano alla superficie e, in corrispondenza di esse, l’acqua diventava più leggera, come se fosse cambiata la composizione e, ora, fosse fatta soprattutto di aria. Quello che doveva galleggiare affondava. Rodolfo aveva imparato a starne alla larga.
Pensò di spiegarlo alla ragazza, ma lasciò perdere. Da quel che aveva capito, il suo lavoro, una volta, era studiarli. Ora era semplicemente sopravvivere.
L’abbracciò mentre sembrava che dicesse che, ora, la temperatura del pianeta era di forse quattro gradi superiore a prima.
Non stette ad ascoltarla. Guardava il mare.
Improvvisamente, si ricordò di una teoria che aveva letto una volta in un libro. Secondo questa teoria, una parte dell’evoluzione umana si era svolta in acque poco profonde, come per le lontre o i castori. Questo spiegava il grasso sottocutaneo (gli uomini erano gli unici primati a possederne), la scomparsa dei peli, la dimestichezza che gli esseri umani, a differenza delle scimmie, avevano con l’acqua.
A questo pensiero desiderò trovarsi di nuovo tra le onde.
Allentò la presa e la ragazza lo strinse ancora di più.
Rodolfo la lasciò fare.
Sulla terraferma faceva sempre più caldo.
La ragazza veniva da qualche paese dell’ex blocco sovietico e si chiamava Maria. Rodolfo non seppe mai se alla fine del nome ci voleva l’acca.
Maria sistemò in qualche modo una delle case che meglio avevano resistito alle intemperie e riuscì a far rifiorire alcune piante nel vecchio orto di Tano. Una volta riuscì perfino a catturare un coniglio.
Rodolfo la lasciò fare.
Mangiava qualche verdura, ma più che altro per farle piacere. Non di rado divorava alghe di nascosto.
Il mare salì ancora di livello e Maria trasferì le loro poche cose in una fenditura della roccia, al sicuro dal vento.
Un uragano invernale distrusse le ultime case di vacanza. Ormai sull’isola non c’erano che macerie.
Mentre si aggirava tra di esse, Maria scoppiò a piangere e si accasciò a terra. Farfugliava qualcosa in quella lingua incomprensibile. Tra le rare parole d’inglese, Rodolfo credette di capire “estinzione di massa”.
E di nuovo quell’espressione. Punto di non ritorno.
Quella notte fecero l’amore per la prima volta.
L’estate dopo la sorgente s’inaridì e l’orto si seccò.
Rodolfo aveva la scusa per trascorrere in mare quasi tutto il giorno.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
E poi giù, nelle acque profonde, per riemergere dopo un tempo che non avrebbe saputo e che non gl’importava calcolare.
Anche il mare stava cambiando. Era più caldo, più salato, più acido, meno ricco di ossigeno.
Ma Rodolfo si adeguava.
Pensò ai primi vertebrati che erano usciti dall’acqua, strisciando, impacciati, sulla terra disabitata.
E pensò al percorso inverso.
Tornare alle acque.
Pensò che si fosse spinto ancora un po’ al largo, solo un po’…
Poi si ricordò di Maria e si diresse verso l’isola.
;
«Il fondo degli oceani è pieno di idrati di metano imprigionati in forma di ghiaccio» spiegò Maria «Man mano che gli strati superficiali si riscaldano, l’aumento di temperatura dell’acqua si propaga verso il fondale. A questo punto il ghiaccio diventa instabile, si scioglie e libera il metano, che, in forma di gas, sale verso la superficie. Raggiuntala, si libera nell’atmosfera. Ed è un gas serra, proprio come l’anidride carbonica. Una volta libero nell’aria, dunque, contribuisce ancora di più all’aumento della temperatura, facendo sì che altro metano venga liberato, in una reazione a catena».
Lo spiegò in gran parte in italiano, perché a Rodolfo di imparare il russo (o l’ucraino, o quello che era) non andava.
Maria faceva parte di una spedizione internazionale incaricata di studiare il fenomeno e di trovare un rimedio, sebbene, in cuor suo, come in quello degli altri membri della spedizione, sapesse che non era possibile.
Non dopo il punto di non ritorno.
A un certo punto, la Cina aveva invaso la Siberia, cercando di appropriarsi di quelle poche, precarie aree coltivabili che erano sorte dove un tempo c’era la taiga. Gli Stati Uniti avevano fatto lo stesso col Canada.
Gli scienziati avevano fatto rotta verso l’Europa, benché la maggior parte degli stati esistesse, ormai, solo sulla carta. Un incrociatore che s’intestardiva a pattugliare il Mediterraneo contro possibili invasioni da sud (le altre navi da guerra si erano disperse o si erano trasformate in navi pirata che depredavano quel che rimaneva delle città costiere) li aveva presi a cannonate.
«Forse sulla costa c’è ancora qualcuno» diceva Maria «Non credo che abbiano usato armi nucleari, o almeno non ne vedo gli effetti. E poi, anche così, non credo che sia stata una guerra termonucleare globale. Tutti gli stati erano prossimi al collasso e dubito che avessero sufficiente forza per distruggersi l’un l’altro».
