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Non ho mai amato la primavera.
La gente dice che è la stagione dei profumi, dei colori, dei nuovi inizi.
Non un profumo.
Un odore.
Invadente, zuccherino, sordo.
Come un sapone andato a male.
Come qualcosa che copre un’altra cosa.
Ogni anno, da aprile in poi, lo sentivo salire dal cortile.
C’era un muro, sotto casa.
Il glicine si era arrampicato fin sopra il mio balcone.
Nessuno lo potava più.
I vecchi inquilini erano morti. I nuovi non ci badavano.
Ma lui… lui saliva.
Puntuale.
Vivevo in un bilocale al terzo piano.
Camera, bagno, cucina stretta.
Una finestra che si affacciava proprio sul ramo più alto.
Fiori viola, appesi come mani stanche.
Lei lo adorava.
Diceva che le ricordava la casa della nonna.
"Ti abituerai", mi diceva ogni primavera.
Io annuivo.
Ma ogni volta che sentivo quell’odore, mi saliva la nausea.
Era la mia compagna.
Convivevamo da quattro anni.
Dormivamo poco insieme. Parlare era diventato faticoso.
Ma si rideva, a volte…
A volte.
Soprattutto quando non c’eravamo.
Lei tornava sempre tardi.
Lavorava in uno studio legale.
Vestita bene, precisa.
Tutto il contrario di me.
Io facevo i turni. Magazzino. Camion. Merce.
La casa era mia, ma sembrava più sua.
Un giorno l’ho sentita al telefono.
Non voleva che sentissi.
Ma la voce era diversa.
Non usava quel tono con me da mesi.
Rideva.
Piano, ma rideva.
Non ho chiesto niente.
Ho solo lasciato che la puzza del glicine coprisse anche quella voce.
Due settimane dopo mi disse che sarebbe andata via per qualche giorno.
“Con mia sorella,” disse.
Non ho sorelle, pensai.
Ma lei sì. Due.
Eppure…
qualcosa non tornava.
Quando tornò, aveva un braccialetto nuovo.
Oro bianco.
“Un regalo,” disse.
Sorrise, ma con troppa fretta.
Il tipo di sorriso che si allunga per coprire una ferita.
O una bugia.
Non urlai…
Non chiesi…
Non spiavo…
Osservavo…
Lei tornava sempre più tardi.
E il glicine… fioriva.
Una sera, entrai prima io.
Cucinai qualcosa.
Apparecchiai.
Accesi una candela, ma solo una.
Solo per capire se avrebbe notato…
Non notò.
Mise via il telefono appena mi vide.
Mi abbracciò. Ma con le spalle.
Non con le braccia.
Mangiammo.
Parlammo poco, come sempre.
Lei lasciò il piatto a metà.
Disse che non aveva fame.
Poi disse che usciva a prendere una cosa in farmacia.
Ma non prese la borsa.
Solo il telefono.
Rimasi fermo in cucina.
Il glicine fuori era pieno.
Un muro di fiori.
Nessun vento.
Solo odore.
Andai in bagno.
Aprii l’armadietto.
Presi una fiala.
Quella roba per dormire.
Lei la usava ogni tanto.
“Solo nei periodi stressanti”, diceva.
La mescolai al vino.
Tornò dopo un’ora.
Disse che non avevano quello che cercava.
Era sudata.
Il trucco leggermente sbavato.
Ma sorrise.
“Beviamo qualcosa?” chiese.
Il bicchiere era già pronto.
Lo alzò.
Lo bevve piano.
Si sedette sul divano.
Chiuse gli occhi.
“Sto bene”, disse.
“Mi sento solo stanca.”
Io annuii.
Lei scivolò lentamente sul cuscino.
Non dormiva ancora.
Ma il respiro cambiava.
Più lento.
Più profondo.
Le presi la mano.
Fredda.
Lei aprì gli occhi.
Due battiti di ciglia.
Poi niente.
Non l’ho soffocata.
Non l’ho colpita.
Ho solo atteso.
E quando il respiro si è fermato…
ho aperto la finestra.
L’odore del glicine era fortissimo.
Mi venne da piangere.
Ma non piansi.
Rimasi lì.
Fermo.
Il corpo disteso.
La stanza in penombra.
Il glicine immobile.
Il medico disse che il cuore aveva ceduto.
Lo stress, dissero.
Le ore di lavoro.
Nessuno chiese niente.
Io ho buttato il vino.
Ho tagliato il glicine.
Rametto per rametto.
Con le forbici da giardino.
Di notte.
Ora sul balcone non cresce più nulla.
Solo il ricordo di quel profumo.
Che non era un profumo.
Io l’ho fatto.
Con calma.
Con precisione.
Non per vendetta.
Ma per smettere di respirare qualcosa…
che non andava più respirato.
E ora…
ora sento solo l’aria.
Nuda.
Vera.
Senza glicine.
Senza di lei.