Solit'aria

scritto da zenzero
Scritto 25 anni fa • Pubblicato 24 anni fa • Revisionato 24 anni fa
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Autore del testo zenzero
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follie estive
- Nota dell'autore zenzero

Testo: Solit'aria
di zenzero


Sabato mattina, sveglia alle sei.
Uno sguardo fuori a est, il tempo non mi ha tradita,
il sole si sta alzando e il cielo è limpido:
doccia fresca e colazione.
Ho tolto le bottiglie dal freezer, sono dure come roccia,
avvolte nella spugna saranno la mia riserva d'acqua fresca
per la mattinata.
Prendo chiavi e borsone, salto in macchina e parto.
Finestrini abbassati, l'aria fresca mi carezza la testa,
i raggi mi scaldano metà viso: raggiungo la mia meta
e parcheggio in pineta. Entro nel verde per scomparire
inghiottita dal paradiso, quando il sole mi abbaglia
ho davanti la porta del mio eden, le infradito affondano
nella sabbia e le tolgo per sentire più vivo il contatto,
cammino ancora e risalgo le dune, volto lo sguardo tutto
intorno e non vedo nessuno: mai nessuno, nel mio eden,
è lontano dai percorsi scontati, è scomodo, è isolato,
incontaminato e bellissimo.
Metto la borsa all'ombra di un cespuglio e stendo il telo,
sposto le spalline e il vestito si affloscia a terra,
sfilo il costume: oltre la duna vedo la spiaggia deserta,
solo una famiglia cammina verso il mare, vedo i bimbi
correre e li sento gridare. Sono sola.
Nella conca di sabbia, isolata, mi sento protetta,
solo il sole mi vede e anche da lui mi proteggo con una
generosa dose di crema, poi mi stendo sul telo: i raggi,
ora, mi scaldano la zona proibita, mentre l'aria fresca
l'accarezza e mi dona brividi da confondere con l'amore.
Stendo braccia e gambe in completo relax, guardo il cielo
per qualche minuto fin che gli occhi mi si riempiono
d'azzurro e luce, poi li lascio chiudere e mi abbandono
agli altri sensi: ascolto il silenzio macchiato dal fruscio
delle onde, interrotto solo dalle grida lontane dei bimbi
liberi gioiosi e innocenti; Ascolto la brezza carezzarmi
le cosce, i fianchi e i seni, ascolto il sole scaldarmi la
pelle, ascolto il caldo sciogliermi piano in sudore e
ascolto le gocce scivolare sul petto.
Mezz'ora, forse un'ora, attenta e silente, nuda, eccitata,
esito a muovermi per paura di spezzare l'incantesimo.
Potrei essere in pericolo, preda di chiunque,
o predatrice di sguardi, ma il mio eden mi protegge
e tutto ciò, ancor più della brezza, mi eccita.
D'incanto, mi sento piena di buono, raccolgo il mio spirito,
riapro gli occhi: il sole m'abbaglia, sollevo la schiena e,
per un attimo sento paura di essere saldamente afferrata
dallo sguardo di qualcuno che...
Rigidamente intimorita faccio una scansione...
...qualcuno che non c'è.
Ora sono sicura di me quanto convinta della mia incertezza.
Spavalda e puttana mi alzo nuda a mostrarmi tutta per colui
che, se c'è, non si fa certo vedere: non importa, comunque,
mi accende i brividi così e per me tanto basta.
Due passi fuori dal mio atticotelospugna per sfilare un po'
e sfidare l'ombra, che preferisco pensare ci sia,
nella pineta dietro di me: puttana.
Resto ferma a guardare il mare, calmo, piatto e splendente
come in una cartolina.
Alla mia ombra do le spalle e offro un'altro panorama.
Ma non mi basta... i brividi si stanno spegnendo...
devo muovermi, devo dare di più, per riaccendermi:
ancora qualche passo nella sabbia, senza meta, e
mi fermo rivolta alla pineta.
Guardo e penso: i miei pensieri, come un mulinello,
concentrano e trascinano il mio ego verso il basso.
La pineta mi vede bene, ora, e anch'io la guardo bene:
fingo, per la mia ombra, di guardare distrattamente,
ma i miei occhi avidamente cercano un segnale di lei,
un movimento di foglie, un riflesso, colore nel verde...
La mia folle, eccitata curiosità rimane inappagata,
ma la puttana è più forte di me e non si da vinta:
stupida e grottesca, come la trama di un film porno,
faccio show di bagnante turista tintarellista
e mi muovo incerta per sembrare naturale in ciò che,
naturalmente, non mi appartiene;
Sempre attenta alla posa e all'inquadratura che offro,
diva e regista del mio improvvisato, stupido film,
mi avvicino al borsone, mi piego sulle ginocchia e