Lui taceva.
«Credo che siano rimasti abbastanza esseri umani. È una semplice questione statistica. Eravamo tanti. Magari siamo sopravvissuti a sufficienza per sopravvivere all’estinzione. C’è una soglia oltre la quale le specie scompaiono: quando non si supera il numero sufficiente a garantire la variabilità genetica. Un punto di non ritorno. Forse non ci siamo arrivati. Tu potresti nuotare fino alla costa. Potresti farlo».
Rodolfo si gettava in acqua, farfugliando di voler essere sicuro di essere abbastanza allenato e nuotava per ore, a volte per tutto il giorno e parte della notte.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
E poi giù, nelle acque profonde.
Non comprendeva del tutto le parole di Maria e non per la questione della lingua. Non lo toccavano. Erano come una storia che riguardava qualcun altro.
Il mare, quello strano mare, in parte nuovo, in parte antico, lo accoglieva, lo stuzzicava, lo seduceva.
Maria insisteva. «Non possiamo credere alla storia di Adamo ed Eva. Non presa alla lettera. Anche se avessero avuto figli, si sarebbero dovuti accoppiare tra loro. Tare, malattie genetiche… si sarebbero estinti nel giro di due o tre generazioni».
Forse c’era qualcosa di vero in quella faccenda della memoria dell’acqua. Non in senso letterale, ma quasi. Forse l’acqua si ricordava di come era prima degli uomini, prima degli animali, prima della vita…
«Tu puoi nuotare fino alla costa. So che puoi farlo» insisteva Maria. «Tentare di sopravvivere»
Una volta, senza quasi rendersene conto, Rodolfo era giunto a vedere la linea scura del continente, i picchi brunastri nell’aria arroventata. Aveva percorso più di metà della distanza che lo separava dal litorale. Aveva raggiunto il punto di non ritorno. Ma era tornato indietro.
Aveva trovato Maria intenta a lavorare su quel che rimaneva del suo computer. Smontava i pezzi, li osservava, li teneva tra le mani con reverenza, quasi con amore, poi li montava e smontava di nuovo.
Non le aveva detto niente.
Era arrivata un’altra stagione degli uragani.
Erano sempre più violenti e le tane dei conigli si erano allagate.
Maria aveva provato a cuocere uno dei piccoli cadaveri abbandonati dalle fiumare che scorrevano verso il mare, ma era gonfio e puzzava e non erano riusciti a mangiarlo.
A Rodolfo non importava. I pesci erano rari e strani, forse venuti da altri mari, in grado di sopravvivere in quelle acque sempre più calde e più acide e con sempre meno ossigeno, ma c’erano ancora.
Una sera avevano visto un geyser di metano esplodere all’orizzonte. Doveva essere enorme.
«Secondo alcuni è già successo. Voglio dire… una simile concentrazione di gas serra nell’aria» aveva detto Maria. «Il livello dell’ossigeno nell’atmosfera precipitò dal 21% al 15%. La Grande Estinzione del Permiano, oltre duecento milioni di anni fa. Fu molto peggio di quella che uccise i dinosauri: scomparve il 95% delle specie viventi. Poi la vita si riprese. Forse andrà così. O forse no. Forse la Terra diventerà come Venere, forse…».
Non finì la frase. Si mise a piangere e si rifugiò sul fondo della caverna, nell’ombra. Rodolfo cercò di avvicinarsi, ma lei si mise ad urlare. Lui rimase in piedi. Non sapeva che fare. Alla fine si diresse verso l’uscita e si sedette all’ingresso. Guardava il mare.
Arrivò una nuova stagione secca.
Maria non parlava più molto. Soltanto, quando Rodolfo non tornava dal mare, si metteva sulla riva e lo chiamava per nome o, più semplicemente, urlava.
Quando lui tornava, portando pesci e qualche alga, si acquietava.
Non protestava neppure quando lui mangiava i pesci crudi, limitandosi a osservarlo con grandi occhi inespressivi.
Facevano l’amore sul bagnasciuga, con le onde che li coprivano e scoprivano come calde lenzuola mosse dal vento.
Alla fine della successiva stagione degli uragani, il ventre di Maria prese a gonfiarsi e questo, in qualche modo, le diede un po’ di vita.
Tornò ad occuparsi dell’orto. Scavò un piccolo canale e piantò alcuni semi che aveva conservato, ponendoli al riparo dal vento. Qualche arbusto germogliò.
Spesso, la sera, prendeva la mano di Rodolfo e se la poggiava sul ventre. «Sopravvivere» diceva.
A volte lui appoggiava la testa su di lei e ascoltava, cercando di udire, oltre al battito del suo cuore, quello del bambino, o della bambina.
In questo modo riusciva a coprire il rumore del mare, almeno per un po’.