armeggio con bottiglie e spruzzatore,
mi rialzo col fermaglio tra i denti,
con gesti sciocchi, da evidente esibizione,
mi passo le dita fra i capelli e li raccolgo,
li tengo di sinistra mentre di destra sfilo il fermaglio
dalla bocca e lo porto dietro ad applicarlo:
il tutto con disarmante lentezza per mostrare il seno
quanto più a lungo e apertamente possibile.
Ora mi chino di lato a prendere lo spruzzatore, torno su,
chiudo gli occhi e mi atteggio a vamp, mentre mi vaporizzo
acqua fresca sul viso e mi carezzo la pelle,
per stendere un velo uniforme, poi abbasso la mira
e riapro gli occhi: su tutto il corpo, spudoratamalizia,
mi guardo, vaporizzo e sfioro, per guidare, puttana,
lo sguardo dell'ombra su di me.
La scusa per chiudere la spirale sul centro del mio corpo
e trascino gli occhi indiscreti sul bacino, gambe a vi,
dedico l'ultimo generoso spruzzo alla carne viva e
alle sue labbra calde, rosee e lisce.
Ancora attendo qualcosa che mi lascia inappagata.
Raccolgo di nuovo il mio spirito, per come mi sento
potrei lasciar cadere ciò che ho in mano e il mio corpo,
ma per non deludere il mio singolare, incerto, invisibile
pubblico, porto l'oggetto alla borsa e completo la scena
con ostentata disinvoltura: torno al telo,
guardo ancora al mare sperando di risentirmi piena di buono,
ma una porta si è chiusa dietro i miei occhi e
dentro rimane il vuoto, sento delusione e amarezza
per ciò che ho fatto, per questa mia dissennata recita,
per la mia affannosa ricerca di ciò che non c'è.
Improvvisamente non m'importa più dell'ombra dietro di me,
non sento più quell'intenso desiderio che mi ha portata qui
e divento vittima della mia passiva soggezione al male:
come fosse una forza esterna a piegarmi, il peso mi vince,
cado sulle ginocchia a cosce larghe, il vuoto mi porta giù,
chino il busto fino a poggiare sul telo gli avambracci
e chiudo il viso tra le mani. Ho paura. Il mio corpo chiama.
Ho disperato bisogno di piangere:
nel silenzio che mi circonda l'anima urla e cerca sfogo.
Resto immobile rivolgendo la carne all'ombra dietro di me,
offro restia il mio corpo, preda passiva della sua forza,
aspetto che anch'essa diventi carne, mi prenda e mi punisca
e mi faccia tanto male quanto grande è il male che è in me
e lo scacci dal mio corpo con un urlo e il pianto.
Ma l'ombra non diventa carne.
La disperazione ancora una volta m'incide il cuore,
perdo le forze, punita nell'anima più che nel corpo:
mi sento accasciare su un fianco, stremata e impotente...
Tra le palpebre nasce una lacrima gonfia di pianti celati,
che accende la fine del mio ennesimo insensato supplizio...
un forte dolore nel petto pulsa, mi soffoca e si spegne,
le contrazioni ritmiche dei polmoni sfogano singhiozzi
e in me si consuma l'orgasmo del male,
poi i miei occhi si alzano sopra di me e mi vedo dall'alto,
nuda, incaprettata su un fianco come bestia ferita, inerme
e vuota: mi vedo e mi chiedo perchè ancora così...
Lentamente torna la pace e il respiro riprende regolare.
Cinque, forse dieci minuti, immobile pensando niente.
Torno in me e non sono più nè gioia nè dolore:
solo ora sento il timore reale di essere vista e giudicata
per come mi mostro... nuda e svergognata.
Mi chiudo a libro nel mio telo e cado nel sonno.
Nulla più mi turba fin quando mi sveglio fradicia di sudore
e sento la testa bollire come la sabbia.
Non ho più il coraggio di svelare la carne alla luce
e allungo una mano al costume per infilarmelo sotto il telo,
poi mi alzo, raccolgo le mie cose, guardo la spiaggia
e mi incammino piano verso il mare:
superate le dune divento un puntino nero che si muove
in linea retta sulla sabbia, respiro a fondo l'aria buona
e mi sento un po' innocente turista bagnante tintarellista.
Poche bracciate per lenire il calore e lo stress, poi esco
e, puntino nero, prendo la strada di casa.
Me ne vado stanca, ferita e vuota col mio nodo alla gola,
sola, in silenzio come sono arrivata.
Mi ha fatto male questa giornata, l'unico bene è sapere
che il male è finito, per oggi.
Tornerò, rifarò le stesse stupide cose, mille e mille volte,
senza un perchè, o il perchè mi resterà sconosciuto
come la mia ombra.
Solit'aria testo di zenzero
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