«Si chiamerà Eva» diceva Maria. «È una bambina, me lo sento. Non ti sembra il nome giusto? Un nuovo inizio»
Lui non rispondeva. Gli veniva in mente il vecchio Tano. “Il mondo sta cambiando” aveva detto.
Maria si aggirava tra i resti del villaggio cercando di recuperare gli oggetti più disparati, soprattutto cose per bambini. Anche vestiti, benché fossero inutili per quasi tutto l’anno.
Quando Rodolfo portava dal mare quello che aveva pescato, lo esaminava con cura.
«Questo è un pesce tropicale» diagnosticava «Quest’altra una specie di profondità. Chissà se Eva riuscirà a mangiarlo».
Non parlava di dirigersi verso la costa, ma spesso fissava il mare nel punto in cui sapeva che, oltre l’orizzonte, si stendeva il litorale.
Parlava spesso del punto di non ritorno, invece. Affermava che pensare che l’umanità fosse in grado di sterminare la vita sulla terra era presunzione. La vita era tenace e le estinzioni di massa erano frequenti. Molte volte, nella sua storia, il pianeta era sembrato tornare ad essere la distesa desolata che era in principio, ma, sempre, le poche specie sopravvissute lo avevano ripopolato. Dopo l’estinzione del Permiano si erano diffusi i rettili. Dopo la scomparsa dei dinosauri era toccato ai mammiferi. Nuove razze, nuova vita. La soglia dell’estinzione globale e definitiva doveva essere molto bassa. Anche con pochi batteri, la natura avrebbe ricominciato. No, non avevano raggiunto il punto di non ritorno. Al massimo, l’umanità era riuscita a sterminare se stessa.
«O forse solo la vecchia civiltà» affermava «Tutto quello che abbiamo conosciuto. I pozzi di petrolio, la Gioconda, Mozart, le armi nucleari, la plastica, le Piramidi…ma la nostra specie…» gli afferrava il braccio e se lo appoggiava sul ventre. «Molte volte abbiamo rischiato l’estinzione, nel corso della storia… e chissà quante volte durante la preistoria…».
A Rodolfo tutto quel chiacchiericcio dava fastidio. Trovavano più familiare il rumore delle onde. Laggiù il suono si propagava diversamente.
Alla fine diceva di dover cercare da mangiare e si tuffava.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
Incontrò lo squalo verso la fine della stagione secca.
Nuotava con movimenti lenti, maestosi.
Si diresse verso Rodolfo emergendo dagli abissi con eleganti, ritmici colpi di coda e prese a girargli intorno.
Rodolfo si stupì di non averne incontrati prima.
Sapeva che c’erano squali nel Mediterraneo, ma forse se n’erano andati, o stavano tornando ora.
Il grande pesce si avvicinava con cautela, in giri sempre più stretti. Rodolfo si immerse per osservarlo meglio. Era un animale essenziale, ancestrale.
Gli squali popolavano i mari da centinaia di milioni di anni. Erano sopravvissuti a tutte le estinzioni cambiando pochissimo.
Ora gli era così vicino da poter distinguere ogni particolare. La pelle zigrinata, le file di denti triangolari nella bocca semiaperta.
Ricordò una frase di un film che aveva visto nell’altra vita e che si riferiva agli occhi degli squali.
“Due palle di piombo senza vita”.
Non era vero. Era solo una vita diversa, incurante del frenetico, dissennato, presuntuoso agire degli uomini. Uno sguardo che racchiudeva in sé buona parte della storia della vita sulla Terra.
Rodolfo si diresse verso lo squalo e ;anche il pesce gli si avvicinò, come per studiarlo meglio. Per un istante, arrivarono tanto vicino da toccarsi, poi l’animale, con un colpo di coda, si allontanò e scomparve nelle profondità.
L’uomo lo guardò dileguarsi, poi riemerse, subito avvertendo la vampa del sole sopra la testa, infine si diresse verso l’isola, lentamente.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
Arrivò che era notte.
La luna era piena e galleggiava nel cielo, spandendo la luce biancastra riflessa dalla sua superficie morta e silenziosa.
Maria sedeva sulle rocce del bagnasciuga, a capo chino
Quando Rodolfo emerse dall’acqua, vide il sangue che le era colato tra le gambe fino a bagnare i sassi. Anche le mani erano insanguinate. Alla luce lunare, sembravano nere.
La donna si dondolava leggermente, emettendo un gemito continuo, ritmico, inarticolato.
L’uomo si fermò davanti a lei, in piedi. Rimase così a lungo.
Lei non si mosse. Continuava a dondolarsi appena e a gemere piano, al ritmo tranquillo della risacca.
Quando il cielo, a oriente, cominciò a imbiancare, l’uomo si sentì le gambe molli, come se non riuscissero più a stare sulla terraferma, allora si voltò e tornò in mare.
Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a destra. Sinistro, destro, sinistro, destro, respiro a sinistra.
Nuotò tutto il giorno e tutta la notte e poi tutto il giorno dopo, spingendosi sempre più al largo.
Oltrepassò il punto di non ritorno.
E andò oltre.